ABOUT – NOTIZIE IN BREVE

Quando ancora non era Mannaro, ma solo un micio un po’ sempliciotto, il gatto, mentre se ne stava a teatro, ad un certo punto ha cominciato a porsi la domanda: “MA PERCHE’ CERTI REGISTI SI INVENTANO L’OPERA, ANZICHE’ STUDIARLA?”

E lì han cominciato a crescergli i canini…………

Se anche a voi sorge ogni tanto lo stesso dubbio, qui troverete argomenti per alimentarlo.

Benvenuti!!!

NOTA BENE: SCORRENDO VERSO IL BASSO TROVERETE DI VOLTA IN VOLTA L’ULTIMO POST PUBBLICATO

P.S. Chi capitasse per la prima volta su questo blog e volesse sapere qualcosa di più sulle motivazioni che spingono il gatto Mannaro a pubblicarlo può fare riferimento al post “Chi sono?” del 17 aprile 2015. Ma suggerirei anche il più recente Gli indifferenti” del 20 agosto 2015, e magari il brevissimo “Siamo seri” dell’ 1 ottobre 2015.

Mannaro

(per i meno esperti di informatica: cliccando sui titoli in rosso, si apre automaticamente il link con i post indicati)

AS TIME GOES BY

Fra una settimana esatta sarà il mio compleanno.

O meglio, sarà lʼanniversario, il sesto (“Come vola il tempo”, direbbe lʼIncredibile…), del giorno cui la trasformazione in Mannaro, di cui da tempo percepivo le avvisaglie, si compì definitivamente con l’apertura del blog e, pochi giorni dopo con la pubblicazione del primo, vero post. Post emblematico, post bandiera, anche se allora non lo sapevo ancora, e fu del tutto casuale che la spinta definitiva, la classica “goccia che fa traboccare il vaso”, il primo a cadere sotto i miei piccoli canini appena nati fosse il regista che, fra tutti, considero il peggiore della sua “empia razza” (come direbbe Amneris), per i motivi che credo di avervi più volte illustrato: Graham Vick ed il suo mostruoso, antistorico Mosè di Rossini in chiave incongruamente palestinese (sebbene lʼimbarazzo della scelta sia grande, fra tanti suoi colleghi uno peggiore dell’altro). (https://ilgattomannaro.wordpress.com/2015/04/24/azione-tragico-sacra/)

(“Dal tuo stellato soglio” secondo Graham Vick)

In sei anni, poco o nulla è cambiato… né, francamente, nutrivo speranza che cambiasse, se non in peggio. Poi, nellʼultimo anno, ci si è messo di mezzo anche il COVID, che ha completamente sconvolto il mondo del teatro lirico, facendo dilagare forme di fruizione dellʼopera spurie, quando non decisamente controproducenti. Un teatro lirico che, passando attraverso lo streaming e/o la televisione, sempre più allontana il pubblico dalla corretta percezione – e quindi dalla valutazione obiettiva e diretta – della musica e soprattutto delle voci.

Prima conseguenza, per quanto riguarda lʼargomento principale del mio blog e la sua ragione dʼessere, è che più la lirica diventa un fatto “visivo”, più la figura del regista “si allarga”, sgomita, si impadronisce – anche letteralmente – della scena. E al lavoro nefasto di chi mette in scena lʼopera non solo a suo modo, ma spesso inventandosi tutta unʼaltra storia, si aggiunge quello ancora più nefasto del regista televisivo, che sceglie e ci impone inquadrature a piacer suo.

(Platea occupata, proprio di fatto, da questa scenografia da palazzo in ristrutturazione. L’opera? Ma non si vede? E’ ovviamente Marino Faliero di Donizetti, così conciata proprio nel teatro che porta il suo nome, a Bergamo)

La tendenza non è certo nuova, ma le circostanze lʼhanno favorita ed accelerata. Mentre, dʼaltro canto, prosegue anche lʼaggressione alla musica.

Lʼouverture a sipario chiuso, il solo modo, per lo spettatore, di gustare e godere la musica, di apprezzarne i temi, le suggestioni ed i presagi, è diventata ormai unʼeccezione rara, quasi un “regalo” che un direttore con la schiena dritta riesce ancora a fare al pubblico. Per non parlare di quei brani meravigliosi – preludi, intermezzi e quantʼaltro – che talvolta gli autori hanno collocato allʼinterno dellʼopera, come momenti di raccoglimento e di emozione. Anche quelli vengono, per lo più, spietatamente “drammatizzati”, impedendoci di “immaginare”, con la nostra personale sensibilità, e costringendoci, invece, a “visionare” ciò che il regista si inventa di legare, sotto forma di immagini, a quella particolare musica.

Due esempi, entrambi a mio modo di vedere emblematici, sono quelli che ho scelto, in questo anniversario, per illustrare il mio pensiero su ciò che sta accadendo nel mondo del teatro. Due pretesti, se così volete chiamarli, perché la scelta è così vasta che finisce per essere fatta quasi a caso, sul filo della memoria… o della rabbia.

Abbiamo visto, molto recentemente, uno dei più nuovi “esperimenti”, il film-opera Adriana Lecouvreur, preparato, allʼorigine, con i giusti tempi di unʼopera, ma poi girato in due giorni, in modo palesemente frettoloso ed approssimativo, allʼinterno del Teatro Comunale di Bologna. Al di là di ogni altra considerazione, unʼesperienza per me sconcertante è stato constatare che persone anche appassionate di lirica, che conoscevano lʼopera attraverso i dischi, ma non lʼavevano mai vista rappresentata, ne hanno capito pochissimo. O meglio, lʼhanno vista attraverso gli occhi della regista (la famigerata Rosetta Cucchi del Don Giovanni a New York City, di cui vi narrai a suo tempo, ad esempio) (https://ilgattomannaro.wordpress.com/2016/02/02/don-giovanni-in-taxi-giallo/) e quindi si stanno ancora chiedendo perché Adriana muore fra le braccia di Michonnet, anziché fra quelle di Maurizio. Eppure la spiegazione è semplice: perché la regista ha riscritto la storia a modo suo.

