ABOUT – NOTIZIE IN BREVE

Quando ancora non era Mannaro, ma solo un micio un po’ sempliciotto, il gatto, mentre se ne stava a teatro, ad un certo punto ha cominciato a porsi la domanda: “MA PERCHE’ CERTI REGISTI SI INVENTANO L’OPERA, ANZICHE’ STUDIARLA?”

E lì han cominciato a crescergli i canini…………

Se anche a voi sorge ogni tanto lo stesso dubbio, qui troverete argomenti per alimentarlo.

Benvenuti!!!

NOTA BENE: SCORRENDO VERSO IL BASSO TROVERETE DI VOLTA IN VOLTA L’ULTIMO POST PUBBLICATO

P.S. Chi capitasse per la prima volta su questo blog e volesse sapere qualcosa di più sulle motivazioni che spingono il gatto Mannaro a pubblicarlo può fare riferimento al post “Chi sono?” del 17 aprile 2015. Ma suggerirei anche il più recente Gli indifferenti” del 20 agosto 2015, e magari il brevissimo “Siamo seri” dell’ 1 ottobre 2015.

Mannaro

(per i meno esperti di informatica: cliccando sui titoli in rosso, si apre automaticamente il link con i post indicati)

INDOVINELLI, TRUCCHI E INGANNI

 

A dire la verità, non avevo alcuna intenzione di scrivere un post per Natale. Noi gatti, specialmente se Mannari, siamo spiriti pratici, badiamo al sodo, e di conseguenza non siamo particolarmente legati alle festività comandate, ed anzi, ammetto che guardiamo con un certo divertimento agli umani che si agitano tanto per fare acquisti sconsiderati in certi precisi periodi dell’anno, scambiandosi regali spesso destinati al riciclo ed auguri (magari sinceri, o anche no) per cose che, se si verificheranno, lo faranno del tutto indipendentemente dai loro auspici.

Un pensierino, giusto per non uscire troppo dal coro, l’ho già mandato ai miei amici più fedeli, e lo ripeterò anche qui, alla fine di questo post, ma non avevo – e non ho – intenzione di formulare alcun tipo di augurio più impegnativo, specialmente per l’anno a venire che, come al solito, sarà come sarà, per tutti e per ciascuno.

Quindi, niente post natalizio, avevo deciso. E infatti questo di oggi è nato del tutto casualmente, anche se, in fondo, potrebbe assumere il carattere di un post di fine anno, un momento in cui tirare alcune somme e stabilire – o ribadire – alcune distinzioni di principio.

L’occasione è stata la foto che avete visto in apertura, pubblicata qualche giorno fa su una delle tante pagine Facebook dedicate all’opera lirica, e sulla quale, ultimamente, l’admin (come credo si dica con termine “attuale”) propone, a volte, ai membri del gruppo un indovinello – non so se su ispirazione o ad imitazione dello storico AMOP (Against Modern Opera Productions), pagina creata da un mio carissimo “soul mate” che mi avete visto spesso citare per le sue battaglie contro le peggiori aberrazioni del cosiddetto “teatro di regia”.

Gli indovinelli di AMOP hanno la caratteristica di essere irrisolvibili, a dimostrazione del fatto che un’opera passata per le mani di un regista cosiddetto “moderno” perde ogni possibilità di essere riconosciuta. E per chiarezza vi propongo la più recente foto pubblicata, che, come vedete, può essere adattata a far parte di ogni e qualsiasi opera conosciuta o sconosciuta nell’orbe terracqueo (ma vi dirò senza altri indugi, perché non vi facciate venire il mal di testa provando a formulare ipotesi, che si tratta de Le nozze di Figaro a Stoccarda).

(Notate anche voi l’assurda posizione del televisore? Ma naturalmente non è questo il problema peggiore…)

L’indovinello proposto con la foto di apertura, tuttavia, è più sottile, e nasconde un trucco. Infatti, ci viene detto che si tratta di un’opera di Wagner, e perciò oltre 160 appassionati di lirica si sono lanciati nelle ipotesi più azzardate, scomodando ogni titolo possibile e immaginabile del repertorio wagneriano.

Il trucco (o l’inganno) consisteva nel fatto che, come dopo un po’ è saltato fuori, l’autore non era Richard Wagner, bensì il meno noto Reinhardt Wagner e l’opera, riconoscibilissima a questo punto, è Poil de carotte (tratta, penso, dall’omonimo romanzo autobiografico di Jules Renard, che narra le disavventure di un ragazzino dai capelli rossi).

Miei cari mannari, il punto qui – a mio modo di vedere – è che oltre 160 persone ci sono cascate. Hanno creduto, in buona fede, di trovarsi di fronte ad una versione “moderna” di un’opera wagneriana, che poteva essere Sigfrido o La walchiria, o Lohengrin o tutto quel che poteva passare per la mente.

E questa è precisamente la dimostrazione di quanto tanto spesso vado ripetendo… all’unisono con tutti gli ostinati difensori dell’opera “riconoscibile”. Non solo le regie “moderne” non aggiungono nulla di valido ad alcuna opera, ma semplicemente rendono le opere tutte uguali, nel senso che le snaturano, le privano della loro identità ed unicità. Col pretesto di “rinnovarle” le rendono tutte intercambiabili, impossibili da distinguere. E i melomani sono ormai così rassegnati a vedere delle innominabili ciofeche al posto delle opere che conoscono ad amano, da cascare in questi tranelli, convinti come sono che ci possa essere davvero qualcuno che ha ridotto a questo una qualunque opera wagneriana.

Quanto poi alla pretesa che mettere in scena un’opera a proprio capriccio sia un aspetto della libertà dell’arte, vorrei ricordare qui per l’ennesima volta che il lavoro del regista d’opera non ha nulla a che fare con l’arte. L’arte è essenzialmente creatività. E la creatività, signori miei, appartiene agli autori, ed è stata già esercitata una volta per sempre. Il regista “METTE IN SCENA” l’opera, con il suo gusto e la sua sensibilità, s’intende, ma se non rispetta quanto creato dagli autori sta semplicemente dipingendo una sua crosta sopra la tela della Gioconda o mettendo le mutande a fiorellini al David.

E con questo, miei carissimi Mannari vi auguro di non spendere troppo, di non abbuffarvi esageratamente, di stare bene di salute e di passare giorni sereni con le persone che preferite. Insomma, riassumendo:

SALISCENDI, GIRAVOLTE E VOLI

(Francesco Maria Rondani – Assunzione della Vergine – Particolare)

(Questo – o altra analoga immagine – è quanto moltissimi spettatori, televisivi e non, hanno creduto – erroneamente, ma non per loro colpa – di veder citato nel finale dell’opera)

Adesso, miei cari mannari, vi confiderò una cosa. Sia pure con un certo sforzo, arrivo a capire, in astratto, quanti apprezzano (sinceramente, non perché hanno, in un modo o nell’altro, un qualche interesse a farlo) il modo considerato “moderno” di rappresentare le opere… concetto questo di “modernità” peraltro assai vasto, che va dal semplice utilizzo di strumenti tecnici oggi disponibili, alla vera e propria re-invenzione o meglio falsificazione/stravolgimento dell’opera originale a proprio capriccio, passando per tutte le situazioni intermedie.

