ABOUT – NOTIZIE IN BREVE

Quando ancora non era Mannaro, ma solo un micio un po’ sempliciotto, il gatto, mentre se ne stava a teatro, ad un certo punto ha cominciato a porsi la domanda: “MA PERCHE’ CERTI REGISTI SI INVENTANO L’OPERA, ANZICHE’ STUDIARLA?”

E lì han cominciato a crescergli i canini…………

Se anche a voi sorge ogni tanto lo stesso dubbio, qui troverete argomenti per alimentarlo.

Benvenuti!!!

NOTA BENE: SCORRENDO VERSO IL BASSO TROVERETE DI VOLTA IN VOLTA L’ULTIMO POST PUBBLICATO

P.S. Chi capitasse per la prima volta su questo blog e volesse sapere qualcosa di più sulle motivazioni che spingono il gatto Mannaro a pubblicarlo può fare riferimento al post “Chi sono?” del 17 aprile 2015. Ma suggerirei anche il più recente Gli indifferenti” del 20 agosto 2015, e magari il brevissimo “Siamo seri” dell’ 1 ottobre 2015.

Mannaro

(per i meno esperti di informatica: cliccando sui titoli in rosso, si apre automaticamente il link con i post indicati)

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AH, LA MALEDIZIONE! (ovvero: Una risata li seppellirà)

E così, tanto rumore (quasi) per nulla. Dopo il compiaciuto annuncio del grande escamotage, dopo aver creato tanta curiosità e suscitato tanta (legittima) indignazione… dopo tutto questo, il colpo di scena, la conclusione di rottura ha semplicemente fatto cilecca.

Carmen ha premuto il grilletto, una, due volte… e la pistola si è rifiutata di sparare. Niente botto.

(Qui mi devo spiegare perché si vede pochissimo, nonostante tutti i miei sforzi per schiarire l’immagine. Ma tenete conto che in quella originale non si vede un bel niente, poiché al momento in cui José e Carmen dovrebbero ammazzarsi – la cosa, se ho ben capito, resta in dubbio, non è così evidente chi ammazza chi – sul palcoscenico piomba il buio quasi totale. Comunque, guardando bene, potete vedere che Carmen, gettata a terra da José, gli punta contro una pistola… quella che, ieri sera, anziché sparare non  ha fatto nemmeno PUF)

Premetto che solidarizzo con l’imbarazzo che gli artisti devono aver provato in quelle frazioni di secondo, anche se, francamente, da quanto si è sentito alla radio devo dire che senza dubbio hanno svolto il loro lavoro con professionalità, ma per tutta la recita hanno dato – almeno a me – l’impressione di un coinvolgimento e di una sentita partecipazione paragonabili a quelli di un impiegato medio allo sportello dell’Ufficio Postale (almeno, di quello da me frequentato…).

Grazie alla diretta RAI, comunque, abbiamo potuto assaporare i fischi e i BUUU che – non era difficile prevederlo – hanno accolto, ed indubbiamente gratificato oltre misura il regista ed i suoi collaboratori. (“Che bello, ci hanno fischiati, vuol dire che siamo geniali. Congratuliamoci a vicenda“).

Ma non è tutto. C’è anche da ringraziare il commentatore per qualche piccola spiegazione aggiuntiva sugli aspetti visivi della cosa, fra cui il necessario chiarimento su un colpo di pistola che si è sentito – quello sì – alla fine del primo atto, e che – abbiamo appreso – è stato sparato da Carmen (non so se in aria, o se proprio intendeva colpire qualcuno e ha sbagliato mira), con la pistola che José (incauto!!!) le aveva prestato per la fuga. E per averci spiegato che il duetto del Quarto Quadro fra Carmen ed Escamillo avviene tramite cellulare, con i due ai lati opposti del palcoscenico. Scena che il commentatore proprio non deve avere avuto la forza di trattenersi dal paragonare ad una vecchia pubblicità televisiva (quella “Ma mi ami? Ma quanto mi ami?“, ricordate?). Abbiamo appreso, inoltre, che nel campo Rom (lì si svolge tutta l’opera, dal principio alla fine…) la corrida viene vista ed acclamata in televisione. Ma sono certo che ci sono, nel corso dello spettacolo, parecchie altre di queste pensate, di cui noi ascoltatori radiofonici non sappiamo e sperabilmente non sapremo mai nulla.

(Ecco il campo Rom, delimitato da una recinzione sorvegliata dalla polizia)

Da vedere, a disposizione c’è pochissimo. Un breve trailer che non dice quasi nulla e un piccolo numero di fotografie insignificanti sul sito del teatro. Comunque, in calce a questo post ci saranno i relativi link, e se trovate di meglio abbiate la cortesia di avvertirmi.

Intanto, stamattina i “tradizionalisti” (sapete che non mi piace questo termine e lo trovo impreciso, ma per una volta permettetemi di usarlo), unanimemente festanti, erano tuttavia divisi in due scuole di pensiero.

Secondo alcuni la cilecca era opera di un intervento da “lassù”, dalla nuvoletta in cui hanno dimora Bizet e i suoi grandi colleghi, che avevano proprio perso la pazienza. Alcuni, invece, assai più terra-terra, insinuavano il coinvolgimento dell’attrezzista, corrotto da quegli integralisti estremisti che, per preservare l’opera da stupri e maltrattamenti, non si fermerebbero davanti a nulla.

Sinceramente, ammetto che preferisco la prima spiegazione. Mi piace immaginare questa scena: un brainstorming attorno a un tavolo riunioni, sulla nuvola, in cui Verdi, Bizet, Bellini, Donizetti, Puccini, e tutti i loro colleghi nell’arco di tre secoli, discutono proposte su come dare una lezione agli aguzzini delle loro opere. E mi piace ancora di più immaginare i contributi di grandi artisti più vicini al nostro tempo, come Bernstein, o Menotti, e magari anche Kurt Weill, che le loro opere che affondano le radici nel mondo moderno le hanno scritte, e non hanno sequestrato quelle altrui per farne strumento delle proprie farneticazioni.

E’ stata un’ottima idea, Maestri. Non c’è nulla di più efficace del ridicolo. Vi prego, insistete… Chissà che non si possa instillare un po’ di cautela in questi tracotanti prevaricatori che pensano di avere mano libera sulle vostre opere solo perché siete morti (o così – erroneamente – essi credono).

E’ dunque a Voi – oltre che ai miei cari lettori – che oggi si rivolgono il pensiero e il saluto, affettuosi per gli uni, grati e reverenti per gli altri, del sempre vostro

Mannaro

http://www.ilquaderno.it/firenze-finale-sorpresa-carmen-bizet–quot;cosi-;-diciamo-no-violenza-sulle-donne-quot;-125765.html

http://www.operadifirenze.it/events/carmen/

Le immagini (salvo la nuvola !) sono faticosissimamente estrapolate dal trailer

DICA TRENTATRE

(Da La Repubblica, 2 gennaio)

Mi ero affezionato all’idea di dare al secondo post del 2018 questo titolo, che avevo pensato per celebrare il raggiungimento dei 33.000 contatti del mio blog, e non ho voluto cambiarlo, anche se ormai la cifra è abbondantemente superata, e l’attualità incalza, imponendomi di lasciare ai margini il discorso che avevo pensato di fare per l’occasione.

Come tengo sempre a precisare, il numero dei contatti, che aumenta con confortante regolarità, non significa che ci siano trentatremila e più persone che seguono il blog, ma soltanto che c’è un certo numero di appassionati d’opera che apprezza e condivide ciò che miagolo qui, e torna regolarmente a leggere i nuovi post. Quindi, per prima cosa, un doveroso ringraziamento a questi fedeli lettori.