Ci sono numerose interviste della signora Cucchi che chiariscono il concetto, di per sé incontestabile: la conclusione dellʼopera – una specie di lieto fine a metà, in cui è vero che Adriana muore, ma dopo avere avuto la grandissima felicità di essere stata chiesta in moglie da Maurizio – non è molto credibile. Il Conte di Sassonia, innamorato finché vogliamo, non sposa unʼattrice di teatro (specie nel Settecento… secolo che però, a dire il vero, nella regia della Cucchi scompare ben presto perché ogni atto si svolge in unʼepoca diversa).

(Qui Adriana nel Quarto Atto, con un look palesemente esistenzialista “nouvelle vague” – ma secondo la regista saremmo nel 1968, quindi fuori tempo di almeno un decennio… – mentre il fantasma di Maurizio è in abiti, più o meno, settecenteschi)

Però, però… sta di fatto che Cilea e Colautti lʼopera lʼhanno scritta così.

Ci sembra un finale poco credibile? Non abbiamo tutti i torti.

Il ritorno di Maurizio pentito è più unʼallucinazione che una realtà? Può essere.

Liberissimi, perciò, di scrivere unʼaltra opera. Ma non di stravolgere quella esistente, eliminando addirittura dalla scena uno dei protagonisti. Di Maurizio si vede a malapena, a tratti, per pochi secondi, un ectoplasma proiettato. E, quel che è più grave, se ne fa sentire la voce fuori scena, modificata (o meglio, mortificata) da un alone che ne pregiudica il vero suono. È un precedente, a mio modo di vedere, non solo grave, ma pericoloso, senza contare che è un danno evidente per lʼartista così “dimezzato”.

(Sottotitolo sbagliato? Ma no! E’ che il duetto si svolge fra Adriana e Michonnet, con la voce di Maurizio fuori scena. E chi ci capisce è bravo)

Il mio secondo esempio, invece, si riferisce, anziché allo stravolgimento della storia, alla prevaricazione della musica, ormai caduta anchʼessa nelle mani rapaci dei registi. E il “casus belli” lʼho trovato sul sito del Teatro di San Carlo, dovʼera annunciata (e poi annullata) la Madama Butterfly, con la ripresa di una regia di Ferzan Özpetek.

(Di per sé, a giudicare da scenografie e costumi – e prescindendo da un finale del Primo Atto in cui i due protagonisti restano lui in mutande e lei a seno nudo, così tanto per far parlare – sarebbe anche una bella Butterfly. Ma il diavolo si sa nascondere…)

Ora, in generale la mia opinione è che i famosi registi cinematografici dovrebbero stare alla larga dallʼopera (so che molti mi giudicheranno eretico, ma è mia opinione che perfino Zeffirelli, che indubbiamente lʼopera lʼamava e la rispettava, spesso faceva di gran lunga troppo “cinema”).

Secondo quanto si legge nella presentazione dellʼopera sul sito del teatro, “Ferzan Özpetek ha trapiantato la vicenda negli anni successivi al disastro nucleare di Nagasaki con grande rispetto per l’originale pucciniano, e con la sola libertà dell’inserzione cinematografica durante il coro a bocca chiusa, che è poi la sua firma d’autore, come avviene anche in Traviata.” (Non sono andato a verificare, ma immagino che ne La traviata abbia messo mano al meraviglioso Preludio del Terzo atto. Nota di Mannaro)

Sì, avete letto bene. A parte la trasposizione dʼepoca, (sui cui sorvolo per non ripetere cose già troppo dette) cʼè proprio scritto così: “la sua firma dʼautore”.

Ma autore di che caspita???

Madama Butterfly ha già un autore, ed è Giacomo Puccini. Se avesse voluto che qualcosa fosse rappresentato durante il Coro a bocca chiusa, avrebbe chiesto ai suoi librettisti di aggiungere una scena. E invece ha scritto un magico, intenso, emozionante, struggente momento di musica in cui non deve succedere assolutamente nulla, se non il “contatto di anime” fra lʼautore e lʼascoltatore. Nessuno dovrebbe potersi prendere la libertà di piazzare lì unʼ“inserzione cinematografica”, quale che sia, fosse pure un capolavoro della storia del cinema degno di Kurosawa. Perché lì non ci sta, è un abuso, una violenza, un delitto, un “sacrilegio”, nel senso più letterale del termine.

Eppure, tale dei tempi è il costume che scopro, e non posso esimermi dal citare, questo commento che trovo raccapricciante: “L’Özpetek cineasta sa come colmare il vuoto scenico del ‘coro a bocca chiusa’.” (Recensione di tale Luigi Raso su L’Ape Musicale). Scoprire, dopo opportune ricerche, che il filmato in questione – un montaggio di immagini di Butterfly che si allontana verso il mare e lentamente scompare – è fortunatamente realizzato con mano delicata, è senza dubbio fonte di un certo conforto. Ma un “critico” che concepisce il Coro a bocca chiusa (a me piace scriverlo con lettera maiuscola, Nota di Mannaro) come “vuoto scenico è, per come la vedo io, al di là di ogni ragionevole giustificazione. E mi conferma che siamo vicini, molto vicini, all’estinzione dell’opera come la conosciamo.

Ecco, miei cari Mannari, il mio compleanno lo ricordo (non lo festeggio, non cʼè niente da festeggiare, specie di questi tempi) così. Con due esempi forse non fra i più eclatanti, non fra i peggiori in assoluto, ma, per me, fra i più dolorosi, proprio perché, allʼapparenza, non sono poi così gravi. Invece sono la testimonianza che lo scavo sotto le fondamenta dellʼopera è incessante, quotidiano, a volte subdolo, ma non meno devastante.

(Ecco, vi faccio vedere la regista E se pensate che l’accostamento delle due immagini non è casuale, avete perfettamente ragione)

Cosa ci riserva il futuro? Nessuno lo sa, penso. Nella mia ormai lunga vita non ho mai attraversato un periodo così incerto per tutti. Ma potete contarci: finché avrò respiro, continuerò a miagolare. Al deserto? Probabilmente. Ma qualcuno per ascoltare ci sarà. Me lo avete dimostrato in questi anni, e ancora più durante la mia lunga assenza di queste settimane, diventate anche mesi.