(Sempre – s’intende – erroneamente molti spettatori hanno dedotto da questa immagine del primo atto che Tosca si fosse assentata un momento dal parrucchiere dove faceva la tinta per raggiungere Mario in Sant’Andrea)

Sarà che il mondo cambia, i gusti si evolvono (o involvono), che l’opera lirica fa parte di una cultura che sopravvive a stento e pare in via di estinzione… Insomma, capisco, anche se certo non condivido, che ci sia chi pensa che si debba avere una concezione di come rappresentare l’opera diversa dal passato.

Quelli che proprio non capisco sono coloro che, di fronte ad uno spettacolo come la Tosca (regia di Davide Livermore, se volete segnare…) che ha appena inaugurato la stagione scaligera, sospirano, rassegnati, che abbiamo visto di peggio (verissimo… chi ha visto la recente Tosca firmata da Calixto Bieito, col Cavaradossi madonnaro impacchettato nel nastro adesivo ha visto sicuramente di peggio…), che non si può chiedere più di tanto, che dopotutto la trama era rispettata, i costumi (più o meno… assai meno che più) erano accettabili, i cantanti non son più quelli di una volta, ma fanno del loro meglio… Insomma che vogliamo dire, è quel che passa il convento. Accontentiamoci.

(Qui la scena del primo atto, inizio del Te Deum. Le colonne che vedete non fanno che salire e scendere più volte, tutto ruota o si muove da solo e perfino i candelabri avvampano alla fine, senza umano intervento)

(In precedenza, anche l’impalcatura andava avanti e indietro e contemporaneamente il quadro – in realtà, penso, uno schermo – scendeva dall’alto, e Mario lo dipingeva in modo virtuale, facendo comparire magicamente pennellate di colore)

Eh, no. Questi proprio non li capisco. Perché accontentarsi di uno spettacolo che punta tutto sull’inutile grandiosità delle scene, su elementi superflui come lo sfiancante continuo movimento di oggetti che per loro natura dovrebbero essere fermi, come le colonne della chiesa, i candelabri, la stessa cappella, perfino l’angelo (orrendo, a parer mio) che avvolge con enormi ali il carcere rotante di Castel Sant’angelo (anch’esso una delle numerose aggiunte superflue…), dove tutto si muove a sproposito, creando solo distrazione e capogiro, per non parlare degli assurdi tableaux vivants che sovrastano la scena nel secondo atto, messi lì, all’apparenza, solo per suscitare negli spettatori la curiosità di sapere se si tratta di persone reali, col risultato – da Mannaro, mi chiedo se voluto – di distrarli totalmente dalla scena sottostante, che dovrebbe essere il clou di tutta l’opera, e concludendo con la scena finale che quasi tutti hanno interpretato come l’assunzione al cielo di Tosca (e se hanno sbagliato vuol dire che l’intento non era per nulla chiaro!)… accontentarsi, dicevo, di questa paccottiglia come del “meno peggio” è proprio ciò che conduce all’agonia e prossima morte dell’opera lirica. Perché l’unico modo per farla sopravvivere è PRETENDERE, a gran voce, che una ragionevole e ragionata “modernità” non significhi il prevalere di una inutile spettacolarità sugli elementi essenziali che sono la musica e il canto, qui a malapena al livello della sufficienza.

 

(Eccoli lassù, i quadri viventi che molti non hanno notato affatto, mentre i più attenti hanno passato metà del secondo atto a fissarli per capire che erano davvero persone fisiche e si muovevano… Peccato che sotto si svolgesse l’opera!)

Se a ciò aggiungiamo una regia televisiva pervicacemente determinata a stupirci con effetti speciali (detesto in modo particolare le riprese dall’alto… Quale spettatore ha mai visto l’opera dal soffitto???), implementando ad libitum quelli, già fastidiosi assai – a quanto mi dicono spettatori presenti fisicamente – propinati al pubblico in sala, come l’incessante “passeggiare”, salire, scendere, ruotare, spostarsi degli elementi della scenografia.

Altro non ho intenzione di dire su questa Tosca, che non posso neppure definire deludente, poiché non è niente di diverso da ciò che, conoscendo il regista, il cast e il direttore, mi aspettavo.

 

Questa non vi nascondo che è la mia immagine preferita (nel senso del comico). Non contenta di aver accoltellato più volte Scarpia, Tosca ne affretta la morte strangolandolo. Dopotutto, non dice forse “Muori dannato! Muori, muori!”? Così gli dà una mano, no?…

Vi rimando, perciò, come già in altre occasioni, ad una pagina Facebook e Blog sul web con cui mi trovo spesso in sintonia, Il Corriere della Grisi, storico gruppo di melomani assai preparati e, forse per naturale conseguenza, assai caustici. Gruppo molto inviso, ben più del vostro umile Mannaro, alle lobby di laudatores, essendo da sempre, manzonianamente, “vergin di servo encomio” ed abituato a dire, come raccomandava il grande Bardolfo/Eugenio Gara (ma chi se lo ricorda più?) “vino al vino e cane al cane”.

(Ed proposito di quest’ultima raccomandazione, troverete al link qui di seguito anche un giudizio da me ampiamente condiviso, sui cantanti, dei quali, come sapete, parlo solo quando posso dirne bene.)

Tosca alla Scala in diretta tv. Vorrei ma non posso

E con questo forse troppo scarno commento e questo link caldamente raccomandato, chiude per sempre con questa dimenticabilissima Tosca alla Scala e vi saluta anche oggi caramente il vostro

Mannaro

NOTA: Le immagini sono tutte del Teatro alla Scala, compreso il fotogramma in cui Tosca strozza Scarpia, prelevato dal trailer sulla pagina Facebook del Teatro. Nomi di fotografi non ne ho trovati, spero di aver adempiuto al doveroso riconoscimento verso gli autori con questa nota.

ANDREA CHÉNIER… SON IO!

Un po’ stufi dell’attesa? Eh, lo so, non posso darvi torto. Questo Andrea Chénier ve l’ho promesso da tempo, ma spero che non abbiate mai dubitato che, anche con qualche indugio e qualche ritardo, il vostro Mannaro avrebbe, come sempre, mantenuto.

Perciò, eccomi qui a raccontarvi… o meglio, a farvi vedere il più possibile di questo spettacolo esteticamente bello, scenicamente efficace, vocalmente emozionante, a cui ho avuto la fortuna di poter assistere, come piace a me, più di una volta.

Da raccontare, in realtà, non c’è molto. La storia l’hanno già raccontata Giordano e Illica, come meglio non si sarebbe potuto, ed in questo caso il regista, Pierfrancesco Maestrini (segnate e sottolineate, ma, per una volta, in positivo!) ha interpretato nel modo più corretto il senso del suo lavoro, che è di “mettere in scena” l’opera, non di perdere il sonno a pensare come cambiarla, strapazzarla, rovinarla (a proposito, cercherò di parlarvi, a breve, di come, in un recente Don Carlo, un regista famoso conclude l’opera con la morte di Carlo e Filippo e il trionfo di Posa… così, tanto per dire).

 

(Qui, come vedete, si colloca l’azzurro sofà – c’era davvero, e proprio azzurro! incredibile eh? – e si accende il grande lampadario che poi verrà sollevato)

(Evidentemente, “Un dì all’azzurro spazio…”)

Mi limiterò, perciò, a mostrarvi alcune immagini, immediatamente comprensibili quanto visivamente suggestive (da qui il titolo… l’opera che ho visto era Andrea Chénier, riconoscibile al primo sguardo senza il minimo dubbio!), e non offenderò la vostra intelligenza aggiungendo lunghe didascalie, come spesso sono costretto a fare per spiegarvi che cosa state vedendo.

