ABOUT – NOTIZIE IN BREVE

Quando ancora non era Mannaro, ma solo un micio un po’ sempliciotto, il gatto, mentre se ne stava a teatro, ad un certo punto ha cominciato a porsi la domanda: “MA PERCHE’ CERTI REGISTI SI INVENTANO L’OPERA, ANZICHE’ STUDIARLA?”

E lì han cominciato a crescergli i canini…………

Se anche a voi sorge ogni tanto lo stesso dubbio, qui troverete argomenti per alimentarlo.

Benvenuti!!!

NOTA BENE: SCORRENDO VERSO IL BASSO TROVERETE DI VOLTA IN VOLTA L’ULTIMO POST PUBBLICATO

P.S. Chi capitasse per la prima volta su questo blog e volesse sapere qualcosa di più sulle motivazioni che spingono il gatto Mannaro a pubblicarlo può fare riferimento al post “Chi sono?” del 17 aprile 2015. Ma suggerirei anche il più recente Gli indifferenti” del 20 agosto 2015, e magari il brevissimo “Siamo seri” dell’ 1 ottobre 2015.

Mannaro

(per i meno esperti di informatica: cliccando sui titoli in rosso, si apre automaticamente il link con i post indicati)

PRINCIPESSE DI GELO E VERITA’ ARISTOTELICHE

Per la verità, il titolo di questo post, a cui penso da un paio di giorni – come sanno quanti seguono la mia pagina Facebook – in origine doveva essere soltanto “Principesse di Gelo”. Il riferimento, s’intende, era alla presenza dell’orso polare, e non era affatto una battuta, poiché ho letto commenti in cui effettivamente (e in tutta serietà) veniva operato il collegamento.

Questa mattina, però, scopro che – forse perché sepolto da una valanga di proteste di spettatori scontenti o, peggio, infuriati? Non lo sapremo mai con certezza… – lo Sferisterio, sulla sua pagina Facebook  macerata opera festival – sferisterio (che, volendo, potete consultare direttamente) corre ai ripari con la più bella excusatio non petita che un gatto abbia visto da molto tempo.

Con il titolo “Per chi c’era, per chi non c’era e chi ci sarà”, condivide – “Udite, o rustici” – un articolo (peraltro abbastanza fumoso ed involuto) di Angelo Foletto, specificando – sempre a beneficio di noi “rustici” – che trattasi del Presidente dell’Associazione Nazionale Critici Musicali.

Ah, beh, allora” – dovremmo dire noi tutti spettatori zotici e ignoranti – “se l’ha detto Lui, non ci resta che inchinarci e riconoscere che non abbiamo capito niente. IPSE DIXIT, la verità è stata rivelata e non c’è altro da aggiungere.

E invece il vostro Mannaro, nel suo piccolissimo piccolo, non ci sta. E so che tanti, tantissimi affezionati frequentatori del teatro lirico, che non hanno alcun interesse personale (e meno che mai materiale) a che le opere del grande repertorio storico siano rappresentate in modo almeno decoroso, se non la loro passione ed il loro rispetto per gli autori, sono assolutamente della mia stessa opinione.

Rivendico – rivendichiamo – il diritto di dire che questa Turandot “psicoanalitica” (tra l’altro l’idea è stra-sfruttata e stra-vista… basti ricordare la recente Giovanna d’Arco del Teatro alla Scala, anche lei scollegata dalla realtà a causa di disturbi psichici) è UNA BOIATA PAZZESCA.

Ma se fosse solo questo, forse ci si potrebbe limitare a riderci sopra. Una boiata fra le tante. Purtroppo, se è vero – e non c’è proprio motivo di dubitarne – quanto scritto nella dettagliatissima cronaca sulla rivista on-line Cronache maceratesi, di cui citerò alcune parti ed a cui vi rimando per la lettura integrale ( link in calce), sotto alcuni aspetti questo spettacolo ha superato ogni limite.

Nella citata cronaca, Maria Stefania Gelsomini descrive accuratamente una Turandot (tra l’altro, onnipresente in scena, anche nel primo atto, e circondata dai corpi – in mutande… ma perché? – dei pretendenti che ha fatto uccidere) che “vive felice e giocosa nel suo finto guscio di plastica colorato, circondata da sudditi telecomandati e altrettanto colorati che si muovono per compiacerla”.

Le scene sono costituite da quattro mega teche, che vengono spostate a mano da un gruppo di mimi in tuta blu, anch’essi onnipresenti in ogni momento dell’opera (li abbiamo visti nella foto iniziale mentre spingono in giro l’orso polare…).

Ma, poiché non c’è mai un limite al peggio, specie nel “teatro di regia”, i registi – anzi “gli autori del progetto creativo”, come vengono ufficialmente classificati… e vuoi mettere quanto è più chic? – Gianni Forte e Stefano Ricci (segnate, segnate!) si inventano che l’esecuzione del Principe di Persia avviene simultaneamente a quella di un gruppo di bambini (anche il Principe, del resto, è un bambino come gli altri).

Sempre secondo la citata cronaca, dei bambini entrano, in gruppo, ammirano l’orso nella teca (ed anche Timur e Liù, in una teca anch’essi, ma – non si sa perché – vestiti da sposi…) e poi vengono bendati e fatti inginocchiare al proscenio. Dopo di che, ad un cenno di Turandot, le guardie sparano sui bambini, uccidendoli tutti, e poi li portano via a uno a uno e li mettono in fila in una delle teche.

(Di questa bella scena non si trovano foto, chissà perché?)

Ora, ditemi voi se questo massacro ha un senso o una qualunque funzione nell’opera (stiamo parlando della Turandot di Puccini, ricordiamolo), o se non vi sorge il sospetto che sia un puro e semplice sfogo di un qualche inconfessabile impulso sadico.

Turandot – mi si obietterà – è una favola crudele. Molte favole lo sono. Alcune non sono per nulla adatte ad essere raccontate ai bambini. Ma, solitamente, gli aspetti più crudi vengono smussati, e soprattutto non vengono esposti su un palcoscenico. Scene sanguinolente ne vediamo, purtroppo, nei lavori di molti registi “moderni” (Bieito è il portabandiera del genere), ma, che io sappia, a questi livelli non si era mai abbassato nessuno.

E checché ne dica Angelo Foletto o chiunque altro sia stipendiato per scrivere le recesioni degli spettacoli, da povero, semplice gatto che lavora gratis il vostro Mannaro si dichiara profondamente disgustato.

Non ho neppure voglia di citare tutte le altre stupidaggini di cui lo spettacolo è palesemente infarcito, e di cui vi darò solo qualche immagine alla rinfusa, stante l’impossibilità di collegarle a qualsivoglia momento dell’opera come fu scritta. Spettacoli come questo andrebbero, secondo me, semplicemente cancellati dalla memoria.

 

Questa l’ho capita (si fa per dire): Liù prende la pistola a una guardia e la dà a Turandot perché la uccida personalmente

Come promesso, ecco il link a cui troverete la cronaca che ho citato, che vi raccomando caldamente e la cui autrice voglio espressamente ringraziare per l’inusitata e preziosa ricchezza di dettagli.

http://www.cronachemaceratesi.it/2017/07/22/applausi-per-la-principessa-di-ghiaccio-ma-turandot-perde-la-strada-doriente-la-recensione-e-i-commenti-del-pubblico/990970/

Buona lettura e buona giornata dal vostro

Mannaro

© Foto Alfredo Tabocchini

 

L’OPERA IN PIEDI (A quando l’illuminazione con le candele e la cena nei palchi?)