Un arrivederci, quindi, e un abbraccio (virtuale) dal sempre e comunque vostro

Mannaro.

PS. Le immagini sono per lo più ritagli di fotogrammi spigolati qua e là dagli streaming o sul web.

La foto di Butterfly è di Luciano Romano.

MI E’ SEMBRATO DI AVER VISTO UN GATTO…

Eh, sono sicuro che qualcuno di voi deve averlo pensato, vedendo spuntare, dopo tanto tempo, le mie orecchie…

Mannaro è tornato?

Beh, non proprio. Ma c’è una ricorrenza che non posso, ma soprattutto non voglio, ignorare, ed è il mio compleanno… o meglio l’anniversario, il sesto, della pubblicazione del primo post di questo blog, che cadrà per l’appunto fra non molti giorni, e precisamente il 17 aprile .

E allora, per l’occasione, sto preparando una delle mie solite, vecchie e forse noiose miagolate, che trae spunto da alcuni casi recenti, ma apre a considerazioni più generali sull’opera lirica, sul suo difficile presente e sul suo incerto futuro.

La troverete qui, WordPress permettendo (diventa sempre più complicato aver ragione delle sue “semplificazioni”, come molti utenti stanno constatando…) probabilmente a partire da domenica 11.

Nell’attesa, abbiatevi un abbraccio virtuale dal mai così vostro

Mannaro

A DATA DA DESTINARSI

MIEI CARISSIMI MANNARI, SIETE PREOCCUPATI?

EH, LO SONO ANCH’IO.

PERCHE’ IL MONDO DELL’OPERA, IL NOSTRO MONDO, STA ANDANDO A ROTOLI, e non sono per niente sicuro, e neppure fiducioso, che possa arrestarsi lungo la china, e men che mai risalirla.

E allora ho deciso che – solo per un po’, voglio sperare – mi ritiro a vita privata, smetto di miagolare nel deserto, mi dedico ad altro o, più probabilmente, me ne resto in ozio, in mancanza di un’idea migliore.

“Mannaro”, direte voi, “non ti riconosciamo più! Un gatto così combattivo, che azzanna e graffia, nel suo piccolo, a dritta e a manca da quasi sei anni, adesso si dà per vinto? Si ritira come Cincinnato (anche come Garibaldi, per la verità…) a coltivare in solitudine un orticello? Che ti è successo?”

Bene, se a qualcuno è venuto in mente di farmi questa domanda, ecco la risposta.

Quello che è successo, a livello mondiale, lo sapete tutti. Una svolta epocale, un fenomeno che all’inizio tutti abbiamo sottovalutato, abbarbicati alla nostra convinzione che nel mondo attuale certe cose non potevano più succedere. Che la scienza poteva tutto, che eravamo al sicuro (relativamente, escludendo qualche calamità naturale e soprattutto i rischi di ciò che gli essere umani sono capacissimi di fare, come guerre, attentati, crimini e via dicendo).

Abbiamo scoperto che non era così, ci abbiamo sbattuto il naso, dolorosamente, e ancora non sappiamo bene come e quando ne usciremo, e che cosa sarà rimasto, a quel punto, del mondo di prima.

Del piccolo mondo dell’opera, in particolare, che a noi sta a cuore, e che ha subito e sta subendo in molti modi l’impatto devastante della pandemia. Il primo, il più evidente, è che la chiusura dei teatri (attuata in un modo o nell’altro, più o meno duramente, ma generalizzata in tutto il mondo) ha messo a rischio la sopravvivenza stessa, o almeno la permanenza nel mondo dello spettacolo, di un’infinità di persone che, in svariatissimi modi, ci lavoravano. E questo è il lato umano, doloroso e in molti casi, temo, irrimediabile. Ma c’è un altro modo, meno evidente, forse, in questo momento in cui gli appassionati, privati dei loro spettacoli (direi quasi del loro giocattolo, vedendo come alcuni si comportano…) sono disposti ad accettare qualsiasi cosa, purché “qualcosa” si faccia.

E qualcosa, disgraziatamente, si fa. Si fanno le opere in streaming, si fanno le opere in televisione. E, a poco a poco, si crea nel pubblico, specie il più giovane e meno preparato, l’assuefazione a questo modo “virtuale” di fruire il teatro, e in modo particolare il teatro d’opera, da sempre basato sulla visione “complessiva” della scena da parte dello spettatore – che , invece, oggi è sempre più mediata dalle inquadrature scelte, spesso arbitrariamente, dalle regie televisive . E dove, soprattutto, il “suono” (la musica e specialmente le voci) è tutto, e con lo strumento televisivo va in buona parte perduto, o comunque viene falsato.

A questo, aggiungerò che la devastazione, da tempo iniziata, delle opere da parte dei registi “moderni”, ha trovato nella crisi provocata dalla pandemia nuovo alimento. E così, vediamo l’opera non solo arbitrariamente “reinventata” (questo, ormai, è malcostume generalizzato…) ma perfino strappata alla sua cornice naturale, il palcoscenico. Vediamo platee svuotate dalle poltrone, dove si aggirano i personaggi, talvolta fra costruzioni assurde, mentre il pubblico non solo è assente (come sarebbe comunque per cause di forza maggiore), ma proprio cancellato, come se non ce ne fosse più l’esigenza, né la necessità.

Su questi spettacoli – singolarmente considerati – il vostro Mannaro non ha nulla da dire. Sono un altro mondo, un mondo che non conosco, che non amo e che non condivido. Il “mio” mondo dell’opera forse non è morto, ma è certamente in coma. E sono convinto che, se mai si risveglierà, sarà qualcosa di completamente diverso, dove la rivoluzione delle regie “creative” avrà forse preso il sopravvento e trionfato.