 

(Qui la scena del secondo quadro, purtroppo un po’ scura in foto, nonostante i miei sforzi)

(Momenti del processo)

Pochissimi, come ho detto, gli interventi del regista sulla lettera del libretto. Interessante, e secondo me efficace, la conclusione del primo atto, dove, anziché riprendere la festa, la contessa rimane sola ad illudersi che il suo mondo possa continuare a restare immutato, mentre divampano le fiamme della rivoluzione e il palazzo è invaso dalla folla che la ucciderà… tutto perfettamente inserito nel vorticoso crescendo della musica.

(E qui il finale)

Che altro potrei aggiungere, se non manifestare la più grande consolazione, che spero di essere riuscito a condividere con voi? E, come sempre, i più cari ed affettuosi saluti del vostro fedele

Mannaro

© Foto Dominique Jaussain

USATO SICURO

(Si appresta il Te Deum… Ma che ve lo dico a fare? Si capisce benissimo!)

Mei cari mannari, non crediate che non vi capisca quando, stanchi di ingoiare bocconi amari, aspirate, di tanto in tanto, a qualche consolazione. Trovo del tutto comprensibile, quindi, che sapendo che sono andato – non idealmente, o in streaming, o su Youtube, o con altri mezzi artificiosi, ma proprio con il mio corpo fisico (in forma umana, purtroppo… ai felini è, del tutto ingiustamente, negato l’accesso ai teatri!) – a vedere un’opera che, fin dall’apertura del sipario, sembrava quella che era, e cioè la Tosca di Puccini, più d’uno di voi mi chieda di raccontarvene qualcosa.

Devo ammettere che nella mia ormai lunghissima esperienza di recite di Tosca sono stato per lo più abbastanza fortunato. A parte le inevitabili piccole stupidaggini che i registi non mancano mai di disseminare qua e là (ad esempio ricordo una Tosca alla Scala, in cui, prima che spuntasse l’alba del terzo atto, il carceriere, dopo aver detto “Scrivete!”, si portava via la lanterna, lasciando il povero Cavaradossi a scrivere al buio… impasse, d’altra parte, assai comune, poiché, per quanto assurda, l’ho vista ripetersi spesso). Tuttavia non ricordo di avere mai assistito ad una Tosca totalmente e gravemente stravolta (tipo quella abbastanza recente firmata da Bieito, gggenio da cui, notoriamente, ci si può aspettare qualunque cosa, e di cui ho avuto modo di parlarvi un paio di anni fa  (SE NON VEDI NON CI CREDI). No, ammetto che, con mia grande consolazione, ho sempre visto messe in scena di Tosca quanto meno riconoscibili… il che, come sapete, è, a mio modo di vedere, il requisito minimo di una regia che si rispetti.

Quest’ultima Tosca andata in scena a Modena a fine ottobre, firmata da Alberto Fassini e ripresa da Joseph Franconi Lee, è una produzione ormai ultraventennale (e quindi vista e rivista in numerosi teatri), e non solo soddisfa il requisito minimo, ma in molti casi lo supera.

(Se pensate che siamo a “Vissi d”arte” avete visto giustissimo)

Prima di tutto, non succede nulla che non sia previsto e contemplato nel libretto, o – peggio – che lo contraddica del tutto, costringendo, come troppo spesso accade, i personaggi a dire una cosa e farne un’altra. Da segnalare poi in modo speciale la bellezza dei costumi di William Orlandi.  Come ben sappiamo, spesso dei buoni, accurati costumi che fissino la giusta epoca hanno, da soli, la capacità di salvare uno spettacolo, quand’anche le scene fossero carenti e la regia distratta.

Unico neo – scelta che avrà sicuramente le sue motivazioni, che però sono risultate incomprensibili a tutti gli spettatori che ho potuto consultare – è la collocazione del quadro della Maddalena letteralmente sotto i piedi degli artisti, costretti a camminare, sedersi, inginocchiarsi sopra il quadro stesso (che, a quanto pare, nella fattispecie era pure sdrucciolevole). E che, per di più, è appoggiato su una lunga a ripida scala, che i protagonisti salgono e scendono in continuazione, e non sempre con un preciso motivo.

 

(Ecco tutti i protagonisti intenti a calpestare in vari modi il quadro, nel duetto del primo atto e poi durante il Te Deum. Sullo sfondo la bellissima e suggestiva scena dello sfilare della processione)

Ma, in questi tempi così tristi, vogliamo indugiare su questo dettaglio (e magari sul fatto che anche qui – azione che per me resta inspiegabile – Cavaradossi dovrebbe scrivere al buio perché il carceriere, pervicacemente, si frega la lanterna)?

Sinceramente, non me la sono sentita di prendermela per così poco, e mi sono goduto intensamente (due volte) tutto il resto, anche perché era cantato molto bene e di più, e questo è sempre, per il vostro Mannaro – che come sapete, parla dei cantanti solo quando può dirne bene – grandissimo motivo di consolazione.

(Mario è morto, con scenica scienza cadendo, anzi, quasi ruzzolando sulle scale. E Tosca, con altrettanta scienza, sta per buttarsi… “O Scarpia, avanti a Dio!”)

Mi auguro che dalle non molte immagini reperibili possiate farvi un’idea dello spettacolo. Mi dispiace solo – non avendo trovato una foto di scena –  non potervi mostrare il più bel costume di Cavaradossi che abbia visto da molti anni a questa parte, insolitamente completo anche di mantello (benché lo indossi solo per pochi minuti all’inizio). Indumento che, come tutti sappiamo, per la sua spettacolarità e versatilità è uno dei pilastri assoluti dell’opera, indegnamente, ormai, sostituito, per lo più, dall’anonimo cappottone d’ordinanza.

Sperando di avervi fatto cosa gradita con questo resoconto, e soprattutto con queste confortanti immagini, vi saluta anche oggi affettuosamente – dandovi appuntamento al suo ritorno sul cuscino da un altro, imminente viaggio, in occasione di uno Chénier che “promette molto” –  il vostro

Mannaro

Foto pubblicate sulla pagina Facebook del Teatro Pavarotti di Modena

METOO (o Tu quoque?)

Come forse già sapete, il vostro Mannaro è un gatto di parola, o almeno si sforza di esserlo. Chi mi segue su Facebook sa che recentemente ho lasciato più volte il mio cuscino per andare a teatro, e precisamente, in rapida successione, a Firenze ed a Modena, dove ho assisituto, rispettivamente, a Carmen e Tosca, e che ho promesso di parlarvene, quindi eccomi qui a mantenere.

Carmen era l’ormai arcinota versione col finale “capovolto”, mentre Tosca riprendeva una regia risalente agli anni Novanta, lo spettacolo con cui concluse la sua carriera la grande Raina Kabaiwanska, e quindi di impianto sostanzialmente tradizionale.

Poiché i miei affezionati lettori hanno sempre un gran bisogno di consolazioni, non mi stupisce aver ricevuto pressanti richieste perché scrivessi qualcosa su quest’ultimo spettacolo, mentre chi non ha visto questa particolare messa in scena di Carmen è curioso di sapere se e come il finale è stato in qualche modo giustificato.

Ho deciso, perciò, parlarvi di entrambi, in rapida successione. Ma per oggi partirò da Carmen, poiché quando uno spettacolo funziona come dovrebbe – come questa Tosca d’annata, che rimando ai prossimi giorni – bastano poche parole e poche immagini a darne un’idea.