Il Teatro Farnese. Immaginatevi la platea piena di gente che gironzola (si parla di 5-600 spettatori), con sei piattaforme mobili spostate a mano su cui staranno i cantanti. Dell’orchestra non so nulla.

Probabilmente il primo in ordine di tempo ad aprire la polemica è stato il Maestro Riccardo Muti, che già diverso tempo fa, in un’intervista che peraltro non ho letto personalmente, ma ho visto da più parti citata, prese posizione – sacrosanta quanto ignorata da “chi puote” – contro l’idea di rappresentare l’opera Stiffelio di Verdi al Teatro Farnese di Parma con una messa in scena che imponeva al pubblico di seguire lo spettacolo stando in piedi.

Dovo dire che, a quanto ne so, sulle prime la notizia parve ai più una vera e propria “bufala”. Come crederla vera? E’ evidente per chiunque conosca un po’ la storia del teatro d’opera che il fatto di mettere il pubblico della platea a sedere e spegnere le luci in sala viene considerato un enorme progresso, una forma di rispetto verso gli autori e gli esecutori che si è andata affermando e rafforzando nell’Ottocento. Ma anche senza essere al corrente degli aspetti storici della faccenda, basta po’ di buonsenso per capire che, obbligando il pubblico a restare in piedi per l’intera durata dello spettacolo, si esclude automaticamente dal teatro lo zoccolo duro del pubblico dell’opera, ossia la maggior parte degli ultrasessantenni.

Leggo (grazie alla segnalazione di uno degli attenti e fedelissimi agenti della M.I.A.O.) un’intervista di Alberto Mattioli a Graham Vick su La stampa del 12 luglio scorso in cui, per l’appunto si fa ampio cenno alla questione. Per la verità, nell’articolo l’intervistatore parla assai più dell’intervistato, quindi il pensiero del regista emerge poco. Attendo con ansia di poter assistere alla sua presentazione dell’opera, lunedì 25 settembre alle ore 17, a cui vi prego, miei cari lettori, di intervenire, potendo, numerosi. Ma alcune cose penso di poterle già dire fin da ora, e quindi scrivo al regista (ovviamente senza speranza che mai e poi mai la legga) la seguente

LETTERA APERTA

Egregio Signor Graham Vick,

So bene che Lei è un regista famoso (e controverso, ma forse le due cose vanno insieme), e so altrettanto bene che – diversamente da numerosi suoi attuali colleghi, che brillano per pressapochismo – Lei è anche un professionista esperto, scrupoloso e preparato.

Devo quindi dare per acceretato che la Sua decisione di rappresentare l’opera Stiffelio al Teatro Farnese di Parma tenendo il pubblico in piedi sia stata presa a ragion veduta. (Tra l’altro, Le faccio notare che gli spettatori saranno costratti a restare in piedi non per DUE ore, come riportato in una Sua intervista, ma almeno per TRE, considerando l’intervallo e gli inevitabili tempi morti della camminata per raggiungere il teatro, della faticosa ascesa dello scalone e dell’attesa per entrare… e non è una differenza trascurabile).

Sicuramente Le sarà passato per la testa di considerare che la maggioranza del pubblico dell’opera ha superato da un pezzo la gioventù. Sicuramente sa benissimo che per una persona di una certa età – anche se in buona salute – rimanere a lungo in piedi provoca problemi di mal di schiena e stanchezza alle gambe (non è quindi una semplice questione di munirsi di “calzatore comode” come raccomandato dal Teatro).

Ma, ovviamente, di tutto questo a Lei non importa un bel niente.

Come Lei stasso afferma, nessuno è obbligato a comprare il biglietto. Quindi, il Suo ragionamento si può interpetare così: Non ce la fai a reggere tre ore in piedi? Ebbene resta a casa.

Ma se fosse tutto qui, se si trattasse di una semplice mancanza di considerazione per il pubblico, sarebbe solo metà del problema.

Il problema VERO, egregio signor Vick, è che non solo a Lei non importa niente del pubblico, ma – quel che è molto peggio – è lampante che non le importa niente della musica, dei cantanti, di Giuseppe Verdi.

Perché affollando una platea di pubblico in piedi (come accadeva prima che scelte di civiltà verso musicisti e cantanti imponessero di assistere all’opera seduti e in silenzio, senza mangiare, bere chicchierare, corteggiare e farsi i fatti propri) si minaccia precisamente il rispetto per la musica, e quindi per i suoi esecutori, interpreti e fruitori. Il pubblico che sta scomodo, che passa da un piede all’altro, che gironzola, che “si sposta liberamente nello spazio scenico”, non si stanca soltanto, ma si distrae e crea distrazione. Chi ascolterà Stiffelio, nel bailamme e nel viavai del “suo” teatro?

Essendo il regista famoso ed esperto che è, non ho dubbi che abbia fatto anche Lei analoghe considerazioni. Ma evidentemente non Le importa neppure di questo. E allora, certo Lei capirà che sorge legittimo il sospetto che quel che Le importa sia di poter sperimentare liberamente le Sue “pensate”, a spese di chiunque ci capiti in mezzo. O, peggio che peggio, che Le importi soprattutto che dei Suoi esperimenti si parli, che ne nascano polemiche che vadano ad alimentare l’ego ipertrofico che affligge molti registi famosi, e spesso diventati tali soprattutto grazie a questo genere di assurde, inutili, dannose, aberranti provocazioni.

Il pubblico subirà, naturalmente. Molti faranno il sacrificio (anche economico, non dimentichiamo il costo esorbitante del biglietto… 170 Euro saranno certamente il prezzo del posto in piedi più caro della storia). Altri, come me, saranno costretti a restare a casa. Ma la sofferenza peggiore sarà quella inflitta alla musica, all’opera e alla sua storia.

Senza alcuna cordialità, la saluto

Yours truly

Mannaro

N. B. Per chi avesse necessità di rinfrescarsi un po’ la memoria, ecco qui di seguito un rapido excursus su alcune tappe recenti della carriera di Mr. Vick.

(Mosé di Rossini – Pesaro 2011)

Siegfried di Wagner – Palermo 2016

Otello di Verdi – Zurigo 2017

 

 

ROBA DA MATTI

 

(Ecco, questo per me è il momento più emblematico dell’intera messa in scena: questa signora, di cui vi spiegherò in seguito la funzione, si presenta al momento di cantare l’aria di Micaela… solo che, come vedete, il luogo non è per niente selvaggio, e nemmeno è sola. Tanto è vero che il suo monologo lo rivolgerà non al Signore (ossia, per chiarire, al Padreterno), ma proprio a questo “signore” che è lì con lei (e che poi sarebbe Escamillo) ed al quale si struscia senza ritegno per accattivarselo… cosa che a lui non sembra dispiacere affatto. Per maggiore chiarezza, ho lasciato i sottotitoli… Quel che, in tutto questo, non bisognerebbe dimenticare – lo so che è difficile, ma sforzatevi – è che stiamo assistendo alla Carmen di Bizet)

Ce l’ho fatta. Un po’ alla volta, sapete… non tutta di seguito. Il troppo è troppo. Ma, nonostante l’ottimo consiglio ricevuto da più parti di lasciar perdere e andare ad ascoltare (senza vedere niente, per prudenza) una vera Carmen, il senso del dovere mi ha spinto a compiere lo sforzo di vederla tutta, questa Carmen secondo Dmitri Tcherniakov, per poterne riferire a quanti non avranno la possibilità o la forza di farlo personalmente.