Ma nel “mio” mondo, il regista non è “creativo”. Il regista, assieme allo scenografo, “mette in scena”, nel modo più efficace, più godibile, in una parola più “bello” possibile – con la sua sensibilità e la sua professionalità, il lavoro degli autori, in base all’epoca, alla trama, alla natura dei personaggi e agli snodi drammatici dagli autori stessi fissati e delineati. Qualunque modo diverso di concepire l’opera dà origine ad un altro genere di spettacolo, differente, che se ha pieno diritto di esistere, non ha però quello di prevaricare ed usurpare testi e musiche altrui e di spacciarsi per quello che non è.

E poiché c’è sempre, per ogni vaso, una goccia che lo fa traboccare, per il vostro Mannaro il colpo di grazia è stata l’iniziativa della RAI di programmare un debordante “omaggio” a tre dei peggiori rappresentanti italiani del cosiddetto “teatro di regia” (che non voglio neppure nominare perché di pubblicità ne hanno fin troppa) diseducando sistematicamente ed ininterrottamente il pubblico, specie quello più ignaro d’opera, per tre lunghe settimane.

E allora basta. Fermate questo mondo che non è più il mio e fatemi scendere.

Se, e quando, si tornerà a fare l’opera in teatro, se saranno sopravvissuti professionisti capaci di mettere in scena un’opera in modo che se ne capisca il senso senza doversi sorbire cento pagine di deliranti “note di regia”, tornerò a farmi vivo.

Per il momento, abbiatevi il più affettuoso arrivederci dal per sempre vostro

Mannaro.

Novità!

(Solo un esempio, giusto per invogliarvi…)

Informo chi fosse interessato alla cosa che da oggi è attivo il mio promesso blog di cucina https://ilgateaumannaro.wordpress.com.

Chissà se avrà successo? Ma almeno non parlerà di cose per lo più disgustose e indigeste, come troppo spesso accade su questo… o così spero!!!

Cari e saporiti saluti dal vostro indaffarato

Mannaro

SUNSET BOULEVARD

 

(Se non capite il motivo di questa illustrazione di apertura, vuol dire che non avete visto il Concertone della Scala)

Miei carissimi mannari, a parte voi, ammetto di non avere molti amici. Colpa, s’intende (ma, a pensarci bene, potrei anche dire merito…) del mio caratteraccio scorbutico e pochissimo conciliante. Il lato positivo, tuttavia, è che quelle poche amicizie che ho sono salde, durevoli, ed indipendenti dalla frequentazione più o meno frequente (scusate la ripetizione, non trovo termini più adeguati). Il che significa che si possono passare anche mesi ed anni senza vedersi, e magari neppure scriversi, ma che sui fondamentali ci si ritrova sempre e comunque.

E’ il caso dell’autore del post che oggi voglio condividere con voi, e che passo a presentarvi rapidamente per farvi capire che non è uno che parla a vanvera di cose che non conosce. In sintesi, ha lavorato giovanissimo alla Scala con Strehler (anche al celeberrimo Macbeth), poi ha collaborato molto con Filippo Crivelli prima di diventare regista in proprio, ed ha concluso la sua carriera come insegnante al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Ed oltre a ciò è scrittore (anzi, straordinario ed immaginifico “narratore”) pubblicato e premiato. Scusate se è poco.

Fatto sta che, come vedrete, anche lui, come me, ha esitato un po’ prima di scrivere sul Mega-Concertone che ha inaugurato quest’anno la stagione (di cui peraltro, per i troppo noti motivi, non si sa quasi nulla) del Teatro alla Scala.

Avrete notato, credo, il silenzio del vostro Mannaro, e lo desumo dalle molte visite ricevute in particolare sulla mia pagina Facebook, evidentemente di amici che si aspettavano una miagolata. E invece, dopo lunga riflessione, come l’amico Pasquale non ho scritto nulla e non scriverò nulla, o quasi. Perché sul nulla non c’è nulla da scrivere.

Il concertone si qualificava da sé a cominciare dai nomi dei presentatori. Bastavano quelli a far capire, a chi voleva e poteva capire, che si stava portando, o meglio, calando dall’alto, “la cultura al popolo”, mentre la vera operazione, quella efficace e durevole, dovrebbe essere “portare il popolo alla cultura”. Alzare il livello, non abbassarlo. Diversamente, ci sia avvia solo verso il tramonto…

Un altro amico (l’inventore, lo ricorderete certo, della definizione dei registi gggeniali con tre g) ha usato il termine “baracconata“. Io, scrivendo a caldo, privatamente, ad un altro amico ancora (pochi, ma buoni…), ho parlato di “avanspettacolo” (esclusa la parte dedicata al balletto, pregevolissima, ma qui non in esame).

Altro da scrivere non trovo. Perciò vi lascio al breve commento dell’amico Pasquale, che chi vuole conoscerlo meglio troverà al link in calce. Premetto solo, per chi non vorrà o potrà andare a vedere, l’illustrazione di apertura da lui usata, in tutta la sua eloquenza.

Ho notato che la maggior parte di coloro che lamentano in pubblico gli
avvenuti avventi sono o scrivono in modo querulo, lamentoso, ripetitivo e noioso, e se ne compiacciono fino a ritenere utile strillare la loro ragione di oche spaventate e fini portatrici di verità; nemmeno chi scrive può sfuggire al rischio, salvo prendere la decisione di non dare aria al proprio polemico narciso. E tacere.

Ho scritto tre volte e questa è l’ultima circa la serata del 7 dicembre alla Scala, a lamentare la mancanza di tutto. Ho scritto del minculporopò perepé che squilla il miracolo, alla meraviglia, al successo misurato a sacchi di ascolti (non è nemmeno sbagliato), all’evento internazionale dell’anno e bla bla. Ma poi tutte e tre le versioni le ho buttate. Visto che la polemica non può godere del treno blindato di Strel’nikov (dottor Zivago) a che pro mi son detto, dire, non fare, suggerire, mostrare, controbattere e dimostrare come d’uso che il re è nudo (e non è tanto un bello spettacolo). Per mia fortuna Lemmy Caution mi è apparso in sogno e mi ha ripetuto di stare alla sua battuta di Alphavile (J.L.Godard-1963), Je suis trop vieux pour discuter des heures.