Che dire, dunque, su quella che, dandomi lo spunto per il titolo, un mio giovane e spiritoso amico ha definito la “Carmen Metoo”? (per chi, caso mai, non lo sapesse, Metoo – traduzione, “Anch’io” – è il movimento messo in piedi da donne – soprattutto, ma non solo, del mondo dello spettacolo – che sostengono di aver subito, durante la loro vita, molestie sessuali di varia gravità, che per una ragione o per l’altra non hanno denunciato a suo tempo, e solo adesso hanno deciso di uscire allo scoperto)

Su questa Carmen avevo già scritto l’anno scorso, (AH, LA MALEDIZIONE! (ovvero: Una risata li seppellirà) dopo che, alla prima, la pistola con cui la protagonista ammazza José fece clamorosamente cilecca, evocando inquietanti presenze dello spirito vendicativo di Bizet. Ora che l’ho vista in teatro, e dopo qualche riflessione a posteriori, ho concluso che la cosa che mi ha colpito di più non è tanto il finale, ormai risaputo ed atteso, ma piuttosto l’interminabile serie di stupidaggini da cui lo spettacolo è costellato.

A volte sono stupidaggini clamorose – il finale, ovviamente, su tutte – altre volte soltanto piccole cose, da cui però chi conosce l’opera, testo compreso (purtroppo è il caso del vostro Mannaro, come potete immaginare…) si sente infastidito come dallo stridio di un gesso sulla lavagna. (Mi ha assicurato un testimone oculare che mentre il testo cantato non subisce modifiche, i sovratitoli erano adattati al nuovo finale. Io non ho guardato, perciò non posso confermare né smentire. Nota di Mannaro)

Giusto per farvene un’idea, passerò ad illustrarne qualcuna.

(Questo è il campo nomadi che avete visto circondato dalla polizia nella foto di apertura – poi recintato con una rete metallica – da cui gli abitanti entrano ed escono sotto il controllo degli agenti. Da notare che, all’apparenza, gli abitanti “normali” della città da qui non passano… Alla vostra sinistra la roulotte di Carmen)

La prima, e la peggiore (sempre a parte il finale) è l’dea di base di ambientare la storia non nella normale e festosa piazza cittadina di Siviglia, ma in un campo nomadi, trasformando gli originali soldati di guarnigione, probabilmente integrati con la popolazione ed inclini a fraternizzare – chiudendo magari un occhio perfino con i contrabbandieri – in poliziotti ostili e decisamente brutali.

Da questa inopinata innovazione, che potrebbe sembrare di poco conto, ma si rivela non esserlo affatto, derivano una serie di conseguenze, che finiscono per trasformare la Carmen di Bizet in tutta un’altra storia, cozzando non soltanto con il libretto, ma anche con la musica, che evidentemente col libretto stesso è strettamente correlata, ed anzi intrecciata (particolare che i “moderni” registi insistono pervicacemente ad ignorare).

Così, il vivace e movimentato viavai dei cittadini sulla piazza del primo atto, si trasforma inopinatamente (ed in stridente contraddizione con la musica) in una colluttazione fra gli zingari e i poliziotti, che, armati di scudi e manganelli, finiscono per richiudere i nomadi nel loro campo, elevando una recinzione.

In questo clima conflittuale, è ovvio che la mal frequentata taverna di Lillas Pastia non possa diventare un ritrovo popolare fra i poliziotti, e infatti nel secondo atto non ne vediamo nemmeno uno. Così, tutta la scena delle profferte di Zuniga a Carmen è soppressa, e quando Carmen dirà a José di aver ballato per i soldati, suscitando la sua gelosia, racconterà una pura e semplice frottola. Ed Escamillo, che dovrebbe arrivare con un numeroso seguito di fan e brindare con i soldati, arriverà solo e brinderà con i comuni avventori.

(Come si vede, neanche mezzo soldato, né poliziotto…)

A queste “dimenticanze” il regista è costretto a rimediare rabberciando, all’inizio dell’atto, e senza musica, una scena in cui Zuniga, (all’apparenza, forse, ubriaco) attraversa la scena e si aggira fra le roulotte del campo, chiamando a gran voce “Carmen!”, per poi andarsene senza aver avuto risposta.

Una delle vette del ridicolo si tocca, poi, quando José, alla fine della scena con Carmen, dopo essersi rifiutato di disertare per seguirla, conclude decidendo di mollarla (“Adieu pour jamais!”). Sta di fatto, però, che dopo averle dato l’addio, inopinatamente la segue dentro la sua (di Carmen) roulotte, e si sbatte la porta alle spalle.


Lì il pubblico dovrebbe intuire che la picchia e la violenta, visto che lei ne esce poi tutta scossa, barcollante e con la faccia insanguinata. Nel frattempo è arrivato Zuniga, che dovrebbe bussare, e poi dire che aprirà lui stesso la porta (della locanda), ma in realtà fa tutto questo standosene seduto su una sedia e senza aprire né chiudere alcunché.

Arrivano i contrabbandieri, e mentre le ragazze confortano Carmen, uscita malconcia dalla roulotte, come ho detto, gli uomini cospargono Zuniga (che nel frattempo si è azzuffato con José, dandogli un sacco di botte) di benzina e provano a dargli fuoco (qui ci sono due versioni. Io ho capito che è lo stesso Zuniga a soffiare sul fiammifero per spegnerlo – e infatti è corso fra il pubblico un sommesso risolino. Però altri hanno inteso che sia il Remendado a risparmiargli la fiammata… senza però impedire che gli sparino e portino via il corpo su un telo di plastica).

Ora, mi sta bene tutto, anche che quel brutalone di José abbia stuprato e malmenato Carmen, ma mi dovete spiegare perché, dopo questo trattamento, lei insista ancora tanto per portarselo “là bas sur la montagne”, mentre per logica dovrebbe cacciarlo a pedate.

Senza parlare, poi, del fatto che José viene presentato come brutale con Carmen, ma moscio assai con tutti gli altri, poiché busca botte da orbi sia da Zuniga (che lo butta a terra e lo prende a calci nelle costole) sia, in seguito, da Escamillo, che lo prende letteralmente in giro, schivando i suoi colpi come se fosse un toro nell’arena. E se Carmen è costretta a salvare Escamillo è solo perché José, buttato malamente a terra, estrae la pistola e sta per sparargli.

Insomma, avrete capito che da premesse all’apparenza quasi innocenti, finiscono per svilupparsi conseguenze non solo in contraddizione con l’opera originale, ma talvolta al limite della comicità. Non ultima la lettera della madre, letta da voce femminile fuori scena, tutta così mielosa da far venire il diabete. Per non parlare della corrida (dell’arena neanche l’ombra) a cui al campo nomadi assistono su un televisore predisposto da Lillas Pastia, e dell’ultimo colloquio fra Carmen ed Escamillo, che avviene al telefono alle due estremità del palcoscenico (lei a un apparecchio pubblico, lui mentre si veste per la corrida).

 

 

E adesso viene, naturalmente, il bello, la conclusione dell’opera. Io che sapevo già come andava a finire, mi sono molto divertito, uscendo, ad ascoltare i commenti del pubblico più ignaro ed “innocente”, che non ci aveva capito una beata mazza.

Le domande frequenti erano perché José avesse confessato di aver ucciso Carmen, quando era chiaro che lei, se pur presa a manganellate, gli aveva sparato ed era viva e vegeta, mentre era lui a essere moribondo (e infatti è morto subito dopo).