(Questa è la scena fissa dove si svolge l’intera vicenda)

L’opera è andata in scena giorni fa al Festival di Aix-en-Provence, dove apprendo che mancava da sessant’anni (ecco perché è stato possibile inventarsene un’altra ex novo… il regista, evidentemente, contava sul fatto che nessuno, fra pubblico, avesse mai visto quella di Bizet…) e chi volesse può trovarla ancora per due mesi a questo link:

http://www.arte.tv/fr/videos/073907-001-A/carmen-de-bizet

Per tutti gli altri, ora farò del mio meglio per raccontaarvi la storia, e che nessuno salti su a protestare che la Carmen la conosce e non ha bisogno di sentirsela raccontare del primo gatto venuto, perché vi assicuro che QUESTA supera non solo le vostre precedenti conoscenze, ma anche qualunque immaginazione.

Ecco, quindi, che, prima che inizi la musica, c’è una scena – appositamente scritta, con relativi dialoghi, da qualcuno, si suppone, come pure altre che seguiranno – che dovrebbe spiegare la situazione. In un salone che, come abbiamo visto, grosso modo potrebbe far pensare alla hall di un grande albergo, entrano un uomo e una donna – marito e moglie, scopriremo – lei elegante e molto determinata, lui incerto e riluttante. Subito dopo entra un tizio col fare rassicurante del venditore di auto usate, che garantisce il successo del trattamento, accuratamente studiato sulla base dei dati forniti dalla coppia.

Infatti, pare che il marito soffra di una grave apatia che gli ha fatto perdere “la gioia di vivere”. A sentire la moglie, la vita “lo annoia” e “non prova più alcuna emozione”. La cura? La partecipazione ad una specie di reality, o gioco di ruolo basato sulla storia di Carmen, in cui il paziente – sempre riluttante – sarà don José. La moglie se ne va, invitata ad andare a riprenderlo fra qualche giorno, e inizia (finalmente, ma, temo, nell’indifferenza generale…) l’ouverture della Carmen di Bizet, al termine della quale un tizio, che porta sul petto un cartellino con la scritta “Morales”, distribuisce analoghi cartellini ad un gruppo di figuranti (per lo più con la scritta “soldat”) ed infine uno al nostro protagonista.

L’atmosfera è da happy hour… Ma subito ricompare la moglie, che evidentemente non sa farsi gli affari suoi (il marito è seccato) e si intromette nella scena, anche se è un po’ in imbarazzo e se ne va presto. (Ah, dimenticavo di dirvi che la “moglie” in realtà canta la parte di Micaela… visto che qualcuno deve pur cantarla…). “Morales”, che è attrezzato con dei fogli arancione con la scaletta, annuncia che entra la guardia (ma in modo virtuale, in realtà non entra nessuno e “don Josè” è già lì, seduto in poltrona). I presenti mimano stupidamente dei soldati che marciano, saltano sulle poltrone e fanno a cuscinate (questi forse sono i monelli…).

Dei camerieri servono da bere e dopo un po’ arrivano le sigaraie (ooops… scusatemi, un riflesso condizionato… le sigaraie sono nella Carmen di Bizet. Qui ci sono delle signore eleganti e sofisticate che chiacchierano, bevono e fumano), e finalmente entra anche Carmen… che, a quanto pare, è in ritardo, non sa la parte, ride scioccamente e fa una specie di numero comico dell’imbranata. Ma quando, cantando, assume pose sexy, il “paziente” comincia a interessarsi… Alla fine lei dovrebbe lanciargli il fiore che ha nei capelli, ma non riesce a toglieserlo, e c’è un siparietto comico in cui lui l’aiuta, pungendosi un dito. A questo punto rientra la moglie, che non è Micaela, ma, dato che canta la sua parte, si scrive da sola un cartellino col nome e dichiara di essere la fidanzata di José e di avere una lettera di sua madre .

Con questo escamotage possono cantare il duetto… ovviamente in presenza di tutti gli attori del reality, a cui “José” può così confidare i suoi ricordi di gioventù (eh, la mamma è sempre la mamma, anche in caso di depressione acuta…).

(Questo è il duetto. “José” è un po’ scocciato, ma si alza e si anima quando parla di mammà e del paesello…)

Segue, senza una ragione che io abbia potuto individuare, la rissa fra le sigaraie, e Zuniga ordina l’arresto di Carmen, la quale schiaffeggia e malmena tutti i presenti, e poi inizia l’opera di seduzione di José, che, entrando finalmente nel gioco, le lega le mani con la propria cravatta e comincia a divertirsi. Dopo un po’ di tira e molla con la cravatta, all’improvviso piomba in scena un reparto di teste di cuoio, in divisa nera e casco integrale, armate fino ai denti di armi automatiche, a quanto pare per arrestare Carmen, manco fosse il successore ed erede di Bin Laden.

A questo punto, “José” si ribella e ingaggia una lotta per difenderla… ma alla fine viene informato dal “regista” del gioco che è tutta una finta, che le guardie sono attori e che evidentemente la terapia comincia a funzionare, poiché ha provato una forte emozione e reagito di conseguenza.

Sappiatelo, non ho intenzione di raccontarvi ogni stupido episodio. Ormai avrete capito come funziona la storia, una specie di rivisitazione pirandelliana (e quindi per niente nuova od originale…) sul tema dell’intereccio e della sovrapposizione della finzione e della realtà, con in più un po’ di teatro nel teatro.

Voglio solo citare ancora un paio di momenti che mi sembrano particolarmente interessanti: il primo è la scena nella locanda di Lillas Pastia, dove “José” è presente fin dal primo momento (non è stato in prigione, ovviamente), ed in cui, annoiato a morte, sfoglia una rivista, scarabocchia, e alla fine costruisce e lancia un aeroplanino di carta.

 

(Qui l’aeroplanino in costruzione)

In secondo luogo, vorrei ribadire la suprema ridicolaggine della scena già vista in apertura di questo post, in cui compare nel campo dei contrabbandieri Micaela/la moglie del paziente, (che per l’occasione tira fuori dalla borsetta il cartellino e se lo rimette) con lo stupido equivoco della preghiera del personaggio di Bizet trasformata in una scena di coquetterie.

Alla fine, tutto risulterà finto, anche la morte di Carmen (e non si capisce come possa sopravvivere, poiché anche se il coltello fosse di gomma, José la colpisce una ventina di volte con estrema violenza), arrivano i fiori per la protagonista e tutti brindano… tranne il paziente che, anziché guarire, è stato interamente “assorbuito” dalla finzione dalla quale non potrà più uscire.