La battuta completa per la verità recita, Et alors je tire…c’est ma seule force contre la fatalité; sono troppo vecchio per discutere delle ore, allora sparo, è la mia unica risorsa contro la fatalità. Che in romanesco sta per, Mma lassa perde’ che nun zolo se’ disarmato, ma pur’in disarmo. Amen e arrivederci.”

E con questo, e con il promesso link, vi abbraccia anche oggi virtualmente il vostro affezionato

Mannaro

COSE MAI VISTE

Eh sì, cari i miei mannari. Questa Desdemona che schiaffeggia Otello (fotogramma da me “rubato” alla TV) è una prima mondiale assoluta, qualcosa che né Verdi, né Boito, né tanto meno il povero Shakespeare, che le ha dato vita (per non parlare di tutti coloro che, nel corso dei secoli, si sono interessati e magari commossi alla sua triste storia), avevano mai pensato neppure lontanamente di poter vedere. Il personaggio di Desdemona, giovane, dolce, innocente, perfino ingenua nel suo abbandonarsi in modo totale all’amore per il suo “superbo guerriero”, è così completamente stravolto che sul momento non si riesce neppure a crederci. E’ come un asino che vola, un elefante rosa a pallini: semplicemente, qualcosa che non può esistere.

Ma lasciate fare ai registi di gggenio (nel caso specifico, segnatevi Valerio Binasco), e, cari mannari, vedrete cose che voi umani non siete neppure capaci di immaginare. E, se la pensate come il vostro Mannaro (e so bene che è così… con mia grande consolazione), questa Desdemona in chiave femminista, aggressiva, ribelle, che alza la voce e le mani, vi tirerà letteralmente fuori dagli stracci per la rabbia, e vi farà venire una gran voglia di prendere il colpevole non a schiaffi, ma proprio a calci nel sedere.

Mi crederete, penso, se vi dico che questo stravolgimento così totale mi ha fatto talmente arrabbiare da farmi soprassedere, per un momento, a tutte le altre brutture e bruttezze di quel brutto spettacolo (ripetizione voluta, ovviamente) che è stato l’Otello verdiano di Firenze.


Spettacolo messo su – se vogliamo anche meritoriamente, in linea di principio – come sfida alle limitazioni imposte dalla pandemia, come riaffermazione della vitalità dell’opera lirica. Ma che è nato sbagliato perché il costo abnorme (mi dicono, ma non ho modo di controllare, perciò prendete la cifra con beneficio d’inventario, di ottocentomila Euro) è andato sprecato per la messa in scena più complessivamente brutta che io ricordi di aver visto di recente (assieme all’Attila di due anni fa alla Scala, da cui sembrava copiato o perfino riciclato, scene, costumi e tutto – ma in questo caso almeno ci sarebbe stato un risparmio economico…).

Della scenografia fanno parte anche questi “interni”, stanzette cubiche spinte dentro e fuori scena sulle ruote (o così pare)


La scena (anche questo è un sentito dire, ma più certo poiché è una citazione, fatta da uno dei pochi critici invitati e presenti fisicamente, del libretto di sala, nel quale ormai i registi sono costretti a spiegare quel che hanno voluto fare, altrimenti il pubblico non riuscirebbe mai a capirlo) fa riferimento, pare, alla Bosnia o alla Siria (sa il cielo perché diamine), e quindi ad un teatro di guerra… tutto il contrario di Cipro, sicura ed opulenta base della Repubblica Veneta alla fine del secolo Quindicesimo, che qui, invece, viene presentata piuttosto male in arnese.

L’epoca, come spesso accade, è sbagliata, ma non chiaramente determinata. Dalle uniformi, si potrebbe dedurre qualcosa attorno alla prima guerra mondiale, ma – giusto per accrescere la confusione – Otello, quando sbarca ed invita il popolo ad esultare, indossa una corazza, come pure alcuni armigeri sparsi fra il coro (che, assurdamente, canta quasi sempre distanziato geometricamente ed anche con la mascherina).
Dopo di che, dismessi i panni del condottiero, il nostro Otello se ne va in giro borghesemente in camicia, pantaloni e gilé, come abbiamo visto.

Sui cantanti, come ben sapete, difficilmente mi pronuncio, se non per dirne bene. Doveroso, quindi, un riconoscimento a Marina Rebeka che, così stupidamente penalizzata da una visione del tutto sbagliata del suo personaggio (ma i direttori d’orchestra non dicono nulla?), riesce tuttavia a dare, nel finale, una intepretazione della Canzone del salice e dell’Ave Maria non solo pregevole, ma anche decisamente commovente. Quanto al protagonista – volonteroso debuttante in un ruolo che a giudizio di molti non gli si addice, né per voce, né per temperamento – è già penalizzato oltre misura da un fisico assolutamente improponibile, ma non trova neppure un po’ di aiuto da parte del costumista, che anziché cercare di mimetizzarne la sfericità, non fa che evidenziarla, contribuendo non poco alla penosa mancanza di credibilità dell’insieme.

Altro non aggiungo. Inutile dilungarmi, tanto la trasmissione RAI l’avrete vista tutti, e chi non l’ha vista ha perso pochissimo, e un’idea se la farà dalle immagini che ho scelto, in parte fotografie, in parte fotogrammi prelevati dalla trasmissione televisiva.

Quindi, tagliando corta la coda al suo castoro di oggi, vi abbraccia tutti virtualmente il sempre e comunque vostro

Mannaro

Photo credit: Michele Monasta

BRUTTA, COSTOSA E (soprattutto) DANNOSA

(Se pensate che vi faccia vedere un teatro in ristrutturazione, avete capito male. Leggete e saprete…)

Avevamo sperato (o qualcuno di noi aveva sperato), ingenuamente, che la mannaia del COVID, abbattutasi anche sul mondo del teatro, e del teatro lirico in particolare, avrebbe almeno portato con sé una qualche traccia di beneficio, costringendo a limitare quanto meno i costi delle faraoniche produzioni che spesso – oltre ad essere poco o nulla significative, o, peggio, dannose, da un punto di vista artistico – sono responsabili delle voragini nei bilanci.