Detto ciò, passiamo immediatamente all’argomento del giorno, che ha già invaso i social prima ancora che lo spettacolo vada in scena (la prima sarà il 7 gennaio), e non senza un ben giustificato motivo, come potete vedere.

A dire la verità, di opere con il finale modificato ne abbiamo già viste. Mimì che muore di overdose e Violetta di parto, Riccardo che, nei Puritani, ammazza Arturo privandoci del lieto fine, Dalila che dà fuoco al tempio sacrificandosi con Sansone, Luna che spara un colpo alla nuca a Manrico, Tosca che non si butta ma impazzisce… e queste sono solo le prime che mi vengono in mente. Ma in questa Carmen di Firenze abbiamo un ulteriore passo verso il baratro della pura follia (oppure – e forse più probabilmente – della pura presa per i fondelli del pubblico) poiché stavolta non solo l’opera finisce in modo diverso, anzi opposto a quello immaginato dagli autori, ma lo stravolgimento è giustificato da “elevati” motivi socio/ideologici.

E sapete quali? Ecco: non si può applaudire quando una donna viene ammazzata (parole testuali, o almeno così riportate dai giornali, del sovrintendente Chiarot). Quindi il finale di Carmen, così come lo hanno pensato prima Merimée e poi Bizet, sarebbe uno scandalo, una vergogna, uno spettacolo rivoltante e politicamente molto, ma molto scorretto. E allora, come rimediare? Semplice. Cambiamo la storia. Stravolgiamo i personaggi. Facciamo di don José un poliziotto violento che prende la povera Carmen a manganellate, e di Carmen una povera ragazza che, per difendersi, è costretta a prendergli la pistola e sparargli. Naturalmente a questo punto si può applaudire, visto che la vittima non è una donna, ma un uomo (e quindi, nella mente frustrata delle ultrafemministe, il “cattivo” per antonomasia).

La questione, tuttavia, si fa abbastanza spinosa se cominciamo a pensare alle sue logiche implicazioni. Non si può applaudire un “femminicidio”, quindi non si dovrebbe neppure rappresentare. Perciò sarebbe certo opportuno costituire un apposito ufficio con l’incarico di esaminare e censurare tutte le opere, e, se del caso, bandirle per sempre dai teatri. Niente più Otello, niente più Pagliacci. Niente più, magari, anche Un ballo in maschera, poiché anche se in realtà Renato alla fine non uccide Amelia, tuttavia la tentazione gli frulla in capo, e non è bene dare spazio a certe idee.

Assurdità, come ognuno può constatare. Molto probabilmente non accadrà mai nulla del genere, e il “maschicidio” di don José resterà un caso isolato. Ma la questione di principio non cambia. L’idea che un’opera possa essere modificata a piacimento – nella storia che racconta, nel carattere dei personaggi, nell’epoca in cui si svolge – dal primo venuto, ormai ha talmente messo radici, anche nella mente del pubblico, che è quasi considerata normale, o, quanto meno, accettabile.

Nessuno (o quasi) si chiede più il perché di questi stravolgimenti. Nessuno (o quasi) si interroga su in che modo rendano più attuale, più fruibile, più comprensibile l’opera lirica… come se l’opera andasse “spiegata” a un pubblico di bambini ritardati, come se non fosse nata come uno spettacolo “popolare”, semplice, immediatamente accessibile a tutti, assai più ed assai meglio che quando viene sovraccaricata di significati astrusi che agli autori, quasi certamente, non erano mai neppure passati per la testa.

Tuttavia, mi fa molto piacere constatare che,  come nella favola di Andersen che amo sempre ricordare, ogni tanto salta su la semplice voce dell’innocenza. Per questo voglio comunque raccontare l’aneddoto (assolutamente vero), che avevo messo in serbo per festeggiare il raggiungimento dei 33.000 contatti.

Dovete sapere, innanzi tutto, che anche noi Mannari abbiamo famiglia. Mi sono quindi più volte chiesto se essere Mannari (cioè, insomma, avere la tendenza a ragionare in modo troppo logico e ad ingaggiare battaglie contro i mulini a vento in difesa di cause perse) sia un fatto genetico, e perciò potenzialmente ereditario.

Ammetto che sto quasi per rispondere affermativamente. Perché pochi giorni fa un mio nipotino, un gattino appena adolescente, mentre a tavola si chiacchierava – guarda caso – dello stravolgimento delle opere, mi ha fatto, santa ingenuità, la seguente domanda: “Ma se ci sono persone che pensano che le opere siano vecchie, antiquate, non più adatte al mondo attuale, perché non ne scrivono delle altre?”.

Sembra una storia che mi sono inventata, ma giuro che è vera, verissima. Ed è anche la domanda che molti di noi si pongono, senza trovare risposta. Ma se ne avete una, vi prego di comunicarmela, così potrò passarla al mio giovane nipote, risolvendo finalmente il suo dubbio.

Nel frattempo, se volete, potete lasciarvi convincere da quanti già sbandierano il solito argomento idiota, “non si può giudicare senza aver visto”, e andare a Firenze ad applaudire – con la coscienza tranquilla – Carmen che ammazza José.

In questo caso, però, state attenti, poiché sul sito del teatro trovate quella che si può senz’altro definire (tanto per usare anch’io un termine alla moda) come fake news, o, se preferite, pubblicità ingannevole. Poiché il riassunto della trama dell’opera contiene le seguenti informazioni, alcune delle quali palesemente false:

E buon divertimento dal vostro fedele

Mannaro

PS. Doverosamente aggiungo che la regia è di Leo Muscato, che è tutt’altro che un novellino eventualmente ricattabile, ma un regista famoso e pluri-premiato, per il quale nutrivo una certa stima, evidentemente mal riposta. Poiché se l’idea – mi assicurano – è stata del sovrintendente, stava a lui salvare la propria dignità e quella di Bizet rifiutandosi di accettare una proposta tanto indecente.

 

A NEW HOPE

 

Mannaro, decisamente sei uno strano gatto, starete senza dubbio pensando. Che ci azzecca Guerre Stellari con l’opera lirica, che, come sappiam0, è la tua principale fissazione?

C’entra, c’entra, e ora ve lo spiego. A parte il fatto che questo film, il primo e capostipite della serie Star Wars (per chi non lo sapesse, siamo già a otto), per gli amanti del genere ormai è un classico, non meno della Bohème per il melomani, la chiave sta nel titolo originale, A New Hope, appunto… che in italiano sarebbe Una nuova speranza. Il fatto è che l’idea di dare questo stesso titolo al mio post di Capodanno mi è balzata proprio spontanea fra le orecchie quando ho visto le prime immagini della nuova produzione di Tosca che ha aperto la stagione del Metropolitan il 31 dicembre.

Già il mio tenero cuore di Mannaro (dubitate? sogghignate? Tenero, sì! tenerissimo… in determinate circostanze) palpitava in trepida attesa quando ho appreso che la regia era affidata al GRANDE sir David McVicar, autore di spettacoli indimenticabili, tra cui una “trilogia delle regine” donizettiana di cui ho avuto già modo di parlarvi in un post del 7 aprile 2016 (NEW YORK, NEW YORK !). Ma, sapete, un po’ di diffidenza, o almeno di prudenza,  è d’obbligo, perché c’è sempre il rischio che anche i migliori si pieghino alle mode, per qualsivoglia motivo.

Ma no, non c’era ragione di preoccuparsi. Sir David, fedele a sé stesso, mette in scena una Tosca che, come afferma lui stesso nel trailer che troverete in calce, “è rappresentata come deve essere rappresentata“. E in questa semplicissima affermazione c’è già tutto quello che c’è da sapere.