(Carmen sembrerebbe morta, ma dopo si rialza a tutti festeggiano… tranne il povero José, ormai fuori di testa completamente)

Ora, io credo che si imponga qualche considerazione conclusiva. Per quanto priva di qualunque originalità e infarcita di trovate completamente idiote, la storia potrebbe, in teoria, anche reggere. Un paziente depresso ed apatico viene curato introducendolo in un gioco di ruolo in cui dovrebbe tornare a provare emozioni forti. Ma le emozioni sono troppo forti, e lui finisce per confondere irrimediabilmente la realtà con la finzione.

Okay. Benissimo, mettiamo in scena questa storia.

La domanda è: CHE COSA HA A CHE VEDERE QUESTA STORIA CON LA CARMEN DI BIZET?

Come possono le musiche create per fondersi ed identificarsi con i sentimenti dei personaggi di Carmen essere sfruttate come colonna sonora di questo pastiche? Com’è possibile distruggere il pathos della Romanza del fiore facendone leggere il testo dal protagonista su un foglietto di appunti?

 

(Comunque poi va a finire così, perché un po’ di sesso e violenza ci sta sempre bene…)

Com’é possibile trasformare il disperato coraggio di una fanciulla innamorata (melensa quanto si vuole, Micaela, ma andateci voi su una montagna frequentata da tipi loschi, di notte, sperando di salvare l’uomo che amate!) nella civetteria di un’elegante signora smaliziata? Com’è possibile sovrapporre (volutamente, è ovvio) due scene identiche fin nei minimi dettagli a due musiche scritte per due situazioni diverse, come il regista fa con la scena della “piazza” all’inizio dell’opera e quella della folla che attende la corrida in apertura del quarto atto?

(Due happy hour uguali precisi…)

Possibile, evidentemente, lo è, visto che questo signore si arroga il diritto di farlo, e nessuno glielo vieta. La vera domanda è sempre la solita: E’ giusto? E’ ammissibile? E’ lecito? E’… lasciatemi usare questa parola, forse ecccessiva, ma credetemi, profondamente sentita… E’ MORALE?

A voi, miei cari amici e visitatori… Respondez, s’il vous plait…

E buona settimana a tutti dal vostro accaldatissimo

Mannaro

 

(Le immagini sono fotogrammi tratti dalla trasmissione video del citato sito ARTE, spero senza violazione di alcun copyright)

 

STANDING DI SICURO… (ma poi anche ovation?)

Vi avverto, sono molto arrabbiato. Sono così arrabbiato che ho deciso di iniziare la mia protesta con mesi di anticipo, visto che riguarda un’opera che andrà in scena a partire dal 30 settembre e fino al 21 ottobre. Un’opera che il regista Graham Vick (famoso o famigerato, a scelta di chi ha visto i suoi spettacoli) illustra con questo breve video, da cui si desumono due cose. La prima è che la sua interpretazione avrà una connotazione politica. Si parla infatti della “destra” che sta dilagando in Europa, e che con Stiffelio ci azzecca meno di niente, essendo Stiffelio un’opera centrata – per come la vede il vostro Mannaro, s’intende – sul tema del perdono cristiano e sulla capacità del protagonista, predicatore e uomo di fede, di agire in accordo con i suoi precetti quando il “peccato” che è chiamato a perdonare lo ferisce profondamente a livello personale.

Quindi, di qualcosa che anche vagamente riguardi destra, sinistra o centro io proprio non ne vedo traccia. Naturalmente, sappiamo ormai che in un’opera il regista ci può infilare impunemente di tutto, quindi subiremo anche questa, e amen.

Secondo elemento rilevante del breve discorso è il fatto (peraltro scaltramente non chiarito…) che l’opera è particolarmente dedicata ai giovani. E questo è più che certo. Gli anziani, infatti, ne saranno totalmente esclusi. E non per motivi estetici o filosofico/moral/politici… ma semplicemente perché pochissimi anziani (e, a quanto risulta da una mia personale mini-indagine, anche ben pochi giovani) se la sentiranno di vedere ed ascoltare l’opera restando in piedi ininterrottamente per due ore e mezza.

Perché questa, miei carissimi amici e lettori, è la grande pensata, la grande novità… che poi novità non è, poiché lo stesso Vick ha già fatto l’esperimento in passato, con quanto successo per ora non so, ma indagherò con molta solerzia. Il pubblico starà in piedi. Ma non solo. Si aggirerà liberamente nello “spazio scenico” probabilmente costretto a scansare le piattaforme mobili su cui si svolgerà l’azione, come è spiegato in questo articolo, della cui segnalazione ringrazio un amico carissimo (ma mi rende perplesso questo fatto di portare le sedie nell’intervallo. Venti minuti, cinque-seicento sedie… Dove saranno stivate? Quanto tempo e quanto trambusto ci vorranno? Mah… “Lo saprete se verrete”, come nel Ballo in maschera…)

http://parma.repubblica.it/cronaca/2017/01/24/news/festival_verdi_2017_stiffelio_al_farnese_con_il_pubblico_in_piedi-156769082/

E meno male che, a quanto mi pare di aver capito, i cantanti abiteranno codeste sei piattaforme, e non saranno costretti ad aggirarsi fra il pubblico come la pupa del boss che fa la cantante nel night nei film degli anni Cinquanta.

Il fatto, poi che il posto in piedi costi 170 Euro (meno, quindi, dei 250 del posto a sedere dell’anno scorso per la Giovanna d’Arco nello stesso Teatro Farnese, in cui il modo di far sedere il pubblico si era pur trovato… ma non poi così tanto meno) non mi pare incoraggi chi vorrebbe tentare di farcela. Come sapete, io stesso non sono più un gattino da molto tempo, e questi problemi li conosco. Quando la schiena duole e le gambe cedono, che fa lo spettatore anziano? Basterà seguire la raccomandazione (che io trovo irresistibilmente comica) pubblicata sul sito del Teatro, di indossare “calzature confortevoli“?

Bene, per adesso mi fermerò qui. Oggi mi basta segnalare questo fatto inaudito di un’opera fatta per i giovani… ma solo perché gli anziani non ce la farebbero a restare in piedi fino all’ultimo.

Questo, però, è solo l’inizio.

Perché certo i problemi non finiscono qui. C’è l’orchestra (dove? Boh, per ora non l’ho capito). Ci sono i cantanti, alle prese con un’acustica già di per sé non ottimale “a bocce ferme”, figurarsi col pubblico in roaming. C’è la fruibilità della musica (sì, perché, sapete, nell’opera c’è anche la musica…), che forse dovrà fare i conti con lo scalpiccio degli spostamenti degli spettatori, nonché con la difficoltà di concentrazione, in mezzo al viavai.

Ma ne parleremo. Oh, se ne parleremo.

C’è tempo più di due mesi, e vi avverto che ho intenzione di servirmi di tutti i mezzi possibili per denunciare questa ridicola “pensata”, che offende e danneggia il pubblico, il compositore e l’opera. So già che ci sarà chi mi suggerirà di astenermene, per non fare pubblicità gratis al megalomane di turno. Ma quando ci vuole, ci vuole. Io, almeno la penso così.

Scarne notizie troverete sul sito del teatro, ( http://www.teatroregioparma.org/ ) dove l’avvertenza sui posti in piedi e sulle calzature confortevoli non è neppure leggibile integralmente, almeno sul mio computer. Io ne vedo solo questo pezzetto, e per il resto lavoro di fantasia. Se qualcuno vede la frase per intero è pregato di farmelo sapere.