Ma non finisce qui, nossignori. Il clou è stato – morto José –  la comparsa, sospeso in alto sopra il palcoscenico, del corpo di Escamillo, evidentemente ucciso dal toro, fra le acclamazioni della folla, palesemente composta di accaniti animalisti, che gridava “Victoire, Victoire!”, senza dubbio all’indirizzo della bestia vittoriosa.

Bene, credo di avervi raccontato quasi tutto l’essenziale. Probabilmente devo aver dimenticato (o rimosso) un bel po’ di cose, ma penso che un’idea possiate esservela fatta.

Un’ultima osservazione sul regista, Leo Muscato, del quale ho visto lavori apprezzabili (tra cui un bel Nabucco, proprio a Firenze, qualche anno fa), e che francamente non capisco come si sia lasciato trascinare dalla “moda” a mettere in scena uno spettacolo tanto sconclusionato (da qui il “Tu quoque” del titolo…).

Perché, miei cari mannari, la mia opinione è che la Carmen di Bizet sia già di per sé una sufficiente denuncia del femminicidio, cioè di come la gelosia e la possessività del maschio e l’esigenza di libertà della donna, venendo a conflitto, possano condurre a tragedie in cui entrambi corrono alla rovina. E penso che volerlo spiegare “al popolo” come se non fosse in grado di capirlo da solo porti soltanto a naufragare nel ridicolo.

E con questo, dandovi appuntamento, prossimamente, a qualche parola ed a qualche immagine consolatoria della Tosca di Modena, vi saluta caramente anche oggi il vostro

Mannaro

©Foto: Michele Monata; Paolo Paolini

SANTUZZA IN CONVENTO E LOLA PRINCIPESSA… (o viceversa… O la monaca è Lola e la principessa è Lucia…?)

No, tranquilli, sono io, il vostro solito, equilibrato Mannaro. Non sono ammattito. Il titolo però rispecchia fedelmente la confusione che mi ha messo in testa quanto elucubrato, e disgraziatamente messo in scena, da un “regista” (virgolette d’obbligo, poiché tale viene definito, ma, a mio parere, senza alcun giustificato motivo) che preferirei non nominare, poiché è tutta pubblicità gratis, ma di cui, mio malgrado, vi sarà più avanti rivelato il nome, acciocché possiate segnarvelo.

(Per parte mia ricorderò solo che ebbi la sfortuna di un incontro diretto con lui, ai suoi esordi, quando la sua Traviata – per così dire – con le zingarelle barbute che ballavano una specie di can-can in tutù fatti con i sacchi della spazzatura fu il solo ed unico spettacolo della mia vita che non ebbi la forza di vedere fino in fondo).

Stavolta nessuno potrà dire che Mannaro scrive senza aver visto, poiché non scriverò con le mie zampine una sola riga. Mi basterà condividere con voi il riassunto/commento di un nuovo amico, Athos Tromboni – che ringrazio per l’autorizzazione – copiato e incollato tale e quale come è stato pubblicato sulla rivista on line Gli amici della musica Net a cui vi rimando, per l’originale completo, al link in calce.

Eccovi dunque il suo puntuale resoconto, ché d’altro non v’è bisogno:

LIVORNO – Immaginiamoci di inventare una storia dove nella Sicilia della prima metà del Novecento una donna che si chiama Lola, già fidanzata di un giovanotto che si chiama Turiddu, convola poi a nozze con un carrettiere che si chiama Alfio. Turiddu era partito per fare il militare e quando ritorna trova Lola sposata col carrettiere. Ma l’amore fra i due non è finito: così Lola e Turiddu si incontrano frequentemente, fanno l’amore addirittura in chiesa, e lei rimane incinta. Nel frattempo però Turiddu ha sedotto anche una giovane nubile, che si chiama Santuzza. Quest’ultima viene a sapere della relazione extraconiugale di Lola con Turiddu, ma essendo lei la fidanzata “ufficiale” (perché in processione Turiddu e Santuzza pomiciano come colombi innamorati, incuranti dei presenti, nonostante siano in Sicilia, anzi in un paese di campagna della Sicilia) allora decide di confidare a mamma Lucia, la madre di Turiddu, la verità sui due amanti; e dopo un litigio con Turiddu, in piazza, il giorno di Pasqua, informa anche il marito di Lola, Alfio, che ovviamente s’infuria e aspira  alla vendetta in un duello rusticano. Nel frattempo erano andati tutti in chiesa e quando la funzione religiosa è finita, tutti sciamano allegramente cantando “Viva il vino spumeggiante” e lì, sul sagrato della chiesa, mentre tutti brindano, Lola abbraccia Turiddu e i due si scambiano un sensualissimo bacio sulla bocca. Arriva Alfio, il marito di Lola, e sfida al duello rusticano l’amante della moglie; Turiddu acconsente col morso dell’orecchio e i due si danno appuntamento “nel giardino dietro l’orto”.

Però là, forse, non è Alfio che lo finisce a colpi di coltello, no, è la stessa Santuzza che là “nel giardino dietro l’orto” probabilmente precede Alfio e ammazza lei Turiddu… ma non si sa se sia andata così, si sa che Santuzza appare stringendo in pugno il coltello intriso di sangue. Lola partorisce il bambino, ma deve espiare la colpa del tradimento e viene mandata in convento di clausura, dove prende i voti col nome di Suor Angelica. Naturalmente le viene tolto il bambino che cresce allevato da… mamma Lucia.
In convento Suor Angelica (già Lola sette anni prima) riceve un giorno la visita di mamma Lucia, che intanto è diventata la sua Zia Principessa. Lucia, anzi, la Zia Principessa è venuta per farle firmare la rinuncia all’eredità e a ogni bene di famiglia e le comunica che anni prima il figlioletto è morto. Suor Angelica non firma la devoluzione della sua eredità, e allora la Zia Principessa la firma lei falsificando l’atto. Suor Angelica intanto si dispera, cerca anche di aggredire la zia Principessa, che si protegge dai pugni della suora e si scansa impaurita. Poi La Zia Principessa se ne va e Suor Angelica decide il suicidio. Si avvelena, ma per accelerare la dipartita, si taglia le vene dei polsi con lo stesso coltello con cui Santuzza (o Alfio?) aveva sette anni prima ucciso Turiddu.

Questa storia surreale, degna della fantasia di un Luis Buñuel, non ce la siamo inventata, anche se in apertura di questo “Parliamone” abbiamo esordito dicendo «Immaginiamoci di inventare…»: questa storia surreale è stata la realizzazione teatrale del fantasioso e fantascientifico dittico Suor Angelica (Puccini) e Cavalleria rusticana (Mascagni) che ha inaugurato la stagione lirica del Teatro Goldoni di Livorno. Una coproduzione che dopo il debutto nella città labronica andrà anche al Teatro Coccia di Novara e al Sociale di Rovigo.
La storia surreale, comincia con Suor Angelica e prosegue con Cavalleria specificando (in un sovratitolo all’inizio di quest’ultima opera) che la vicenda era successa sette anni prima del suicidio di Suor Angelica in convento. Tutta ‘sta storia è stata messa in scena dal regista Gianmaria Aliverta coadiuvato dallo scenografo Francesco Bondì, dalla costumista Sara Marcucci e dalla light-designer Elisabetta Campanelli.