Possiamo interpretare questa scintilla come una speranza? Possiamo considerare sir David (e con lui pochi altri grandi) come i Cavalieri Jedi capaci di lanciare la sfida alla potente Morte Nera del Regietheater, e sperare di batterla?

Beh, il Met è il Met. Un cambio di rotta, anche parziale, anche momentaneo, anche sporadico (ma che è in atto già da qualche tempo!) nella direzione di un ritorno a regie “comprensibili” operato dal teatro che, con La Scala, è il più importante del mondo, nell’opinione del vostro Mannaro potrebbe anche essere un segnale.

Certo, non c’è da farsi troppe illusioni, e tanto meno da cantare vittoria. Se (no, quando!) la follia iconoclasta del Regietheater potrà essere battuta, la guerra sarà stata lunga e durissima. Ma ogni piccola scaramuccia vinta è una fiammella che alimenta la speranza.

Grazie, dunque, a David McVicar ed ai suoi collaboratori, soprattutto lo scenografo e costumista John Macfarlane, gli spettatori del Met – anche i neofiti, come lo stesso regista tiene a precisare – vedranno la Tosca di Puccini. E, se ho ben capito (controllerò!), l’opera sarà anche proiettata in numerosissimi cinema di tutto il mondo, diffondendo una volta di più la bellezza, la magia, la suggestione di quest’opera e, più in  generale, di questa forma d’arte e di spettacolo così speciale.

Non vi pare una notizia degna in tutto e per tutto di aprire il nuovo anno?

E con questa “new hope”, gradirete, spero, anche i più cari auguri di ogni bene per il nuovo anno dal vostro affezionato

Mannaro

https://www.tribute.ca/trailers/the-metropolitan-opera-tosca/22536/

(Le immagini sono fotogrammi tratti dal trailer)

 

NUDI ALLA META

Confesso che lo spirito natalizio che ormai aleggia per ogni dove non mi rende affatto più buono, né più incline all’indulgenza e meno che mai al perdono verso gli stupratori di opere liriche. In compenso, però, mi ispira alla rilettura delle favole che mi dilettavano quando ero gattino, e specialmente della mia preferita, alla quale, come penso sappiate, continuo a fare riferimento ancora adesso, da gatto più che maturo.

So che la conoscete tutti benissimo, almeno a grandi linee, ma oggi mi è frullato fra le orecchie  lo sfizio di raccontarvela, anzi, di riportarne addirittura integralmente alcuni stralci, illustrandola in un modo che a prima vista troverete forse un po’ curioso, ma di cui, riflettendoci bene, sono sicuro troverete ben presto il senso profondo.

Come sapete, racconta Andersen che in un paese il cui imperatore teneva moltissimo alla propria eleganzauna volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all’altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.

All’imperatore l’idea piacque molto, tanto più che – pensava – gli avrebbe consentito di individuare quali, fra i suoi ministri e funzionari, erano stupidi ed immeritevoli della loro carica. E così i due impostorimontarono due telai e fecero fìnta di lavorare, ma non avevano proprio nulla sul telaio. Senza scrupoli chiesero la seta più bella e l’oro più prezioso, ne riempirono le borse e lavorarono con i telai vuoti fino a notte tarda“.

Dopo un po’, il re mandò un ministro a controllare i progressi dei tessitori, ma naturalmente il ministro non vide altro che i telai vuoti. “Entrambi i truffatori lo pregarono di avvicinarsi di più e chiesero se i colori e il disegno non erano belli. Intanto indicavano i telai vuoti e il povero ministro continuò a sgranare gli occhi, ma non poté dir nulla, perché non c’era nulla. ‘Signore!’ pensò ‘forse sono stupido? Non l’ho mai pensato ma non si sa mai. Forse non sono adatto al mio incarico? Non posso raccontare che non riesco a vedere la stoffa!’

«Ebbene, lei non dice nulla!» esclamò uno dei tessitori.

«È splendida! Bellissima!» disse il vecchio ministro guardando attraverso gli occhiali. «Che disegni e che colori! Sì, sì, dirò all’imperatore che mi piacciono moltissimo!»

L’imperatore continuò a mandare dai due furbacchioni ministri e dignitari, col pretesto di controllare il progredire dei lavori, ma sotto sotto per verificare che fossero all’altezza dei loro incarichi. Tutti scoprirono che non vedevano un bel niente, ma per timore di passare per stupidi continuarono a lodare la magnificenza delle stoffe e l’abilità dei tessitori.

“Gli imbroglioni richiesero altri soldi, seta e oro, necessari per tessere. Ma si misero tutto in tasca; sul telaio non giunse mai nulla, e loro continuarono a tessere sui telai vuoti”.

Alla fine finsero di confezionare per l’imperatore dei magnifici abiti da indossare in un’importante occasione. Purtroppo, anche l’imperatore non vide nulla, ma terrorizzato all’idea di essere uno sciocco incapace, si guardò bene dal dirlo. Sollecitato dai due furfanti, si spogliò e finse di indossare gli indumenti che tutti magnificavano.

“E così l’imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!». Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all’altezza del suo incarico. Nessuno dei vestiti dell’imperatore aveva mai avuto un tale successo.
«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino. «Signore sentite la voce dell’innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all’altro quel che il bambino aveva detto.

«Non ha niente addosso! C’è un bambino che dice che non ha niente addosso!»
«Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l’imperatore rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: “Ormai devo restare fino alla fine.” E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.”

La favola, a quanto ho potuto verificare, si conclude così, senza altri commenti e senza una esplicita morale, indubbiamente ritenuta superflua dall’autore…. ed anche dal vostro Mannaro, a cui appare sempre di più come un’attualissima parabola di ciò che siamo costretti a vedere quotidianamente nei teatri lirici di tutto il mondo… e poi a leggere nei commenti di quei critici illuminati che, beati loro, riescono a vedere tante magnificenze, mentre noi, nella nostra ingenuità, vediamo solo che dei furbacchioni si sono incamerati oro, sete e cachet principeschi e se la ridono alle nostre spalle.

Quanto alle illustrazioni, ovviamente vogliono avere quel significato simbolico che i registi gggeniali ficcano dappertutto, e immagino che lo abbiate afferrato benissimo. Se però voleste capire a quali opere si è preteso di associarle, confidando che tutti tacessero per non apparire stupidi ed incompetenti, ecco a voi la spiegazione:

  1. Salome
  2. Il trovatore
  3. La damnation de Faust
  4. Tosca
  5. Turandot
  6. Nabucco

E con questo, spero che vorrete gradire i più cordiali auguri di un lieto Natale da parte del vostro affezionato

Mannaro

DESPERATE HOUSEWIVES

 

I miei fedeli amici su Facebook hanno già avuto in anteprima – nel quadro del mio programma “Viaggiate informati con Mannaro” – notizia di questa imperdibile Medea di Cherubini, attualmente in scena a Stoccarda con una lunga serie di repliche che si protrarranno, a intervalli, fino a febbraio.

Non potevo proprio esimermi dal segnalarla, poiché si tratta di una bellissima opera che viene rappresentata abbastanza raramente, e quindi è anche possibile che qualche appassionato si lasci tentare, pensando che valga la pena del viaggio. Ragione di più, quindi, per il vostro Mannaro, di fornirvi le necessarie informazioni, specialmente avendo la fortuna di potervi raccomandare la testimonianza di uno spettatore che era fisicamente presente.

Si tacciano, quindi, i soliti detrattori che con aria di sufficienza mi/ci accusano di giudicare uno spettacolo da una o poche fotografie. No, l’amico Mozart2006 (che ormai dovrebbe esservi noto, e che se fosse un gatto meriterebbe senza alcun dubbio la qualifica di Mannaro!) era proprio lì, in teatro. Le fotografie, quindi, sono solo un aiuto per la migliore comprensione di quanto egli scrive.