Alla prossima, quindi, dal vostro infuriato

Mannaro

PREVENZIONE E CURA

I miei amici e lettori più affezionati (ci siete… lo so che ci siete e vi contraccambio con tutto il mio tenero cuore di Mannaro !!!) sanno molto bene che una delle mie più grandi consolazioni è potervi aiutare a viaggiare informati. Cioè, in pratica, riuscire a darvi in anticipo informazioni sugli spettacoli che potreste avere in progetto di andare a vedere, in modo da mettervi in guardia o – non si sa mai… può verificarsi anche questo caso – di consentirvi di partire con la tranquillità di assistere ad una regia sensata, gradevole, o perfino bella o bellissima (perché porre limiti alla Provvidenza?).

Il caso che mi si prospetta oggi è un po’ particolare. Infatti, di questa Lucia di Lammermoor andata in scena a Bologna recentemente (ultima, se non erro, il 25 giugno scorso) avrei voluto parlarvi già da diversi giorni, ma purtroppo anche le giornate di noi Mannari durano solo 24 ore, e a volte non trovo il tempo per tutto, e il lavoro rimane arretrato (per esempio, vi ho promesso di riferirvi su un’interessante intervista all’amico regista Giulio Ciabatti, e ancora non sono riuscito a mantenere… Ma abbiate fede).

Non tutto il male, tuttavia, viene per nuocere, poiché scopro che questa stessa regia, per quanto ne so poco apprezzata a Bologna, figura pari pari nel prossimo cartellone del Teatro Carlo Felice di Genova, e quindi chi progettasse di andare a vederla potrà, per l’appunto, viaggiare informato ed ammaestrato dall’esperienza bolognese.

Non avendo visto lo spettacolo, ho la fortuna di poter approfittare per la seconda volta in pochi giorni della recensione della rivista on-line l’Ape musicale, anche in questo caso molto dettagliata e decisamente critica (come raccomandava il grande Eugenio Gara, compito del recensore è “dire vino al vino e cane al cane“… anche se forse non sospettava che un giorno sarebbero stati i registi i primi ad attirare l’attenzione).

Come in una precedente occasione, riporterò un breve stralcio della recensione, ma anche oggi ve ne raccomando la lettura integrale, che troverete al seguente link:

https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/34-opera/opera2017/4783-bologna-lucia-di-lammermoor-16-06-2017

Già il titolo, per la verità, ci illumina sulla sostanza: “Lucia sul capo ti pende“. Ed in effetti, la citazione va intesa nel senso il più possibile letterale, come vediamo dall’immagine.

Scrive infatti Roberta Pedrotti (subito sotto l'”occhiello” in cui ha definito, senza mezzi termini, lo spettacolo “una messa in scena fallimentare che non teme di scadere nel ridicolo“):

Edgardo intona “Tu che a Dio spiegasti l’ali” mentre il manichino della “bell’alma innamorata” penzola impiccato a mezz’aria e in sala le risate si soffocano a malapena. Si deve essere ispirato più a Maurizio Cattelan che all’annunciato Millais, Lorenzo Mariani, per questo finale affondato nel brutto, nello sciocco, nel ridicolo. Brutto è senz’altro un pupazzo di plastica appeso a un grosso cavo che ondeggia sulla testa del tenore (se poi voleva sembrar altro, oltre che brutto sarà pure maldestro), sciocca è l’illustrazione didascalica delle parole di Raimondo “è in cielo!” e di conseguenza ridicola senza speranza di redenzione, sorprendente nel disegno di un regista d’esperienza, per di più dopo una serie di prove nelle quali pare impossibile nessuno abbia fatto notare il potenziale comico distruttivo di questa scena. Si butta così allegramente a mare lo splendore struggente della morte di Edgardo senza che nulla possa giustificare la svolta verso un granguignol buffonesco e parodistico.”

Ma la Lucia impiccata non è l’unica pensata comicamente macabra del regista. C’è anche – forse a sottolineare, a beneficio del pubblico costantemente dato dai registi per sprovveduto, la crudeltà sanguinaria di Lord Enrico – lo smembramento del cervo (un’amica animalista convinta mi ha chiesto se è finto… e l’ho rassicurata, spero a ragione). E – udite udite la sconvolgente novità – c’è pure il tentativo di stupro di Lucia da parte del fratello, dato che pare che senza uno stupro, riuscito o almeno tentato, non si possa più mettere in scena un’opera con criteri “moderni”.

Insomma, se appena potete leggetevi la recensione, e lì troverete tutto anche sulle scene (eccessivamente cupe, come si vede dall’immagine iniziale, ma non sgradevoli) sui costumi (discutibili, specie quello di Lucia che – non si capisce perché – indossa sempre lo stesso vestituccio bianco, vagamente anni ’40, dal principio alla fine, matrimonio compreso) ed anche sui cantanti, sui quali come ben sapete, il vostro Mannaro per lo più si astiene, talvolta per spirito caritatevole e talvolta a scanso di possibili querele.

Insomma, chi si è perso l’occasione a Bologna, è avvertito fin d’ora di quello che troverà a Genova… a meno, s’intende, di qualche ripensamento correttivo del regista, auspicabile quanto – temo – improbabile.

Quasi dimenticavo di avvertirvi che c’è anche lo sposino che si trascina sanguinante in scena a va a morire, parrebbe, sul tavolo, come si vede qui.

Vi posso già anticipare che anche sulla Norma in programma al Carlo Felice in gennaio, e proveniente dal Massimo di Palermo, potrò fra breve darvi qualche indicazione generale, anticipandovi che gli amici palermitani, che mi hanno prontamente ragguagliato, mi hanno anche suggerito grande cautela prima di mettermi in viaggio… Ne sapremo tutti di più prossimamente.

Cari saluti e buon finesettimana a tutti dal sempre vostro

Mannaro

© Foto Rocco Casaluci

DISCORSO SUL METODO

Questo è Nabucco/Ceccobeppe, che, con la testa fasciata, canta “Dio di Giuda”dopo essere stato colpito non dal fulmine divino, ma da una comume pistolettata

Grossa discussione, almeno su Facebook, a proposito del Nabucco di Verdi in versione risorgimental/kolossal in scena all’Arena di Verona.

E allora bisogna cominciare (come al solito, peraltro) con l’intenderci. Cioè con il capire se parliamo del Nabucco, del Risorgimento o del Kolossal, poiché, a parere modestissimo del vostro Mannaro, si tratta di tre cose completamente diverse, e scarsamente compatibili fra loro.

Il pubblico dei melomani si è diviso, grosso modo, fra i fautori del Nabucco e quelli del Kolossal, i quali ultimi sull’arruffato e pasticciato e storicamente raccapricciante Risorgimento inventato dal regista, Arnaud Bernard, hanno, per lo più, glissato, quando non hanno giustificato tutto, come il recensore di Operaclick, ad esempio (Vedere il link in calce) che, di fronte agli strafalcioni storici di cui la messa in scena è disseminata, ha sentenziato che erano “voluti”. Il che – lasciatemelo dire –  al vostro Mannaro sembra un po’ il famoso apologo del tizio che, caduto da cavallo, dichiarò che aveva voluto scendere.