Premettiamo che lo spettacolo ha avuto gli applausi anche calorosi del pubblico livornese; e postmettiamo che a noi personalmente lo spettacolo nel suo insieme ha fatto inorridire. Consideriamo le idee innovative necessarie e a volte indispensabili: quando queste possono aggiungere (non togliere) significati profondi e limpidi alla verità drammaturgica; consideriamo provocazioni gli stravolgimenti della drammaturgia ai fini della pura e autocelebrativa estasi della meraviglia. Prendiamo atto che nel bel libretto di sala sia il regista, sia lo scenografo, nei loro scritti, hanno dovuto giustificare (secondo noi) o spiegare filosoficamente (secondo loro) la ragione delle scelte provocatorie, sostituendo la razionalità con l’affabulazione; così, tanto per stravolgere due opere-manifesto del verismo in musica. E allora abbiamo assistito non alla Suor Angelica di Puccini e alla Cavalleria rusticana di Mascagni, ma a quella di Aliverta e Bondì. Loro fieri delle loro trovate, appagati dagli applausi del pubblico, gratificati nel loro ego dal consenso ricevuto. Noi intristiti per l’occasione persa di vedere una vera Suor Angelica e una vera Cavalleria rusticana nella città di Pietro Mascagni.

A questo punto, è evidente che non c’è proprio nulla da aggiungere, se non il link all’articolo completo, dove troverete anche numerose foto dello spettacolo (foto, a parte alcuni dettagli, assai ingannevoli, per via del’impianto sostanzialmente “tradizionale” della scenografia, sulla vera natura dello spettacolo stesso…) e, come sempre, in  più cari saluti e un “a prestissimo” dal vostro

Mannaro

https://www.byst.it/gadmnet/route.jsp?page=Parliamone

©Foto Augusto Bizzi per il Teatro Goldoni di Livorno

FANTAOPERA

NABUCCO 4 NATALE

(Da questa foto non indovinate di sicuro, non provateci proprio…)

Toh, chi si rivede… Il buon vecchio Mannaro, che molti, temo, credevano (o temevano, o speravano…) fosse giunto alla fine anche della sua settima vita e fosse sparito per sempre.

No, il vostro Mannaro è qui, e adesso non perderà tempo a giustificare la sua assenza, a cui non è stato estraneo neppure un momento di seria depressione di fronte a troppi spettacoli talmente sconfortanti che ormai alcuni critici di buonsenso hanno preso la decisione estrema di sorvolare sulle regie, limitandosi a commentare le esecuzioni musicali… implicitamente suggerendo al pubblico di assistere alle opere ad occhi chiusi, a scanso di dannose sorprese.

Ma se i gatti hanno notoriamente sette vite, noi Mannari ne abbiamo perfino qualcuna in più, quindi eccomi di ritorno, spinto dalla tentazione irresistibile di ripartire proponendovi di indovinare il titolo di un’opera (peraltro universalmente conosciuta) leggendo il racconto della trama, che vi propongo così come l’ho trovato (desunto, o forse addirittura copiato dal libretto di sala) su una delle numerose pagine Facebook dedicate alla lirica, aggiungendo di mio solo qualche immagine ad illustrazione del contenuto. (Nota: mi interrogo sulla scelta dell’anno. Perché proprio il 2046? Se qualcuno ha idee o meglio ancora informazioni in proposito, lo prego di comunicarcele)

Ovviamente ho omesso i nomi dei personaggi, altrimenti che indovinello sarebbe?

Nel 2046 un gruppo militarizzato raccoglie su una grande nave cargo i profughi del mondo devastato, le immagini del quale scorrono ininterrottamente sul grande schermo di bordo.

I naufraghi, disorientati e spaventati, vengono privati dei giubbotti salvagente, unico possibile spiraglio di salvezza e libertà, sono poi obbligati a consegnare i documenti di identità e sono marcati uno ad uno. Tra i beni loro sottratti molti libri, testimoni di civiltà, che saranno più tardi distrutti dai miliziani.

(Ecco il mucchio dei giubbotti. Spero che dopo la fine delle repliche ne venga fatto dono a Open Arms o Mediterranea. A chi salva davvero naufraghi faranno sicuramene comodo)

Il capo, XXX, è supportato dalla propaganda televisiva della figliastra YYY, costantemente ripresa in diretta da un gruppo di cineoperatori.

Approfittando di un momento di vaneggiamento di XXX,  YYY gli sottrae il comando e prende il potere.

A Natale, per trasmettere un messaggio tranquillizzante ai popoli soggiogati, la despota si fa riprendere mentre distribuisce onorificenze ai fedelissimi e decora l’albero. Nella sala spezzoni di antichi monumenti, trofei delle civiltà scomparse. (Ecco spiegata la foto iniziale)

XXX tenta di sottrarsi alla segregazione impostagli dalla nuova reggente ma viene liquidato con la consegna del suo pacco regalo, umiliato e riportato nelle proprie stanze.

I profughi, la cui dignità è stata ormai totalmente annullata, vagano per la nave evocando mestamente la libertà perduta, ma alcuni libri sopravvissuti alla distruzione ridestano le coscienze e la voglia di reazione.

Alcuni tentano la fuga a nuoto, ed è XXX a portare loro aiuto.

YYY sta per giustiziare i prigionieri ma intorno al comandante spodestato si è ricomposto un gruppo che rovescia la situazione. XXX salva i condannati, riconosce i loro valori e vi aderisce. YYY ammette i propri errori e si uccide.

Orbene, qualcuno avrà certamente individuato in questo racconto alcuni riferimenti che gli hanno fatto risuonare in testa un campanellino. Ma non sarà che hanno ripreso qualcosa dalla trama del Nabucco di Verdi?, si sarà chiesto.

Ebbene, è così… in un certo senso. Perché questa è per l’appunto la trama della rappresentazione che ha fatto propria (a parere del vostro Mannaro e di non pochi altri, abusivamente) la musica del Nabucco, Quanto al testo, non posso fare a meno di domandarmi con quale sprezzo del senso del ridicolo il pubblico presente abbia potuto assistere allo spettacolo, quando era chiara la totale e completa dissociazione fra parole cantate e situazioni rappresentate.

Vi aspettate dei commenti? Francamente, non so se è il caso, poiché in quattro e più anni ormai credo di avere detto tutto quello che era possibile dire.

Ma, giusto per dimostrare che non sono proprio solo nelle mie convinzioni, posso citarvi le parole di qualcuno che decisamente non è un povero gatto sconosciuto ai più e che si ostina a miagolare nel deserto:

 “Ora si affida tutto a qualche imbecille che stravolge il libretto e inventa una storiaccia infame, declassando la musica a colonna sonora”.

Ecco, stando a quanto riferisce  Il Corriere della Sera in un articolo di qualche anno fa (6 novembre 2015), le parole, virgolettate, del Maestro Riccardo Muti.

E allora che cosa potrebbe mai aggiungere un comune Mannaro?

Solo la doverosa informazione che registi di questa bella pensata sono l’ineffabile coppia Ricci-Forte, già inventori della premiata (premiata davvero, purtroppo!) Turandot di Macerata, con la principessa a cavallo dell’orso polare, la fucilazione dei bambini ed altre nefandezze varie, già più volte illustrate su queste virtuali pagine. (Post più recenti, qui:  E COSI’, ABBIAMO VISTO…AH AH AH AH AH AH)

E, a margine, un solo, amaro commento: trovo semplicemente abominevole la moda di sfruttare le tante tragedie legate al fenomeno migratorio in atto ed alle guerre che lo alimentano, per farne spunto di spettacoli che magari vengono pure spacciati per “denunce”, mentre, per come la vedo io, sono solo vergognosi pretesti per “far parlare”. Perché nella musica c’è già tutto il dramma, tutto il pathos necessario e sufficiente. E chi vuole accostare al presente le sofferenze degli ebrei in Babilonia non fa alcuna fatica a pensare a palestinesi, siriani, curdi (e via dicendo) dei giorni nostri. Senza bisogno di interventi demiurgici di registi furbacchioni.