Solo che… Eh, sì, lo ammetto, vi ho fatto un piccolo scherzo, e spero che non ve la prendiate a male. Perché l’immagine che avete visto all’inizio, e che sicuramente ha suscitato in voi rosee speranze, e magari perfino l’idea di prenotare un biglietto alla Staatsoper di Stoccarda, NON si riferisce affatto allo spettacolo di cui voglio parlarvi, ma ad una “vera” Medea, rappresentata a Lisbona nel 2005 (la trovate facilmente su You tube) e messa in scena da un regista che, ingenuamente, riteneva che la storia facesse parte della mitologia greca.

Idea, come potete facilmente immaginare, che altri registi, più illuminati, giudicano muffita, antiquata e priva di creatività. E infatti, ecco lo stesso momento dell’opera, la scena fra Giasone e Medea (almeno, credo…) come l’hanno vista e continueranno a vederla gli spettatori di Stoccarda:

 

E qui avete, pari pari, la testimonianza dell’amico Mozart2006 sulla geniale regia dell’opera:

Esito artistico in complesso abbastanza modesto, per questa produzione della Medea di Cherubini che costituiva il secondo nuovo allestimento della stagione in corso alla Staatsoper Stuttgart. Un’ esecuzione musicale non priva di pregi è stata compromessa in partenza dalla mancanza di una protagonista all’ altezza del ruolo e soprattutto da un allestimento che io, senza far tanti giri di parole, ho trovato francamente abbastanza insopportabile. Nella sua lettura scenica dell’ opera Peter Konwitschny, vecchio bonzo del Regietheater che ormai non ha chiaramente più nulla di nuovo da dire, ci ha somministrato la solita critica ai vizi ed eccessi della società capitalistica proveniente da quel teatro politicizzato che la mia generazione ha dovuto sorbirsi in dosi massicce durante gli anni Settanta. Una sorta di cucina sporca e fatiscente in stile terzo atto della Lulu di Berg costituisce l’ ambiente scenico dei primi due atti per lasciare poi il posto a una discarica di rifiuti che fa da sfondo alla tragica conclusione della vicenda.

(Qui non so a che punto siamo, ma palesemente Medea è in un momento di desolazione) 

I personaggi recitano in modo volutamente esagerato fino al grottesco, fatto percepibile anche dalla rielaborazione tedesca dei dialoghi in uno stile linguistico volutamente di tono basso e quasi triviale, con momenti di tono decisamente splatter come la scena in cui Medea mima un servizietto orale a Kreon nella prima scena del secondo atto mentre la povera Neris subisce una sorta di stupro di gruppo. Ora, tutto in una concezione registica si può accettare e ormai sulle scene tedesche si è visto praticamente di tutto e di più tranne che, almeno per ora, i veri omicidi sulla scena. Il punto è che Konwitschny in questa messinscena non dice nulla che non si sia giá visto: qui siamo all’ ennesima riproposizione di cose che in Germania l’ Action-Theater e l’ Antiteater di Rainer Fassbinder mettevano in scena circa cinquant’ anni fa. In definitiva, questa Medea ci proponeva per l’ ennesima volta il tipico prodotto di un’ avanguardia che ormai da tempo ha perso la sua carica innovativa e si è cristallizzata, divenendo essa stessa istituzione.

(Questi secondo la didascalia sono i figli di Medea che – probabilmente – giocano a duellare)

Il pubblico ormai non protesta più e la critica approva, per non beccarsi una patente di conservatorismo e anche perché ormai questo tipo di produzioni è divenuto lo standard e soprattutto qui in Germania si crede che non esistano altri modi di fare teatro. Francamente io a questo punto penso che, se è vero che fare sperimentalismo significa fare qualcosa di nuovo e originale mai fatto prima da altri, oggi la vera provocazione sarebbe quella di mettere in scena un’ opera esattamente secondo le didascalie e l’ ambientazione originali, magari recuperando anche la scenotecnica antica.”

Che dire? Non credo proprio di avere qualcosa da aggiungere a questa disamina, e neppure alla provocatoria (ma neanche tanto) soluzione proposta. Non mi resta che concludere festosamente con la scena del matrimonio (credo… In questi casi non si può mai essere del tutto sicuri di quello che si sta vedendo) e raccomandarvi questi due link. Al primo troverete la recensione completa dell’amico Mozart2006, al secondo una ricca selezione di altre foto dello spettacolo.

http://www.gbopera.it/2017/12/staatsoper-stuttgart-medea/

https://www.oper-stuttgart.de/spielplan/medea-oper/

Buona lettura, buona visione e carissimi saluti dal vostro fedele

Mannaro

© Foto Thomas Aurin

O DANNAZIONE!

 

Beh, chi ormai mi conosce da tempo sa che sono un gatto un po’ strano… e non solo perché sono Mannaro (caso che di solito riguarda di più i lupi), ma proprio perché a volte mi germogliano fra le orecchie idee non del tutto ortodosse… fenomeno, tuttavia, che penso di avere in comune con la mia identità umana, e che quindi dev’essere irrimediabilmente genetico.

Per farla breve, il motivo di questo preambolo è che ieri mattina, mentre riflettevo sulle due opere che, in rapida successione, ci erano state gentilmente offerte da RAI5, mi è balenata l’intuizione (deciderete voi quanto calzante) che certi registi stiano alle opere come i partner violenti stanno alle loro donne: a parole, dichiarano, giurano e spergiurano di amarle, ma in pratica le maltrattano, le malmenano, le picchiano, le sfregiano e a volte le assassinano. Ed ai miei più fedeli lettori non sarà difficile indovinare che tale riflessione mi è stata ispirata dalla Damnation de Faust messa in scena all’Opera di Roma da Damiano Michieletto (ma in parte, e per motivi diversi, anche da L’amico Fritz della Fenice, di cui vi riferirò in un prossimo futuro).

L’opera, come sappiamo, non fu scritta da Berlioz per essere rappresentata in forma scenica, ed è opinione – ho constatato – assai diffusa che sarebbe di gran lunga meglio rispettare questa intenzione dell’autore. Sinceramente, conoscevo poco l’opera, e solo attraverso l’ascolto. Non l’avevo mai vista “sceneggiata” e mi illudevo che questa “tabula rasa” che albergava nella mia mente mi avrebbe facilitato l’accettazione di quella che potevo già immaginare sarebbe stata una visione molto personale del regista, l’ineffabile e gggeniale Damiano Michieletto. Che poi, abbiamo scoperto, ha fatto ricorso all’escamotage usato e stra-usato, visto e rivisto, del sogno-delirio-flashback, che ormai ha smesso da gran tempo di fare notizia.

 

(Qui Marguerite si vuota in testa l’acqua. A destra i bicchieri)

Non è stato così. Con tutta la buona volontà, non solo non ho capito quasi nulla della complicatissima “versione” (o “visione”) data dal regista di questa Damnation, così fitta di simboli astrusi (qualcuno mi spiega l’onnipresente chiave, per favore?) da far girare la testa allo spettatore meglio disposto, ma ho dovuto purtroppo constatare che se l’idea base, il “concept” come dicono gli intellettuali, poteva essere interessante, la realizzazione è stata irrimediabilmente brutta, a tratti ridicola (l’enorme ratto avvelenato, la coda da serpente attaccata alla giacca di Mefistofele, la testa di Faust che viene bendata già prima dell’operazione chirurgica che prende il posto del dolce sonno in cui dovrebbe cadere, Marguerite che si vuota in testa otto bicchieri d’acqua, appositamente predisposti su un tavolino, ne sono solo qualche esempio), troppo spesso volutamente e inutilmente provocatoria, come il bacio “alla francese” – come ha ironicamente scritto il mio sito prediletto, Il Corriere della Grisi, che come sempre vi raccomando e di cui troverete in calce il link – tra Faust e Mefistofele. Il quale Mefistofele, imparzialmente bisex, tenterà anche (o forse perpetrerà… non so quale conclusione avesse in mente il gggenio) lo stupro di Marguerite, ficcandole insistentemente le mani sotto la gonna, palpandola ovunque e rotolandosi con lei in una sostanza nera e apparentemente viscida, che probabilmente dovrebbe simboleggiare il “male” o qualcosa del genere.