Una delle obiezioni favorite che i fautori di questa scandalosa (sempre a parere del vostro Mannaro, s’intende) trasposizione risorgimentale del Nabucco rivolgono chi la giudica offensiva nei confronti di Verdi, di Solera e del pubblico è: “Non potete parlare se non l’avete vista” (a parte l’affermazione, di per sè un po’ vaga, che è “bellissima” e “spettacolare“, per il commento  alla quale vi rimando al post precedente, tanto il discorso non cambia https://ilgattomannaro.wordpress.com/2017/06/23/basta-intendersi/).

Obiezione, come ho già altrove specificato, che “gattosamente” (avverbio che, come sapete, nel mio caso sta per “personalmente”, essendo io un gatto, e non una persona…) trovo risibile, poiché un’opera totalmente stravolta, come è il caso di questo Nabucco malamente ambientato all’epoca – più o meno – delle Cinque Giornate di Milano, per me non è Nabucco, non ci azzecca nulla con Nabucco, non può che stridere continuamente col testo del libretto come un gesso sulla lavagna, e quindi proprio non mi sogno nemmeno di buttare tempo e soldi per andare a vederla).

 

Panoramica dell’Arena, con in fondo il palcoscenico su cui campeggia la ricostruzione della Scala, quartier generale (pare…) dell’esercito di occupazione, attorno a cui si svolge la maggor parte dell’azione

Ma volendo – per estremo amore di correttezza – darla pure per buona, ho scelto di proporvi, miei cari amici e visitatori, l’opinione di qualcuno che l’ha vista – e, mi pare, con somma attenzione – e ne ha dato un resoconto dettagliatissimo, che troverete a questo link:

https://www.apemusicale.it/joomla/recensioni/34-opera/opera2017/4813-verona-nabucco-23-06-2017

Come ho già fatto sulla mia pagina Facebook, vi invito caldamente ad andare a leggervi questa recensione da cima a fondo. Ma per invogliarvi, ne citerò qui alcuni stralci, giusto come “antipasto”.

Ecco dunque, per sommi capi, quanto succede in scena:

“Milano (secondo Bernard già italiana prima che l’Italia esistesse) viene occupata dagli austriaci nella conquista di una città che, nel 1848, era già sotto l’egida dell’aquila bicipite. Ricordiamoci che, in questo guazzabuglio generale, stiamo presenziando a una recita di Nabucco, dove la trama vorrebbe che le milizie babilonesi conquistino Gerusalemme e deportino gli ebrei nella mezzaluna fertile e l’intera opera si sviluppi sul desiderio di un popolo di tornare alla propria patria lontana. I milanesi sono a Milano e non si capisce dove abbiano intenzione di tornare.”

(Scena insurrezionale con cannone)

“La regia scade decisamente nel kitsch nel terzo e quarto atto. Viene ricostruita la sala della Scala (con un palco inspiegabilmente sbilenco), all’interno della quale un cartonato di una Menorah ci fa intendere che al Piermarini stia per andare in scena un Nabucco. […]. Durante l’esecuzione di “Va’ pensiero” il pubblico (quello della Scala fasulla) è cheto finché non viene pronunciata la frase “patria sì bella, perduta”: in questo momento austriaci e italiani cominciano a insultarsi reciprocamente con plateale gestualità. Per chi l’avesse visto erano movenze molto simili a quelle che si scambiavano la plebe e i nobili in Il fornaretto di Venezia del quartetto Cetra. In più, nella celebre parodia RAI.”

(Irrompe al galoppo la cavalleria. In scena compaiono anche non so bene se una o più carrozze. Spettacolare, no?)

“Al termine del celebre coro viene mostrato alla sala (quella finta e al pubblico dell’Arena) uno striscione recante la scritta “W V.E.R.D.I.” (viva Vittorio Emanuele re d’Italia). Era un acronimo risorgimentale, è vero, ma senza senso nel contesto delle Cinque Giornate di Milano (il riferimento è esplicitato dal regista nelle note) e, nel 1848, sul Piemonte, regnava Carlo Alberto.”

(Crocerossine ante litteram soccorrono i feriti, sempre davanti alla Scala)

Ma, come accennavo sopra, c’è anche qualcuno a cui tutto questo pasticciato bailamme è piaciuto. anzi, che è convinto che “le idee registiche funzionano” (!?! Nota di Mannaro) e che il regista “intelligentemente non cerca l’inutile filologia storica ma si prende quelle piccole libertà utili a far funzionare il tutto, quasi fosse un film” (!!??!! Sempre nota di Mannaro). E, per par condicio potete leggervi tutto qui.

Verona – Arena: Nabucco inaugura la stagione 2017 | OperaClick

Altro non posso aggiungere, stante il fatto che, come dicono quanti hanno trattato da ignoranti e retrogradi coloro che non si sono genuflessi davanti a questa produzione, io NON l’ho vista… (e ne sono ben contento). Vorrei solo concludere osservando, appunto, il diverso metodo che, prevalentemente, si constata nella discussione… come in molte altre dello stesso tenore. Chi disapprova, solitamente cerca di spiegare ed argomentare la propria posizione. Gli entusiasti, invece, per lo più si limitano a proclamare la “bellezza” e la “novità” dello spettacolo, e ad irridere (o anche a insultare, o poco meno) quanti non concordano con loro.

Questione di metodo, naturalmente.

E con quest’ultima osservazione, vi saluta anche oggi il vostro affezionato

Mannaro

PS. Ma l’Arena non lamentava una drammatica mancanza di fondi, tanto da “precarizzare” il corpo di ballo e forse perfino l’orchestra”? E si da al Kolossal???? Quanto è costato questo spettacolare spettacolo? Solo il pensiero mi dà un prurito che nemmeno un esercito di pulci nella pelliccia…

© Foto Ennevi

BASTA INTENDERSI

No, state tranquilli, sarò molto breve sull’edizione de Il viaggio a Reims di Rossini che abbiamo visto ieri sera su RAI5, regia di Damiano Michieletto importata da Amsterdam, dove è andata in scena un paio di anni fa.

Sarò breve perché da dire ho molto poco, se non che per prima cosa dobbiamo metterci d’accordo su che cosa intendiamo per la regia di un’opera, e di quali requisiti abbiamo bisogno per dire che era “bellissima” (su “geniale”, poi, concordare è ancora più arduo).

Comincerò, quindi, col dirvi, spiegandomi con un esempio, come la pensa in merito il vostro Mannaro… nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi e gli servisse un chiarimento.

Ecco, supponiamo che andiate a vedere una Tosca, dove scene e costumi sono magnifici, ricchi, sontuosi. Tutto curato, tutto perfetto. Tutto che si può definire “bello” senza timore di esagerare. Però… però scoprite, nel corso dello spettacolo, che Tosca se la fa di nascosto con Spoletta e che Cavaradossi intrattiene parallelamente una relazione omossessuale con Scarpia, il quale lo fa uccidere per gelosia. Sareste ancora disposti a definire “bello” uno spettacolo del genere?