E cari saluti dal vostro redivivo

Mannaro

©Foto Roberto Ricci

 

OTELLO IN CANOTTIERA

Sì, l’ho fatto apposta. Per dispetto.

Perché mentre tutti, o quasi, coloro che danno notizia di questo Otello in scena nei giorni 11 e 13 agosto nel quadro del Luglio Musicale Trapanese solleticano la pruderie del pubblico con la foto degli ormai famosi nudi in caserma, il vostro Mannaro – anche se più sotto non si esimerà dal necessario compito di farveli vedere – proprio si rifiuta di “aprire” con la “non notizia”.

Vedete, secondo la mia opinione, il fatto che l’Otello di Verdi inizi con un’esposizione (non ostentata all’eccesso, ma bastante, eccome, a far versare fiumi di inchiostro, soprattutto virtuale, al mondo dell’opera) di baldi giovinotti svestiti, è una non notizia. Con l’opera (Otello o un’altra, non fa differenza) questa ennesima, stupida, insignificante “provocazione” (o piuttosto “esibizione”) non ci azzecca un bel nulla. Non ci riguarda. Non ci tocca se non nella misura in cui accresce la nostra profonda tristezza che l’opera – nell’opinione di chi la produce e di chi la mette in scena – sia scesa così in basso nel gradimento del pubblico da doverlo richiamare con la promessa di un “ti-vedo-non-ti-vedo” di nudi, nella fattispecie maschili.

Li volete proprio vedere? Ebbene, eccoveli.

E se volete vedere anche meglio, potete guardare il trailer in calce all’articolo di ADNKronos di cui troverete il link qui sotto  e nel quale, significativamente, alla scena della doccia, che poi si svolge tutta durante il colloquio del primo atto fra Jago e Roderigo, è dedicato quasi un terzo del tempo totale.

https://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2019/08/12/trapani-dramma-otello-consuma-tra-nudi-maschili_S5x5pNqjE616NEy0dHgDBL.html?refresh_ce

Tra l’altro, leggendo l’articolo, potrete godere anche di un breve riassunto sul “concept” dell’opera, come l’ha inventata il regista.

(Qui, l’essenza profonda dell’attualizzazione: Desdemona con le autoreggenti… o è un reggicalze? Non vedo bene, ma è anche vero che noi gatti non sappiamo molto di biancheria femminile. Tra l’altro, avrei pensato che al comandante con moglie al seguito spettasse, anche in caserma, un letto matrimoniale…)

Avrete così conferma  che dopo avere dato scandalo con il manifesto dell’opera, che ritrae un uomo nudo sotto la doccia, ecco che il pubblico accorso ieri sera per la prima al Teatro open air Giuseppe Di Stefano di Trapani, si ritrova nel primo atto ben tre soldatoni muscolosi che fanno la doccia nudi come li ha fatti mammà, mentre Jago architetta con Roderigo l’inganno che condurrà Otello alla catastrofe.

Ma troverete anche, magari non del tutto inaspettatamente, la quasi comica “excusatio non petita” del comunicato del Luglio Musicale Trapanese, secondo cui:nel gioco del vedo-non vedo, per qualche secondo i corpi scolpiti si mostrano senza vergogna. Sia ben inteso, nessuna volgarità. Cigni usa la provocazione con eleganza e sapiente raffinatezza, e rivisita il testo shakespeariano lavorando sugli snodi psicologici che determinano la dinamica dell’ambiguo”. La storia viene collocata da Cigni nella prima metà del Novecento, in una caserma in cui gli uomini (i soldati) animano la vita di una piccola isola dell’Egeo appena occupata, con le loro donne e i figli e alla presenza della popolazione locale“.

Adesso, la domanda che tanti appassionati di tutte le stagioni (non solo estivi, quindi) si pongono è sempre la stessa: PERCHE’? Intendendo, naturalmente, chiedersi non perché un regista scelga di mettere un po’ di sederi nudi a caso in un’opera (quello si capisce benissimo, è a scopo chiaramente promozionale), ma perché si ritenga di avere il diritto di inserire in una rappresentazione d’opera una scena completamente fuori contesto, senza alcun legame con la storia, i personaggi, il senso del lavoro degli autori.

Ma c’è chi una spiegazione la trova… e non so se sia peggio, come si suol dire, la toppa o il buco. Perché siamo alla solita scusa di rendere l’opera “più vicina” al pubblico (mentre l’idea – mannara, certo! – dovrebbe essere, se mai, di rendere il pubblico più vicino all’opera).

Ecco che cosa scrive, ad esempio, su Teatro.it tale Edgardo Bellini (nome così operistico da far pensare ad uno pseudonimo…), arrampicandosi sugli specchi così platealmente che sento stridere le unghie fino da qui…

Il regista opera un dichiarato, efficace tradimento del libretto di Boito – iperletterario ed arcaizzante (“Boito? Puah! Che schifo di libretto, non ci si capisce una beata mazza!” mi sembra di leggere, neanche tanto fra le righe. Nota di Mannaro) – per rendere più leggibili le dinamiche teatrali della drammaturgia; una scelta che attraverso una precisa ricodifica estetica spinge lo spettacolo verso la sensibilità di un pubblico non necessariamente avvezzo alla lirica e ai suoi stilemi, pur senza impoverire o banalizzare le ragioni dell’opera. La sfida diventa invece di natura più intellettuale quando l’azione dei personaggi arriva a contraddire apertamente la parola: così Otello uccide Desdemona con un pugnale, anziché soffocarla; e a Lodovico che intima «La spada a me!» Otello consegna una rivoltella. Un inganno stavolta quasi magrittiano, con cui il regista interroga la vitalità del testo dichiarando la propria libertà di essere infedele al segno senza tradire il significato”. (I paroloni difficili hanno sempre effetto, eh? Fanno tanto “cultura”. Altra nota di Mannaro)

(Certo, volete mettere quanto diventa più vitale il testo se Otello pugnala Desdemona anziché strangolarla? Un salto di qualità epocale… Terza ed ultima nota di Mannaro)

Ma, tornando all’argomento dello pseudo scandalo, mi pare necessario precisare che il problema, per come lo vedo io, non è tanto il nudo (che comunque nell’opera, o almeno nel repertorio classico, è sempre gratuito), ma è, ancora di più, il nudo senza alcun senso.

Ora, la Carmen di Bieito che si sfila le mutande in piazza (al momento mi sfugge se per Zuniga o per José…), o il Duca di Mantova (di cui non ricordo il regista, ma francamente non me ne importa un fico secco) che si spoglia davanti a tutta la corte, calzini compresi, ed entra nudo nella camera dove lo attende Gilda, sono scene totalmente superflue, e decisamente di pessimo gusto, ma pur sempre, in qualche misura, coerenti col contesto. Il fatto è che ormai il nudo è quasi un obbligo, si ficca dappertutto, che ci azzecchi o non ci azzecchi, come nel caso in esame. E poiché si ritiene comunemente che il nudo maschile faccia più scandalo di quello femminile, vai col nudo maschile come se piovesse.