Ebbene, guardando in diretta RAI il donizettiano Marino Faliero messo in scena al Festival di Bergamo, abbiamo perso tutte le illusioni, perché il quantitativo di impalcature che invadeva la platea, svuotata delle poltrone, sarebbe bastato alla ristrutturazione di almeno tre condomini. E i cantanti, costretti ad andare continuamente su e giù per scale e passerelle, ricordavano irresistibilmente un vecchio cartone animato in cui veniva fortunosamente costruito un grattacielo da una miriade di omini affaccendatissimi.

Sulle assurdità della regia, infarcita di mimi vestiti come pagliacci, maschere insensate ed altre piacevolezze – il tutto spacciato per “Metafora di una Venezia spoglia del suo secolare incanto e anche immagine di una contemporaneità chiusa in uno sterile solipsismo” (Recensione di Fabio Larovere su Connessi all’Opera – se avete capito cosa significa fatemelo sapere) non mi dilungherò, perché non vale la pena di fare ulteriore pubblicità ai due massacratori.

Perciò, anche a causa della scarsità di materiale disponibile, vi farò vedere solo poche immagini a titolo di esempio. Basterà, infatti, avvertire i miei lettori che la regia era opera di due nostre vecchie conoscenze, l’ineffabile coppia Stefano Ricci e Gianni Forte, indimenticabili “inventori” (o presunti tali, poiché abbiamo dimostrato che l’idea era copiata da un film) della Turandot a cavalcioni dell’orso polare che funestò lo Sferisterio di Macerata tre anni fa.

(Qui trovate i link ai miei post sulla Turandot, per chi vorrà andarli a rivedere. PRINCIPESSE DI GELO E VERITA’ ARISTOTELICHE, E COSI’, ABBIAMO VISTO…,  AH AH AH AH AH AH  )

No, la regia/scenografia o l’avete vista, e non c’è bisogno che ve ne parli, o ve la siete risparmiata, e credetemi sulla parola se vi dico che vi siete evitata una erosione di fegato.

D’altro voglio parlarvi, direbbe Dick Johnson, con la corda al collo. Dell’opera lirica che amiamo e del suo destino, che di fronte a certi spettacoli sembra più che mai segnato.

Che l’opera in televisione non sia l’opera, penso che pochi appassionati siano disposti a negarlo. Al di là del fatto che, sostanzialmente, delle voci, per come ci pervengono, non si può dire praticamente nulla, c’è da considerare il danno irrimediabile costituito dall’arbitrarietà della ripresa. Ormai non vediamo più quello che avviene in palcoscenico (o, in questo caso, surrogato del medesimo), ma quello che la regia televisiva sceglie, in base a criteri difficili da determinare, di farci vedere.

Mi ha molto colpito una recensione che ho trovato, su segnalazione del sempre desto agente 001, sulla rivista on-line OperaWire. Scrive, lapidaria ed incontestabile, una signora di nome Polina Lyapustina (a quanto pare, benché viva assai distante, regolare frequentatrice del Festival Donizettiano): “It seemed to be filmed by people who had no interest in opera whatsoever” (“Sembrava filmato da gente che non aveva alcun tipo di interesse per l’opera”).

E’ un punto sul quale ho altre volte insistito, nelle mie lunghe miagolate nel deserto, e che, grazie all’ormai universale trasferimento dell’opera in TV, sta diventando ormai irrimediabile.

E’ la sorte già subita, ad esempio, dal calcio, che – come sa chi ama il calcio – visto in TV ha pochissimo senso, se non quello di permettere di conoscere il risultato (e vedere all’infinito i replay e i VAR). Ma gli appassionati di lirica non hanno neppure questo conforto, poiché il risultato già lo conoscono, e non sono davanti alla TV per sapere come l’opera va a finire, ma per vedere e sentire, con i loro occhi (e orecchie) come viene rappresentata. E invece, vedono lo spettacolo per interposta persona, tramite le inquadrature scelte da altri, con criteri il più delle volte difficili da stabilire, e che comunque fanno, di solito, dubitare di una reale competenza in fatto di teatro lirico da parte di chi è preposto alla scelta.

E così, non solo ci abituiamo a vedere versioni delle opere insensate come quella in esame (vorrei sapere che cosa ci ha capito uno spettatore neofita, ma scrupoloso, che si fosse documentato sul libretto…), ma, peggio ancora, ci abituiamo a vedere immagini slegate, stralciate dal contesto, e soprattutto imposte.

Francamente, non so se, dopo il passaggio del COVID, il mondo dell’opera tornerà quello di prima. Lo spero con tutto il cuore, ma ho il dubbio che ormai la china sia imboccata, e che stiamo ruzzolando verso il basso sempre più rapidamente.

Mi duole concludere così pessimisticamente, ma a dire il vero non vedo troppi motivi di ottimismo. Se ne avete voi, fareste cosa buona, giusta e meritoria facendomelo sapere.

Non frattempo, abbiatevi almeno i saluti affettuosi del vostro

Mannaro

Photo Credit: Gianfranco Rota



IL PIATTO MANNARO

Miei cari mannari, non dico di essere proprio depresso (ho appena finito di contestare le lamentazioni di chi non può andare al ristorante o a un happy hour, suggerendo di pensare che i nostri padri e nonni hanno affrontato cinque anni di guerra, compresi i bombardamenti, i razionamenti, i rastrellamenti e quant’altro), ma insomma, con i teatri chiusi non sono per nulla contento, tanto più che l’opera in streaming e in TV proprio non mi dà soddisfazione. Senza contare che tanti amici artisti sono a spasso da mesi e a nessuno, pare, viene l’idea che non sono solo i ristoranti a rimetterci soldi.

Allora mi è tornato in mente che, qualche tempo fa, la mia Avatar, Marina, aveva promesso a degli amici comuni di aprire un blog parallelo (spero che non intendesse proprio farmi concorrenza e soppiantarmi, eh?!!!) dedicato a tutt’altro genere di argomento, e cioè la cucina.