 

(Mefistofele nella pece…)

Questo spettacolo si poteva definire in molti modi, ma certamente non era l’opera di Berlioz. Era un’invenzione di sana pianta del regista – su cui si poteva o meno concordare, non è questo il punto – che usava come colonna sonora la musica di Berlioz. Nulla di strano, quindi, se da più parti è venuto al regista medesimo il consiglio più sensato, che poi è sempre lo stesso che viene offerto in questi casi. Se ha una sua personale (e assolutamente legittima… ce ne sono tante!) visione del Faust di Goethe scriva un’opera sua, trovi qualcuno che gliela musichi e poi la rappresenti tranquillamente dove e come gli pare. Ma non la spacci per l’opera di Berlioz, non tragga in inganno gli spettatori eventualmente ignari, che usciranno magari dal teatro convinti che Berlioz abbia scritto la roba che hanno visto.

Convinzione, fra l’altro, che sarà rafforzata in coloro che avranno voluto informarsi su un’opera così poco nota consultando il sito del teatro, dove avranno trovato una lunga e dettagliata sinossi della trama dell’opera, che inizia così: “Una vasta pianura in Ungheria. È l’alba di un giorno di primavera e Faust prova un intenso sentimento di gioia davanti allo spettacolo del risveglio della natura. La quiete che lo rasserena viene turbata da una danza festosa di contadini, verso i quali avverte quasi un geloso fastidio, e, subito dopo, dalla fanfara di un esercito che si avvicina (Marcia Rákóczy).”

Ve lo figurate lo spettatore poco esperto che quando si apre il sipario si trova davanti una stanza da letto in cui un tale (che dovrebbe essere un adolescente) si tiene stretta una trapunta in stile Linus, continuamente inquadrato da una telecamera che mostra e proietta su un grande schermo tutti i dettagli della cameretta? Quanto meno, il Teatro dovrebbe informare chi compra il biglietto che la Damnation di Berlioz è una cosa, quella di Michieletto un’altra.

(La trapunta di Linus)

Ma naturalmente ci sarà chi griderà al “genio” stracciandosi le vesti per l’entusiasmo, guardando con altezzoso disprezzo a quei tanti spettatori che hanno energicamente BUUUATO l’indegno spettacolo. Eh, si sa che i vestiti nuovi dell’imperatore hanno sempre un loro pubblico reverente.

Come spesso accade, il mio consiglio per una più dettagliata disamina dello spettacolo è di andare a cercarla a questo link.

http://www.corgrisi.com/2017/12/la-damnation-de-la-damnation-de-faust-candid-camera-allopera-di-roma/

E con questo amichevole consiglio, vi saluta anche oggi il vostro

Mannaro

© Foto Yasuko Kageyama

CRONACA DI UN SUCCESSO OBBLIGATO (o anche NUMI PIETA’…)

 

Tanta era la coda di paglia, tanta la consapevolezza di avere scelto – per motivi che al pubblico non saranno mai noti – un cast improponibile per Andrea Chénier di Giordano in qualunque circostanza, ma specialmente in occasione dell’apertura di quello che è e rimane (ahimè, fino a quando?) il teatro più prestigioso del mondo, che per settimane il pubblico, e in particolare quello che, per brevità, potremmo definire il pubblico di RAI 1, con le connotazioni che conosciamo, è stato sottoposto ad un bombardamento di vera e propria propaganda… tra l’altro – non saprei dire se per astuto calcolo o per pura e semplice insipienza (“Chi mettiamo ?” “Mah, metti la Callas che va sempre bene”) – supportata dall’ascolto di una delle più grandi esecuzioni de “La mamma morta” che a memoria umana si ricordino.

E naturalmente la stampa ha fatto la sua parte, impegnandosi a fondo per presentare il protagonista dell’opera, impropriamente ed anche ingiustamente noto come “il signor Netrebko” ( poiché io penso che, nel bene e nel male, avrebbe diritto al suo proprio nome e cognome, Yusif Eyvazov) come il non plus ultra dei tenori, e sbandierandone la perfetta conoscenza della lingua italiana e le doti di simpatia (requisito, quest’ultimo, che di per sé non è garanzia di una prestazione artistica all’altezza della situazione… un po’ come dire: “Però è un bravo ragazzo”….). Giovane tenore nativo, se non erro, dell’Azerbaigian, qualche anno fa Yusif ebbe la ventura di incontrare Riccardo Muti, che lo lanciò (udite e raccapricciate…) in un Otello (dico, Otello) a Ravenna, e subito dopo nella fatale e galeotta Manon Lescaut a Roma, ove scoccò la scintilla amorosa con l’attuale signora Eyvazov, meglio nota come Anna Netrebko. Che l’opera dovesse essere un successo era quindi non solo annunciato, ma anche imprescindibile. E come tutti i consumatori appena un po’ scaltriti sanno bene, la pubblicità è l’anima del commercio e se un prodotto è abbastanza reclamizzato, se si ripete un numero sufficiente di volte che è ottimo ed inimitabile, dopo un po’ il pubblico finisce per crederci, e quello che in origine era uno slogan finisce per diventare una verità accertata e consolidata.

“Ma Mannaro, direte voi a questo punto, hai sempre detto che tu non parli dei cantanti, ma solo delle regie ed affini!”

Avete perfettamente ragione, e infatti anche oggi non vi parlerò dei cantanti, nel senso che non analizzerò le loro prestazioni, tanto più che, come i miei lettori più fedeli sanno, non è propriamente esatto che io non parli dei cantanti. Ne parlo solo quando posso dirne bene, e quindi in questo caso mi taccio sui tre protagonisti… ma non esito ad affermare che mi è molto piaciuto l’Incredibile, Carlo Bosi, e che, in generale, ho apprezzato quasi tutti i comprimari.

 

Detto ciò, passerò a commentare assai brevemente regia, scene e costumi… questi ultimi il vero punto di forza della serata, belli, sontuosi ed adeguati all’epoca in cui si svolge la vicenda. Delle scene, poco ho da dire, poiché sono alquanto scarne, a parte il salone della contessa di Coigny. Per il resto, poche idee ma scontate, come gli specchi deformanti e la piattaforma girevole che facilita e rende più rapidi i cambi di scena, ma non fa molto di più. La regia all’apparenza – in televisione si vede poco  e male, come accennerò più avanti – si limita per lo più al più classico “Lei entra da destra ed esce da sinistra”, con il coro schierato e i solisti al proscenio. Ma non manca di alcuni spunti che rompono la monotonia per sfiorare il ridicolo, come il terzo atto che inizia – a quanto si può desumere – nella camera da letto di Gérard convalescente (peraltro invasa da numerosissimi suoi sostenitori) il quale, quindi, canta quello che dovrebbe essere un suo infuocato comizio non in piazza, ma mentre si abbottona il gilè.