Se la risposta è “No”, allora non può esservi piaciuto, ma proprio neanche un po’, quel Viaggio a Reims che abbiamo visto ieri sera – e nel quale, a dirla tutta, anche di bellezza ne ho vista poca, a meno che non si vogliano considerare belli (è bello ciò che piace, dopotutto) quegli stucchevoli, curatissimi “tableaux vivants” che comparivano ogni tanto, culminando nella scena finale dell’incoronazione. Per il resto, ho visto solo un’assurda accozzaglia di gente in costumi privi di qualunque nesso con la trama dell’opera (esile quanto volete, ma precisa quanto ad epoca e a situazione), che cantava frasi – puntualmente sottotitolate, a maggior confusione dello spettatore – che per lo più non avevano alcun rapporto con la scena che si stava svolgendo.

La domanda è: ci azzeccava qualcosa, tutto questo, con Il viaggio a Reims? Anche ammesso che il tutto fosse bellissimo (ammesso… non concesso) questo rendeva in qualche modo giustificato, in senso logico e drammaturgico, trasformare il “Giglio d’oro” (O “Golden lilium”, e qui lasciatemi ridere) in una galleria d’arte, e i preparativi di un viaggio nell’allestimento di una mostra di quadri? Autorizzava in qualche modo lo stravolgimento di un’opera che ha già dentro, nel testo e nella musica, tutto il divertimento, tutta l’ironia di cui ha bisogno?

Lo ammetto: è cosa che nella mia lunga vita ho fatto molto raramente, ma ad un certo punto ho spento il televisore, e se fossi stato in teatro sarei saltato giù dalla poltrona e me ne sarei andato. Perché una cosa del genere NON VOGLIO vederla. Perché trovo offensivo, e se volete perfino blasfemo che sia permesso stravolgere così un’opera in musica.

A qualcuno, ovviamente è piaciuta. Benissimo, buon per voi. Non vi chiederò di raccontarmi ciò che avete visto, perché alla fine dovreste ammettere che non mi avreste raccontato il Viaggio a Reims di Rossini, ma una storia irriconoscibile, abusivamente sovrapposta al libretto e alla musica. Che fosse bella o brutta, curatissima nei dettagli o malamente raffazzonata, a mio modo di vedere non ha alcuna importanza, Quello che importa è l’idea stessa che un tizio qualunque possa impadronirsi impunemente dell’opera di un genio (uno vero… Gioachino Rossini), e farne quel che gli pare. Evidentemente può farlo e lo fa. Ma non potete biasimarmi se non voglio assistere allo scempio.

L’unica foto che ho ritenuto di pubblicare è tratta dal sito del Teatro dell’Opera di Roma, dove potrete trovarne parecchie altre seguendo questo link:

http://www.operaroma.it/spettacoli/il-viaggio-a-reims/

Per chi volesse, esiste anche un trailer dell’Opera di Amsterdam, che darà a chi non ha visto la diretta/differita in TV qualche elemento in più.

Nella speranza di aver fatto ancora una volta il proprio dovere verso di voi, cari e affezionati lettori, ed anche, nella pochezza dei suoi miagolii, verso Rossini e l’opera lirica in generale, vi saluta anche oggi il vostro

Mannaro

NOZZE D’ARGENTO

Ebbene sì, sono tornato… Come ve lo immaginate il cuscino? Un po’ orientaleggiante come questo, spartano in tinta unita, quadrato, tondo, rettangolare? Qui avete un suggerimento… voi fate lavorare la fantasia.

Sono tornato, dicevo, contento e soddisfatto e gratificato, poiché ho visto al Teatro Verdi di Trieste una Tosca bellissima. Naturalmente non tutto mi è piaciuto allo stesso modo, ma quando uno spettacolo è fedele allo spirito ed alla lettera della musica e del testo, quando si riconosce fino dalla prima occhiata a scene e costumi, quando non presenta la minima traccia di salti logici, incongruenze, dimenticanze, e soprattutto registra una totale assenza di stupidaggini di qualsivoglia specie e genere, il vostro Mannaro non può e non vuole cercare peli nell’uovo, che alla fine sono pure e semplici differenze di gusto.

Quindi voglio personalmente (insomma, gattosamente) ringraziare Hugo de Ana, che firma la regia (ed anche scene e costumi, splendidi come sempre), e Giulio Ciabatti che l’ha ripresa con la consueta professionalità e sensibilità.

Anzi, Giulio Ciabatti ha avuto la cortesia di concedermi una lunga intervista, che naturalmente condividerò prestissimo con i miei lettori. Il tempo di trascrivere la registrazione, poiché voglio trasmettervi le sue parole esatte, troppo interessanti per farne un riassunto.

Frattanto, come avete visto, le visite su questo blog hanno superato le 25.000, ispirandomi il titolo.

All’avvicinarsi della cifra tonda avevo cominciato a riflettere su come festeggiare, ma, col senno di poi, ho constatato non ci sarebbe stato bisogno di pensarci tanto. Come festeggiare meglio che con le immagini di questa bellissima Tosca?

Qui ve ne farò vedere solo alcune, ma potete trovarne molte, una più bella dell’altra, sul sito del teatro, a questo link che vi consiglio caldamente:

http://www.teatroverdi-trieste.com/it/spettacoli/tosca

 

Come sempre in questi casi, le didascalie sono completamente inutili, perciò godetevi le foto, e basta.

Segnalo intanto a chi volesse viaggiare informato e non perdersi l’occasione, che lo spettacolo va ancora in scena questa sera (15 giugno) e poi sabato 17, mentre si trasferirà ad Udine il giorno 23 e successivamente a Pordenone.

Sperando che queste immagini vi abbiano procurato la stessa consolazione che lo spettacolo ha dato a me, vi ricordo l’appuntamento alla promessa intervista.

Venticinquemila ringraziamenti e tanti cari saluti a tutti dal vostro

Mannaro

© Foto Visual Art Fotografia

DON GIOVANNI IN CROCIERA

Miei cari amici e visitatori, voi che mi siete più fedeli sapete già che una delle mie più grandi consolazioni è trovare – e condividere con voi – una recensione di un vero critico professionista che esca dal coro, anche troppo nutrito, dei laudatores del Regietheater. Oggi sono tutto contento (sto facendo le fusa, figuratevi…) di poterne proporne una, parzialmente tradotta (alla fine troverete il link per chi vuole leggersela tutta) dalla già citata, serissima e prestigiosa rivista on line Bachtrack.

Le avventure di Don Giovanni le abbiamo viste ambientate in tutti i luoghi ed epoche possibili e immaginabili, e – così, a spanne – direi che l’idea di mandarlo in crociera non è neppure tanto una novità. Ma anche se fosse la prima volta in assoluto, rimarrebbe il fatto che, come accenna il recensore. non si capisce quale scopo questa ambientazione si proponga di raggiungere.

Ecco, comunque, quanto scrive Mark Pullinger, recensendo un spettacolo del teatro londinese Opera Holland Park, dove Don Giovanni di Mozart è in scena fino al 24 giugno prossimo:

“Questa produzione si apre come il perfetto classico poliziesco. I passeggeri s’imbarcano con i loro bagagli su una nave di linea per una crociera transatlantica, affaccendati a trovare le loro cabine. Nel giro di pochi momenti c’è un tentativo di stupro, un omicidio e nessun luogo dove il criminale possa fuggire. Manca soltanto che Hercule Poirot zampetti sul ponte per applicare le sue “celluline grigie” all’individuazione del colpevole. Invece, abbiamo il Don Giovanni di Mozart, trasportato dal regista Oliver Platt sulla Queen Mary negli anni Trenta, per la nuova produzione dell’Opera Holland Park. Sembra abbastanza bella – in particolare per i costumi – ma il difetto è nel  “concept”.