Di sicuro almeno a Rossini sarebbe piaciuto, no? Ma so che Marina aveva avuto favorevoli riscontri anche da molte persone viventi, solo che poi ha incontrato difficoltà tecnico-burocratiche ad aprire un nuovo blog e per il momento aveva lasciato perdere. Ora, avremmo deciso di unire le forze, e di provare a pubblicare qui una ricetta ogni tanto… anche perché proprio ieri Marina ha ricevuto, da un grande appassionato d’opera, una ennesima richiesta di adozione. Ovviamente non possiamo adottare tutti, ma ricorderete il saggio detto cinese: “Se un uomo ha fame, non regalargli un pesce, insegnagli a pescare”. Il che, opportunamente trasposto, si può anche dire così: “Se hai un amico che non sa cucinare, non adottarlo (anche per la manifesta impossibilità geografica), ma insegnagli a prepararsi qualcuno dei tuoi piatti… quasi tutti, peraltro, facilissimi e veloci da fare”.

Aggiungo che le ricette sono prevalentemente destinate a single non tanto esperti di cucina, per cui saranno semplici, ma dettagliate nelle istruzioni. Se siete già bravi, fate pure di testa vostra. Le dosi sono sempre per una persona, ma ovviamente si possono moltiplicare.

Poiché la causa occasionale, ieri, fu la pubblicazione da parte di Marina della foto di una succulenta, ma estremamente facile, pasta e fagioli, ecco, per chi desiderasse cimentarsi, la ricetta. E buon appetito.

P.S. Spero che mi facciate sapere se questa collaborazione vi piace, e in tal caso la proseguirò, periodicamente. Almeno fino a riapertura dei teatri.


Pasta e fagioli mannara

Ingredienti

Una scatola piccola di fagioli borlotti (o come preferite)
Una mezza cipolla dorata piccola o un quarto grande
Mezzo dado per brodo a gusto vostro
Una manciata di ditalini rigati o altra pasta a gusto vostro
Passata di pomodoro, 3 o 4 cucchiai, ma se vi piace anche di più
Olio extra vergine (se non lo avete va bene qualunque olio, ma il risultato non è altrettanto gustoso)
Io non metto sale, poiché il dado è già sufficiente a dare sapore. Voi assaggiate e sperimentate…
Pepe sempre facoltativo, peperoncino anche.
Se vi piace il sapore potete aggiungere qualche aghetto di rosmarino.

Fate soffriggere la cipolla (tritata o tagliuzzata) nell’olio per un minuto o anche meno (attenzione che non bruci), poi aggiungete la passata di pomodoro e fate insaporire per qualche secondo. Aggiungete l’acqua (facciamo due tazze, più o meno) e il dado, e portate a bollore. A questo punto, aggiungete la pasta e i fagioli, che avrete preventivamente scolato e sciacquato. Nel tempo di cottura della pasta (assaggiate!) la zuppa dovrebbe addensarsi come in fotografia, a meno che non abbiate messo troppa acqua. Quindi, lesinate un po’, tanto l’acqua si può aggiungere (a poco a poco, calda o meglio bollente) durante la cottura.

Se provate, fatemi sapere se le istruzioni sono chiare ed esaurienti.

A tutti, comunque, carissimi saluti dal sempre vostro

Mannaro

 

CONFRONTI (Ovvero: BOTTA E RISPOSTA)

Di tanto in tanto, anche noi vecchi parrucconi che ostinatamente continuiamo a preferire l’opera come è stata creata – ossia, quanto meno, rappresentata con le scene ed i costumi corrispondenti all’epoca in cui dovrebbe svolgersi, e quindi, nel complesso, riconoscibile a prima vista – amiamo scherzare fra noi e con i nostri lettori.

Così sulla pagina Facebook Against Modern Opera Productions (AMOP) è comparso pochi giorni fa questo nostalgico collage (il cui autore, fra l’altro, non è un vecchio parruccone, ma ha meno della metà degli anni del vostro Mannaro…), al quale non c’è ovviamente bisogno di aggiungere commenti.

(Vedo che le didascalie son poco leggibili, ma per quattro su cinque non ce n’è affatto bisogno. La quinta immagine, invece, devo purtroppo spiegarvi che si riferisce ad una recentissima Walchiria)

Ma il vostro Mannaro, pur essendo di età molto più “matura” (eufemismo) dell’autore del collage, conserva un fondo – forse felino? – di ottimismo. E così ha pensato bene di replicare con un altro collage, completamente slegato da qualunque nostalgia.

Sì, perché le immagini che lo compongono si riferiscono, come vedrete, a spettacoli recentissimi, andati in scena non più tardi dell’ultimo decennio, e che testimoniano come l’opera – perfidamente malmenata e sottoposta a continui abusi da parte dei pasdaran della “modernizzazione” – ha pur sempre ancora dei difensori, che la mantengono in vita.

Ho scelto di proposito alcuni registi famosissimi ed altri meno noti al pubblico internazionale, ma ugualmente validi nel proporre spettacoli di elevato valore professionale e, soprattutto, immediatamente riconoscibili. Eccoli:

(Dall’alto in basso, i registi: Ildar Abdrazakov, Rocco Mortelliti, David McVicar, Pierfrancesco Maestrini, Hugo de Ana)

Eccovi quindi il mio collage personale, con l’esortazione mutuata da Zaccaria: “Sperate, o figli!”. L’opera sta male, ma non è morta e non lo sarà tanto presto.

Con i più cari saluti del vostro incrollabilmente ottimista

Mannaro

BELLA (ANCHE) DA VEDERE

La platea della Scala ieri sera. Ho fotografato il pubblico che si alza per uscire dalla sala. Le poltrone che non possono essere occupate sono tristemente numerose.

Miei carissimi mannari, ieri – con una certa emozione, devo ammetterlo – sono tornato alla Scala, dopo il lockdown. Certo, l’impressione è stata forte, e le due foto che vi ho fatto vedere non possiamo negare che mettano grande tristezza. Ma, insomma, è un passo avanti, un segnale che “si può fare”, che si può sperare di tornare, piano piano, alla vita di un tempo.