 

 

Ma il punto, immagino, è che nella camera c’è il letto, indispensabile per la scena del ricatto e tentato stupro di Maddalena. Rassegnata al supremo sagrifizio, lei stessa si stende sul letto e si sbottona il corpetto… ma il clou della comicità (involontaria, penso) si raggiunge quando Gérard, già in ginocchio sul letto, si tuffa letteralmente su di lei… che però agilmente rotola da parte, facendogli mancare il bersaglio. Scena, come molti ricorderanno, vista in ogni “Die Hard” che si rispetti, quando Bruce Willis scansa, rotolando via, un assalitore, mentre lo spettatore è ormai convinto che quella sarà la volta buona in cui verrà accoltellato.

Una parola, o anche molto di più, andrebbe spesa per la regia televisiva, meritevole puramente e semplicemente della gogna, impegnata com’è nel negare allo spettatore televisivo qualunque idea di ciò che vede il pubblico in sala, e impietosa con i cantanti inquadrati sempre troppo da vicino, con tutte le loro smorfie, le colate di sudore e le occhiate colme di panico verso il direttore d’orchestra. Per non parlare delle abominevoli, ripetute, inqualificabili inquadrature dall’alto.

Altro, onestamente, non vi saprei narrare. Ho trovato lo spettacolo – scenicamente parlando – complessivamente accettabile (come molti hanno fatto rilevare sui social, si è visto di molto peggio, alla stessa Scala, e quindi è d’uopo accontentarsi) ma tetro, lento e abbastanza noioso. Con un cast diverso, probabilmente potrebbe anche essere un buon spettacolo. Stando così le cose, il parere del vostro Mannaro è che è stato penoso ed a tratti imbarazzante.

Per ogni altra considerazione vi raccomando la recensione a caldo del “Corriere della Grisi“, uscita già ieri sera, di cui condivido ogni parola.

http://www.corgrisi.com/2017/12/fratello-streaming-andrea-chenier-alla-scala-minimalismo-vocale-orchestrale-e-scenico/

Con i più cari saluti e gli auguri di buona festività dell’8 dicembre da parte del vostro

Mannaro

© Foto Marco Brescia & Rudy Amisano

PS. Mi spiace non aver trovato molte foto, ma per lo più vengono pubblicate quelle assai belle del primo atto (massimo sforzo della scenografia, che poi va un po’ perdendosi…), mentre le altre scarseggiano. Ma tanto chi non ha ancora visto lo spettacolo in TV lo vedrà…

DALLO SPAZIO CON ORRORE

 

Lo so… in questo periodo mi faccio vivo più raramente del solito. Magari pensate che stia bighellonando, o che mi sia perso d’animo e che mi stia rassegnando a subire le nefandezze del “teatro di regia” senza levare un miagolio. Qualcuno potrebbe perfino pensare (o illudersi) che mi manchi il materiale fresco su cui scrivere.

E invece, no. Il punto è proprio questo: l’abbondanza, l’imbarazzo della scelta fra una serie di produzioni l’una più stravagante ed irriconoscibile dell’altra che mi vengono segnalate dai vari agenti della M.I.A.O. (vi ricordo: Mannaro Intelligence Agency for Opera) dislocati nei punti caldi della lirica. E così, con troppo matariale a disposizione, finisco per non riuscire a scegliere, e me ne resto a oziare sul cuscino, meditando distrattamente il post su costumisti e scenografi (regolarmente complici dei registi nelle loro peggiori invenzioni) che ho in mente da tempo di sottoporre alla vostra attenzione, senza mai decidermi a scriverlo (ma lo farò! Prometto).

(Dopo che avete visto l’esterno della nave spaziale, eccovi qui l’interno)

Tuttavia stavolta la notizia di uno spettacolo davvero “spaziale” mi ha riscosso. Come avete visto dall’immagine iniziale, che nel caso in esame è già dotata all’origine di didascalia (e non c’è da stupirsene…) in conseguenza di qualche processo logico (o illogico) che mi è stato impossibile anche solo cercare di indovinare, stiamo parlando della Bohème di Puccini, in scena, con ben tredici repliche, alla più volte recidiva in fatto di mostruosità Opéra Bastille, dal 28 novembre al 31 dicembre (“Chiudiamo l’anno in bellezza” deve aver pensato l’ineffabile Stéphane Lissner, tristemente noto ai milanesi – e non solo – per un suo decennale passaggio al Teatro alla Scala, ed attualmente direttore, appunto, dell’Opéra de Paris, dove ne sta combinando di tutti i colori).

 

(Musetta? Mah… solo un’ipotesi)

Potete credermi, questa è La Bohème, corredata, sul sito del teatro, di una ricca galleria di 29 immagini, che chi vorrà potrà gustare interamente al link riportato in calce. Io mi sono limitato a sceglierne solo alcune, così, tanto per stuzzicare la vostra curiosità, ma evitando nello stesso tempo di provocarvi involontariamente gravi disturbi gastrointestinali.

(Questa è quasi sicuramente Mimì, ma non chiedetemi cosa stia succedendo)

(Un’altra Mimì? Un clone? Un pianeta di replicanti?)

(Ricerche scientifiche?)

Non c’è neppure bisogno di aggiungere che non sono riuscito stabilire la successione logica delle immagini, né il loro possibile (o impossibile…) legame con la storia raccontata dall’opera pucciniana. Quindi, ve le riverso qui alla rinfusa, lasciando il resto alla vostra immaginazione.

Mi limiterò a segnalare i nomi dei perpetratori di questo che, più che scempio, non esiterei a definire una parodia della Bohème. La regia è di Klaus Guth, le scene, degne in tutto e per tutto delle più recenti evoluzioni della saga di Star Trek, sono di Etienne Plus e i costumi, perfettamente spaziali, s’intende, di Eva Dessecker.

E con questa bella immagina del regista meditabondo (chissà quante altre pensate del genere ha in serbo!?!), vi saluta anche oggi caramente il sempre vostro

Mannaro

Ed ecco il promesso link: https://www.operadeparis.fr/saison-17-18/opera/la-boheme/galerie#slideshow0/29

© Foto Bernd Uhlig / OnP

POCHE IDEE (e neanche tanto chiare)

(Primo atto, con tutti i pilastri schierati a fare da caserma e da manifattura dei tabacchi. Se le foto fossero più grandi si potrebbe distinguere meglio anche la pozzanghera che si intravede appena lì a destra)

Miei cari amici e visitatori, eccomi qui a raccontarvi tutto sulla Carmen che ho visto a Cremona.

Per la verità, l’ho vista ben tre volte (prova generale compresa) per motivi personali, che sono del tutto irrilevanti in questa sede, perciò ne faccio cenno solo per farvi intendere che se, a questo punto, ci sono ancora cose che non ho capito le ragioni possono essere solo due… o forse sarebbe meglio dire tre, poiché la seconda ammette a sua volta due possibilità : 1) Io sono un gatto particolarmente ottuso; 2.1) Il regista non ha saputo chiarire le proprie intenzioni; 2.2) Il regista non aveva le idee chiare sulle proprie intenzioni.

E se quest’ultima ipotesi vi sembra strana, sappiate che non è affatto la prima volta che mi sorge questo dubbio, vedendo una regia, e in qualche caso ho avuto la prova che non era per niente infondato.

Comunque, c’è una cosa che è giusto dire subito: ho visto una Carmen che, se si sapeva in anticipo che era cronologicamente spostata a un’epoca non del tutto precisata – diciamo dagli anni Quaranta in poi (ma con certi costumi si arrivava anche fino ai Sessanta…) – per il resto corrispondeva alla Regola Prima del vostro Mannaro: era quanto meno riconoscibile come Carmen. Niente grossi stravolgimenti della storia, niente sangue, niente stupri, niente mutande…

Però, però… aspettate un momento. Qui bisogna intendersi. Niente di plateale, riguardo a quanto sopra, ma non crediate che mancasse qualche strizzatina d’occhio a tutti e tre gli elementi fondanti del Teatro di Regia. C’erano, eccome (mancava, però, il quarto, il carro armato, Deo gratias…).