Altro non ho da dire. Il fenomeno è noto e parla da sé. Vorrei solo aggiungere che ho visto, di recente, una Tosca con la regia di Andrea Cigni, ed era una Tosca normalissima, godibilissima (a parte un leggero quanto ingiustificato avanzamento d’epoca di alcuni anni). Quindi non posso neppure attribuire questo Otello ad una posizione, diciamo così, di “filosofia dell’invenzione personale” (come potrebbe essere, ad esempio, quella di un Michieletto o di un Vick), ma proprio un fatto di opportunità, di “visibilità”, una scelta deliberata di puntare al facile scandalo. E questo mi pare sia cadere molto in basso.

A questo punto, non mi resta che scusarmi per la prolungata assenza (sapete bene che effetto mi fa il caldo…), e augurarvi un buon Ferragosto, opportunamente rinfrescato, con i più cari saluti dal vostro affezionatissimo, e, speriamo, definitivamente redivivo

Mannaro

Foto del Luglio Musicale Trapanese

VOLARE… OH OH… NUOTARE OH OH OH OH…

 

Forse qualcuno dei miei più fedeli mannari ricorderà che, più o meno un anno fa, avevamo avuto l’occasione di viaggiare informati fino a Bregenz (sponda austriaca del lago di Costanza), per vedere una Carmen sotto molti aspetti spettacolare, ed anche, per amore del vero, a tratti visivamente assai bella, ma piuttosto opinabile soprattutto per le prestazioni fuori ordinanza richieste ai cantanti, costretti a sguazzare nell’acqua (qui il post: RUBBERBOOTSREQUIRED ).

Ebbene anche quest’anno a Bregenz le cose sono complicate, specialmente per Gilda, costretta a cantare “Caro nome” dondolando a rispettabile altezza su una mongolfiera, e per di più lanciando dall’alto rose rosse, a somiglianza, come ha acutamente osservato un gattofilo mio amico, di Wanda Osiris ai suoi bei tempi.

Per il resto, chi volesse regalarsi il viaggio per godere di questo spettacolare spettacolo (chiedo scusa, non vi ho ancora avvertiti che si tratta di Rigoletto!) può contare su un enorme pupazzo meccanico dai mille movimenti (dev’essere costato quanto il bilancio statale del Burkina Faso, secondo la mia opinione).

 

Muove le dita, apre la bocca, apre, chiude e ruota gli occhi, e ci si può pure cantare dentro, affacciandosi fuori dai denti, come, guardando bene, potete notare. Il tutto sul tradizionale palcoscenico galleggiante, con diverse piattaforme accessorie, da una delle quali, che sembra la fiancata di una nave, viene anche lanciata una ragazza… credo (e spero) una figurante atleticamente preparata, che potrebbe (ma è solo una mia ipotesi) rappresentare forse la figlia di Monterone, scaricata dal Duca.

(Qui si intuisce molto bene che il pupazzo sa muovere le dita, ed anche usarle per gesti poco educati)

 

(Qui una parte del complicatissimo macchinario alloggiato nella testa, che consente tutti quei movimenti che vi ho detto, e forse anche altri che mi sono sfuggiti…)

 

(Qui la ragazza buttata in acqua da rispettabile altezza mentre si dibatte disperatamente… spero per finta, ma la scena non è edificante ugualmente)

Il quale Duca si aggira per la scena vestito da domatore, suggerendo l’idea che il tutto voglia raffigurare un circo. Idea (peraltro assai stantia e innumerevoli volte riproposta) suffragata dall’abbigliamento di Rigoletto, che ormai abbiamo visto così tante volte vestito da pagliaccio che nessun giovane spettatore ricorderà più, probabilmente, che in origine era un buffone di corte… cosa un pochettino diversa.

(Ecco il domatore – notare il frustino)

(Qui personaggi grotteschi di varie fogge, che penso facciano parte del circo/festa a palazzo. Notare le molteplici tette)

(Qui Rigoletto/pagliaccio, con parrucca tipo Sor Pampurio e naso rosso regolamentare)

Al momento, ho visto solo un trailer (in calce il link, mi assicurano tuttora visibile) e un servizio della ORF, che invece rimane disponibile solo per una settimana, dai quali ho tratto tutte le immagini che vi propongo. Credo di poter supporre, tuttavia, che nel quadro aberrante di questa ambientazione assurda, la storia di Rigoletto sia in qualche modo conservata, poiché vedo Gilda uscire dal sacco e cadere morta sulla ringhiera. Chi si contenta…

(Gilda morta, “La malediziooooone!”)

E con queste brevi indicazioni e queste immagini, che spero vi diano un’idea sufficiente per decidere se intraprendere il viaggio, vi saluta anche oggi, scusandosi per la prolungata assenza, il vostro sempre vigile (con l’aiuto dell’infaticabile 001)

Mannaro

PS. Imperdonabile dimenticanza. Regia Philipp Stölzl. Potete segnarvelo, se volete.

Rig regista

Qui i link, ma non garantisco. Buona fortuna…

https://www.zdf.de/nachrichten/heute-journal/rigoletto-in-bregenz-102.html#xtor=CS5-95

https://tvthek.orf.at/profile/kulturMontag/1303/kulturMontag/14019829/Verdis-Rigoletto-auf-der-Seebuehne-in-Bregenz/14528451

AH AH AH AH AH AH

 

Carissimi mannari, ve la ricordate bene, non è vero?, la Turandot principessa di gelo a cavalcioni dell’orso polare? (In ogni caso, la trovate qui: E COSI’, ABBIAMO VISTO…)

Che domanda. Per forza ve la ricordate, l’avete rivista proprio nel mio ultimo post, pochi giorni fa. E magari avrete pensato che sì, era un’idea assurda, perfino idiota, che con la Turandot di Puccini non ci azzeccava né poco, né tanto… però in fondo era un’idea fuori dall’ordinario, originale, di quelle che spuntano in testa ai quei registi che vengono da taluni reputati gggeniali.

Ebbene, sbagliavate.

Sbagliavamo tutti, ma io non lo sapevo fino a ieri pomeriggio, quando, mentre ingannavo il tempo e il caldo guardando un film, mi sono imbattuto nella scena di cui mi sono affrettato a rubare (fotografando lo schermo della TV) il fotogramma che vi ho mostrato.

Avete capito, adesso? Tutta quell’idea – balzana, ma almeno originale – in realtà era bellamente COPIATA.

Sì, perché il film (molto noto e diffuso anche come sequel del forse più reclamizzato “Biancaneve e il cacciatore”) è del 2016, mentre l’imitazione è dell’anno seguente, 2017. Più chiaro di così…

Naturalmente esiste sempre la possibilità che i due gggenii inventori di questa in molti sensi oscena (vi ricordo soprattutto la scena della fucilazione dei bambini, veramente intollerabile) versione di Turandot, l’ingombrante cavalcatura della principessa se la siano inventati da soli. Ma voi siete disposti ad accordare fede a questa ipotesi?

Fatevi la domanda e datevi la risposta… La mia ve la potete immaginare.

E con questo, abbiatevi l’augurio di una buonissima domenica di fine giugno dal vostro accaldato

Mannaro

P.S. Poiché è stata messa in dubbio la specie a cui appartiene la cavalcatura della Regina di  ghiaccio, e in effetti la foto non è chiarissima, ho cercato su Internet un’immagine migliore che non credo lasci spazio ad equivoci.

Orso 2