Per di più, ho da darvi quella che a me sembra una buona notizia. Perché, sapete, ho avuto una piacevolissima sorpresa. Anzi, se fossi uno di quei gatti che si montano la testa per un nonnulla, potrei perfino pensare che, dopo che ho disapprovato il fatto che a Macerata non si sia pensato di rappresentare Il trovatore almeno in forma semiscenica (anziché in una forma nè-carne-nè-pesce come è stato) con gli artisti in costume e un po’ più di gestualità e interazione – almeno quanto consentite dai noti limiti – qualcuno, alla Scala, abbia letto il mio post e messo in scena La traviata come auspicato dal vostro Mannaro.


(L’abito di Violetta al primo atto, indossato poi anche nel secondo. Qualcuno lo ha paragonato a una meringa decorata, ma a me sembra assolutamente adatto a una escort di lusso del primo Ottocento. Gli stilisti “donatori” potevano anche fare lo sforzo di fornirne due diversi, ma non sottilizziamo. Dopotutto, Violetta può indossare due volte lo stesso abito senza scandalo… O no?)

Scherzo, ovviamente. So benissimo che è molto improbabile che qualcuno alla Scala legga mai i miei post, e comunque l’idea era così ovvia, e direi quasi naturale, che se mai c’era da stupirsi che nessuno ci pensasse.

Il marketing, poi, ha fatto la sua parte, ed avendo una nota coppia di stilisti offerto abiti adatti all’occasione per Violetta e Flora, tutti gli elementi del puzzle sono andati al loro posto. A dirla tutta, stonavano un po’, al di fuori delle feste del primo e secondo atto, i frac dei due protagonisti, per i quali si potevano anche rimediare i semplici costumi che avrebbero armonizzato le scene, ma forse lo scopo ultimo era di far risaltare gli abiti femminili (e altrimenti che operazione di marketing sarebbe?).


(Non mi va di fare pubblicità gratuita, ma trovo veramente bellissimo questo abito indossato durante il colloquio con Germont padre…)

Insomma, come certo sapete, la rappresentazione era annunciata in forma di concerto, quindi mi aspettavo il tradizionale schieramento di cantanti uomini in frac e cantati donne in abito da sera. Invece… sorpresa! Lo spettacolo era in forma semi scenica, e bisogna dire subito che in diversi momenti anche il “semi” saltava, e – a parte l’orchestra sul palcoscenico e il coro schierato sul fondo – sembrava proprio di vedere La traviata, in una di quelle versioni sceniche minimaliste che, come alcuni di voi ricorderanno, mi sono particolarmente care, e che comunque sono incomparabilmente più piacevoli – per me, almeno – delle mirabolanti invenzioni dei registi gggeniali (mi pare che si sia recentemente rivista in televisone la famigerata Traviata detta “del minestrone” che abbondantemente disgustò il pubblico scaligero, se non ricordo male nel 2013). Qui tutto era fatto con le luci, due o tre sedie, una chaise longue e – dettaglio carinissimo, a mio modo di vedere – un campanellino che Violetta usava al secondo atto per chiamare Annina e ordinarle di portare la lettera a Flora.

E poi, diciamolo, La traviata è un’opera che si presta ad essere rappresentata in forma semiscenica senza bisogno di tanti costumi, poiché in due atti su tre, praticamente basta che gli uomini siano in frac.

A questo aggiungiamo una protagonista, Marina Rebeka (sapete che nomino solo i cantanti che mi sembrano bravi) che non avevo mai sentito dal vivo, che mi è piaciuta moltissimo e ha saputo commuovermi… cosa non facile quando, come me, si è perso il conto delle innumerevoli “Traviate” a cui si è assistito. Marina Rebeka ha cantato e recitato tutta la sua parte come se si fosse trattato di una rappresentazione “vera”, con grande efficacia e – mi sembra – grandissima partecipazione.

 

Ed anche l’immortale Leo Nucci, che ormai, penso, potrebbe cantare Germont padre anche “a capa sotto”, pur con gli evidenti limiti imposti dagli anni non ha solo cantato col consueto mestiere la sua parte, ma ha anche delineato un personaggio dalle inaspettate sfaccettature.

Come ben sapete, il vostro Mannaro spesso – anche se non volentieri, ve l’assicuro – se la prende con le stranezze (quando non nefandezze) dei registi, e quindi tanto più mi consola, oggi, potervi segnalare che, senza poter parlare, ovviamente, di un vera e propria regia, erano chiaramente visibili alcuni tocchi, delicati, ma determinanti, di una mano di altissima professionalità. Vedo in locandina i nomi di Franco Malgrande come “Direttore dell’allestimento scenico” e Lorenza Cantini come “Regista collaboratore”, e quindi penso che sia a queste due persone che si debba attribuire il merito di uno spettacolo che funzionava bene, scenicamente, nonostante l’impasse del “social distancing”. E, a titolo d’esempio, vorrei segnalare, nella scena in cui, al primo atto, Violetta ha un malore, la naturalezza con cui il dottor Grenvil accorre al suo fianco, ma visibilmente cercando di non farsi troppo notare dagli altri ospiti, e quella del gesto con cui Violetta lo ferma, accennandogli di non avere bisogno d’aiuto (ed anche di non tradire la serietà della sua malattia). Una scena forse sfuggita ai più, ma che al vostro Mannaro, che ama queste sfumature e odia le esibizioni plateali di gggenialità, ha dato un vero e proprio godimento.

Quindi, la serata alla Scala è stata, per me, un’esperienza decisamente positiva. Certo, rattristava la sala semivuota, ma lo spettacolo c’è stato, ben fatto, ben cantato, ben eseguito dall’orchestra (nonostante il distanziamento) guidata da un super veterano come Zubin Metha. Ho visto e sentito La traviata di Verdi. E vi assicuro che non è affato poco.


(Foto – così alla buona, scattata al volo – dei saluti dei protagonisti. Così vedete anche la vestaglia di voile di Violetta nel terzo atto, forse un po’ troppo lussuosa per una morente ridotta in miseria, ma non è detto che non avesse conservato qualche indumento del vecchio guardaroba…)

E con questa, per una volta, buona notizia, vi saluta e vi abbraccia virtualmente il vostro

Mannaro

Photo Credit per La Scala: Brescia e Amisano