Tanto per cominciare, per ammissione dello stesso regista, il belga Frédéric Roels, nelle sue Note drammaturgiche, “la povera Micaela sfugge allo stupro di gruppo per miracolo”, per quanto, poi, nella relizzazione scenica, il solo Morales tenti pesanti approcci (alleggeriti poi ulteriormente, se ho visto bene, fra la generale e la prima), peraltro in mezzo alla piazza, per cui non saprei dire fin dove avrebbe potuto spingersi anche se Micaela non fosse scappata.

Quanto al sangue… Beh, a guardare bene (ma proprio bene), il povero Zuniga non se la scampa con un breve sequestro, come previsto dagli autori, ma ad un certo punto, fra parole scherzose e rassicuranti, il Dancairo gli taglia allegramente la gola… ma con tanta delicatezza che quando il poveretto si accascia al suolo lo spettatore impiega un po’ a capire che cosa è successo, ed anche i numerosi astanti sul palcoscenico, José compreso, non fanno una piega. E comunque, neanche una goccia di sangue in vista.

(Da Lillas Pastia, con Dancairo, Mercedes, Frasquita e, a destra, Carmen)

Il sangue lo si vede solo alla morte di Carmen… ma qui occorre una serie di precisazioni, poiché non a tutti gli spettatori è dato di vederlo, questo sangue… e neppure di vedere una specie di pozzanghera sul palcoscenico (sembra una pozzanghera, poiché non ha niente della fontana, neppure un minimo di parapetto attorno…) in cui Micaela si sciacqua il viso per rinfrescarsi al suo arrivo in città. E’ lì che cadrà Carmen, e sotto il suo corpo si allargherà una piccola chiazza rossa. Ma questo solo a beneficio degli spettatori di palchi e delle gallerie, poiché dalla platea tutto questo non si coglie, grazie (si fa per dire…) ad una piattaforma rialzata di un mezzo metro che copre quasi l’intero palcoscenico, salvo una striscia al proscenio, rendendo invisibile dalla platea tutto ciò che si trova dalle caviglie dei cantanti in giù.

(La parte più suggestiva – o forse la sola parte suggestiva – della scenografia è il terzo atto, dove l’idea del fuoco nel bidono (non certo inedita, ma sempre efficace) crea dei bellissimi effetti.)

E se vi eravate illusi che mancassero le mutande… ebbene, neppure questo elemento era del tutto trascurato. In uno dei momenti più ridicoli dell’intera messa in scena vediamo Carmen ed Escamillo, nel loro duettino del quarto atto, nella seguente situazione: sono appartati sul lato sinistro del palcoscenico (sinistro di chi guarda). Lui, che evidentemente si sta vestendo per la corrida, compare con una vestaglia aperta, sotto cui indossa boxer bianchi e t-shirt, e durante il duetto Carmen gli regge un piccolo specchio, mentre lui si trucca mettendosi il fondotinta con una spugnetta e sottolineando gli occhi con la matita. E qui non aspettatevi commenti da parte mia. Fate voi.

D’altra parte il ridicolo si sfiora (e probabilmente si raggiunge anche) con l’entrata, al secondo atto, dello stesso Escamillo, che dovrebbe essere accompagnato da un numeroso corteggio di ammiratori, mentre entra solo soletto, in giacca chiara e occhialini da sole (ma non è notte?) e l’intera scena è trascinante quanto lo scoppio di un petardo bagnato.

(Escamillo “casual” da Lillas Pastia)

Prima di concludere, citerò un altro paio di elementi inspiegabili riguardanti Micaela (resa il più brutta, goffa e scialba umanamente possibile da trucco e costume). Ma il punto che nessuna delle persone che ho potuto interpellare ha saputo in qualche modo interpretare, è il grande mazzo di fiori con cui Micaela arriva al campo dei contrabbandieri. Li ha raccolti lungo la strada? Li ha portati da casa? Per farne che cosa? Alla fine li consegna a José, il quale poi li scaglierà rabbiosamente lontano nella concitata discussione con Carmen. Ma che cosa ci azzeccavano, in primo luogo? Mah, si accettano ipotesi.

Cattura Carmen fiori

Secondo punto, che – chissà? – dovrebbe essere il clou conclusivo dell’opera, il “finale aperto” che dovrebbe (immagino… non so che pensare…) creare drammatici interrogativi nello spettatore. Ma anche qui si ripete lo scoppio del petardo bagnato, poiché mentre José canta la sua ultima battuta, compare sulla destra (sempre di chi guarda) Micaela che gli punta contro una pistola. Che cosa voglia fare non è chiaro… e neppure se – qualunque cosa sia – lo farà. Il fatto è che la figura resta in ombra, e molti spettatori, a seconda della loro posizione, non possono neppure vederla, e quindi l’”idea” (se vogliamo chiamarla così) fa largamente cilecca.

(Ecco qui Micaela con la pistola, appena fuori dalle quinte e visibile solo da una parte della sala)

Per il resto, la Carmen più scolorita e tetra che abbia mai visto, con costumi che non erano costumi – infatti, da qualche parte, (non sul libretto di sala, però) ho letto l’indicazione “Costumi a cura di Lionel Lesire” – poiché, a parte le uniformi dei soldati, l’impressione era che si trattasse di abiti comprati al mercato o perfino portati da casa.

La scenografia è costituita da nove (se ho contato bene) pilastri a forma di parallelepipedo, che si spostano per creare le varie ambientazioni (rimane fermo solo un palo elettrico con isolatori e fili) e, per quanto cupi, non sono certo il peggio che si possa fare, anzi funzionano discretamente.

La cosa sconcertante invece, è che, tranne fra i contrabbandieri, non ci sono uomini in questa Carmen, a parte i soldati. Niente uomini sulla piazza, né nel primo atto (dove c’è solo la stucchevole e scarsamente comprensibile scena descritta da Zuniga – se non  sbaglio – fra il marito, la moglie e l’amante) né nel quarto atto. Nel quale, fra l’altro, si verifica un’altra sconcertante ridicolaggine, quando durante tutta la movimentatissima – musicalmente – scena iniziale (A deux cuartos…) succede solo che ci sono due cerchi concentrici di persone (uno di soldati, l’altro di donne), che, camminando pian piano in due sensi opposti, si scambiano dei soldi (credo) quando si incrociano. Senso non pervenuto, almeno a me.

E tuttavia, al momento di concludere, l’impressione generale che vorrei trasmettervi è che, con tutti i “difetti” che vi ho illustrato, tuttavia lo spettacolo si lascia vedere con un certo piacere. Si esce forse un po’ delusi da una Carmen di basso profilo e budget limitato, ma non disgustati, né urtati come da certe regie che stravolgono completamente le opere ad uso e consumo dell’ego ipertrofico dei registi. Una regia che definirei “onesta”, con alcune stupidaggini, diverse banalità, ma una sostanziale fedeltà al testo. E credetemi, di questi tempi c’è da fare festa.

E allora, vogliamo porre il dilemma? “Regia banalotta, ma opera riconoscibile, o regia magari esteticamente bellissima, ma opera stravolta?” (Sulla regia brutta e anche stravolta non pongo domande…).

A ciascuno, a seconda del suo gusto e del suo pensiero, l’ardua sentenza. Ma su questo tema, miei cari amici e visitarori, ho in mente di tornare, anche prendendo spunto da questa stessa Carmen. Aspettatemi, e vi miagolerò la mia… per quel che vale, s’intende!

E con questa promessa, abbiatevi anche oggi i saluti del vostro

Mannaro

©Foto Alessia Santambrogio

 

MANNARE CONSOLAZIONI

 

Ormai mi conoscete, miei cari amici e visitatori… Poche cose (a parte una bella messa in scena che renda giustizia a un’opera) sono per il vostro Mannaro fonte di consolazione quanto vedere alcune sue opinioni condivise non solo da voi (e siete tanti… tantissimi), ma anche dalla critica ufficiale, mediamente piuttosto disposta a sperticarsi in lodi per i meravigliosi vestiti invisibili dell’imperatore di turno.

Stavolta, quindi, posso dire che sono proprio contento di pensarla come uno dei redattori della rivista on-line Bachtrack, – e quindi tutt’altro che un blog mannaro qualunque – sul Don Carlos parigino sul quale vi ho intrattenuto di recente.

Sulla mia pagina Facebook ho segnalato l’articolo ed il relativo link, che riporterò in calce per chi desiderasse leggerlo per intero. Per i pigri e per chi con l’inglese non se la passasse tanto bene, ho promesso, e qui mantengo, la traduzione della parte riguardante specificamente la regia, e che è poi la parte preponderante della recensione. Ecco, quindi, che cosa scrive Mark Pullinger il 31 ottobre scorso:

“Stephane Lissner, direttore dell’Opéra de Paris ha avuto uno dei suoi più grandi successi come General Manager del Théatre du Chatelet con la messa in scena di Luc Bondy della versione francese del Don Carlos di Verdi in una coproduzione con La Monnaie e il Covent Garden. In quella versione l’Elisabeth de Valois di Karita Mattila arrivava nella foresta di Fontainebleau montando un bellissimo cavallo bianco. Nella nuova regia parigina di Krzysztof Warlikowsky l’Elisabetta di Sonya Yoncheva deve accontentarsi invece di una versione di fibra di vetro, accanto alla quale si presenta completamente vestita da sposa. E’ una fredda, incolore scena che riassume il lavoro del regista polacco alla Bastille.
Il set rivestito di legno di Malgorzata Szczesniak consta di pannelli rossi in lattice che suggeriscono il monastero e alla fine si trasformano in una palestra dove una Eboli accanita fumatrice è istruttore di scherma. Lo studio di Filippo ricorda da vicino una sala d’attesa di dentista, mentre Carlos è imprigionato in una gabbia di filo metallico, il che significa che è impossibilitato ad entrare in contatto fisico col suo amico morente, Posa.

Anziché la tomba, c’è un busto di Carlo V posato su una scrivania. E’ tutto molto chic in stile film noir, freddo e distaccato. Filmati in celluloide sgranati baluginano a intermittenza al di sopra del palcoscenico, mostrando anche un primo piano del Carlos di Jonas Kaufmann che si punta una pistola alla tempia. Filippo è perseguitato dal film surrealista di un vecchio che agita le gambe pendendo dalla sua bocca.
Una delle migliori idee di Warlikowski è rappresentare Carlos, all’inizio, con i polsi bendati, chiaramente il risultato di un tentativo di suicidio e indice dell’instabilità mentale del principe storico. All’inizio del quarto atto Eboli ha passato la notte con Filippo (tuttavia un dettaglio non originale – Peter Konwitschny ha fatto lo stesso a Vienna). (Qui devo osservare che mentre – mi dicono i bene informati – nella regia di Vienna i due erano proprio a letto, qui Eboli è sdraiata di traverso su una poltrona, con aria annoiata, completamente vestita, e lui seduto per terra, e si lamenta della propria solitudine senza curarsi della di lei presenza… Il regista si sarà fidato dell’intuito degli spettatori… Nota di Mannaro).

Warlikowski gestisce nobilmente la scena successiva alla morte di Posa… fino a quando il baritono deve alzarsi dal letto di morte per uscire di scena.

 

Ci sono molte di queste incongruenze. Nella scena del giardino Eboli ha appena scoperto – casualmente – che Carlos è innamorato della matrigna, Elisabeth de Valois. Questo segreto è così mortalmente pericoloso che Posa è pronto a ucciderla per farla tacere. Ed Eboli che cosa fa? Si accende una sigaretta e si sdraia di traverso su una poltrona.

Per l’inizio dell’Autodafé Warlikowski relega il coro dietro a uno schermo in modo da poter mostrare Filippo già sul punto di crollare (E’ anche palesemente sbronzo e continua a bere. Nota di Mannaro). Quando accade, il rogo degli eretici è un petardo bagnato, con una singola vittima gettata in ginocchio prima che vengano proiettate delle deboli fiamme. La temperatura drammatica rimane su “gelo” per tutta la serata.”

Interessante almeno quanto la recensione è poi il commento di un lettore, pure tradotto:

“E’ uno spettacolo che avevo intenzione di vedere, facendomi tutto il viaggio da Atene (penso si tratti di Atene in Grecia, anche se esistono diverse città di questo nome negli Stati Uniti. Nota di Mannaro) a Parigi a questo scopo. Per fortuna un mio amico mi ha sconsigliato a causa della regia di Warlikowski, e avendo visto l’opera sul sito dell’Opéra Bastille sono contento di non essermi dato la pena. […..]. Sono profondamente convinto che sia un insulto a Verdi da parte dell’Opéra de Paris far rivivere Don Carlos in un modo così grottesco. Non mi era piaciuta neppure un granché la messa in scena di Luc Bondy, qualche anno fa, ma questa lascia senza parole. Dopo aver avuto la fortuna di vedere entrambe le produzioni di Visconti di quest’opera a Londra e a Roma, e quella di Zeffirelli alla Scala, questa rivolta semplicemente lo stomaco. Quello che non riesco a capire è perché dei meravigliosi cantanti e direttori, come il cast di questa produzione, si adattino a questa spazzatura.”

Quest’ultima osservazione so che è condivisa da molti di voi, ed effettivamente viene da riflettere, specialmente quando siamo di fronte a cantanti di grandissimo nome, che potrebbero anche dissociarsi da produzioni di questo tipo (ad altri meno noti ed importanti è evidentemente impossibile, pena la fine della carriera). Sui motivi si può discutere, ma in ultima analisi li conoscono solo gli interessati. Magari alcuni condividono anche le scelte del regista, chissà? Ma il confronto fra la sontuosa nobiltà, ad esempio, della messa in scena del Don Carlo di Hugo de Ana a Torino, tre anni, fa e questo squallore dovrebbe essere impietoso anche per gli artisti coinvolti. A me sembra che cantare la grande aria di Filippo in quella splendida scenografia del Regio di Torino dovrebbe anche essere più facile che farlo seduti per terra in maniche di camicia… ma naturalmente io sono solo un gatto spettatore, e magari ai cantanti va benissimo così…

Sta di fatto che, finito lo streaming dell’Opera Bastille una buona occhiata al video di Torino sono andato a darla, tanto per aggiustarmi la vista e lo stomaco… Quindi ne propongo un brano anche a voi. Stessi cantanti, diverso regista… E buona visione!

Per concludere, ecco, come promesso, il link alla recensione di Bachtrack, con i saluti del vostro affezionato

Mannaro

https://bachtrack.com/review-don-carlos-warlikowski-kaufmann-yoncheva-tezier-garanca-abdrazakov-paris-october-2017?utm_medium=email&utm_campaign=Bachtrack+Newsletter++November+2017&utm_content=Bachtrack+Newsletter++November+2017+CID_6aab69cea9d72e676e01c14b5c5cdfc9&utm_source=Campaign+Monito