“Venite pur avanti, vezzose mascherette…”

La scenografia di Neil Irish rappresenta un ponte con allineate delle cabine, e il risultato è un lungo, stretto “grembiule” sul palcoscenico. […] Le pareti cadono all’indietro per creare un ristretto spazio per le scene di interni. Non c’è alcuna ragione comprensibile per l’ambientazione su una nave di linea, a parte il modo della conclusione, la morte del Don, che era prevedibile dopo le buffonate di Donna Elvira nella sua aria “Mi tradì quell’alma ingrata [Qui, purtroppo, il recensore non si spiega meglio di così, e sono spiacente di non poter essere più chiaro su che cosa combina Donna Elvira e su come muore Don Giovanni… ma, dal contesto sono propenso a pensare che finisca fuori bordo e affoghi. Nota di Mannaro]. Ma sorgono parecchie domande. Come mai i contadini Zerlina e Masetto partono in crociera prima del matrimonio? E perché occupano cabine sullo stesso ponte degli ospiti di classe di Don Giovanni? Perché Donna Elvira porterebbe con sé la propria cameriera, se la Compagnia fornisce il servizio in camera? Questa ambientazione in crociera, in un certo senso è promettente, ma aveva bisogno di ragionamenti più rigorosi di quelli che le sono stati assicurati qui.

Fin ch’han dal vino calda la testa…

Mozart descrive Don Giovanni come un dramma giocoso, e Platt ottiene una quantità di risate, ma parte del lato comico, qui, non era intenzionale: lo schizzo di sangue quando il Commendatore viene accoltellato; Zerlina che cerca di nascondersi “dietro il fogliame” portandosi davanti al viso i rametti verdi decorativi del suo cocktail; Elvira e Leporello che esclamano di non riuscire a trovare una porta quando ne hanno una quantità fra cui scegliere. Il Commendatore, comprensibilmente, non ha alcuna statua, ma il suo cadavere, poi resuscitato, è steso su un tavolo nella stessa stanza dove è appesa la carne (l’Ufficio d’igiene del porto avrebbe avuto parecchio da fare). Quando entra nella cabina di Don Giovanni, il sangue sgorga da una ferita alla testa, a dispetto del fatto che è stato pugnalato all’addome.”

Fin qui, quasi integralamente, il resoconto sulla messa in scena. Il resto, potete trovarlo, volendo, a questo link:

https://bachtrack.com/fr_FR/review-don-giovanni-platt-lam-riches-opera-holland-park-june-2017

Non posso esimermi, tuttavia, dal riportare, per chi non va a leggersi l’intero articolo, la frase, abbastanza lapidaria, con cui la recensione si chiude:

“Don Giovanni è spesso definito la tomba di un regista. Questo merita una silenziosa e discreta sepoltura in mare.”

E così, anche oggi il mio piccolo lavoro l’ho fatto. Per la verità, avevo già lavorato anche stamattina. segnalando sulla mia pagina Facebook l’imminente ricomparsa delle streghe di Macbeth in versione Emma Dante, attese a partorire al Teatro Regio di Torino (se non erro a partire dal 16 giugno prossimo) giusto per aiutare gli aspiranti spettatori a viaggiare informati. Chi volesse saperne di più può consultare questi post: https://ilgattomannaro.wordpress.com/2017/01/27/streghe-e-piu-streghe/

L’OPERA AL NERO

Quanto a me, vi avverto che lascio momentaneamente il mio cuscino, e non mi dispiace affatto. Sono in partenza per andare a vedere l’opera in teatro: Trieste, teatro Verdi, Tosca di Puccini, ripresa di una regia di Hugo de Ana. Chi ha visto la prova generale è rimasto piacevolmente sorpreso. Non solo era Tosca, ma lo sembrava anche… Evento raro in tempo di Regietheater, non è vero? Naturalmente vi racconterò tutto al mio ritorno.

E con questa promessa, vi saluta anche oggi con un arrivederci alla prossima settimana il vostro

Mannaro

©Foto: Robert Workman

PASQUA, VENERDI’ SANTO E TITOLI RAI

Mi sembra di vedervi leggere il titolo di oggi con la faccia perplessa e magari gli occhi sgranati, mentre state pensando che, oltre ad essere sparito senza dare notizie di sé per un periodo insolitamente lungo, il vostro Mannaro stavolta è proprio uscito di testa completamente. Sarà per caso il caldo?, vi chiederete. O sarà che troppi matti e manicomi nell’opera hanno avuto questo terribile effetto sulla mente felina?

Tranquillizzatevi… su tutti i fronti. E’ vero, sono sparito. Su questo avete perfettamente ragione. Tranne una brevissima comparsa sulla mia pagina Facebook (che però non tutti i lettori del blog seguono, a quanto ne so), non mi faccio vivo da un sacco di tempo. Ma una ragione c’è, e passo subito a spiegarvela.

Il fatto è che, tutto a un tratto, ho avvertito il bisogno, ma proprio impellente, di una pausa di riflessione. E la causa scatenante di questo bisogno qualcuno di voi l’ha vista per l’appunto sulla mia pagina Facebook, e qui la ripropongo, o propongo ex novo, a seconda dei casi.

Sono capitato su questa “notizia” casualmente, una sera, scorrendo la Guida dei programmi sul televisore, e, vedendola, mi sono reso conto che mi ero completamente dimenticato la trasmissione del doppio spettacolo La voix humaine/Cavalleria rusticana del Comunale di Bologna.

A dirla proprio tutta, probabilmente non l’avevo dimenticato, ma piuttosto “rimosso”, poiché non ho difficoltà ad ammettere che le regie della signora Emma Dante hanno un effetto particolarmente deleterio sul mio sistema cardiocircolatorio, sul mio apparato digerente e direi perfino su quello scheletrico, dato che – sarà una suggestione… – mi fanno sentire di più perfino i dolori reumatici.

Ora, gli svarioni della RAI, specialmente quando si tratta di opera lirica, non sono una novità per nessuno (tutti abbiamo il ricordo di certe presentazioni delle dirette, comprese quelle dalla Scala, da far accapponare la pelle) ma qui si trattava di scrivere semplicemente tre righe di annuncio del programma. Eppure è venuto fuori un concetto così raccapricciante che proprio non mi riesce di attribuirlo alla necessità di adattarlo allo spazio limitato. Un “regia di” ci stava senza problemi, bastava volerlo scrivere.

Perché, miei cari amici e visitatori, “sappiatevelo”: La voix humaine e Cavalleria rusticana NON sono due atti unici di Emma Dante, ma, rispettivamente, di François Poulenc e Pietro Mascagni.

Mannaro, ma che stai dicendo?” protesterete voi. “Non c’è bisogno che ce lo spieghi tu, lo sappiamo benissimo!“.

Certo. Sicuro. Ineccepibile. Voi che leggete questo blog, che conoscete le opere, che frequentate i teatri, lo sapete benissimo. Ma chi guarda i programmi della RAI è altrettanto informato? E non avrebbe il diritto di esserlo in modo chiaro ed inequivocabile?

Lo so, ormai si dice “la tale opera” di questo o di quello, facendo il nome del regista che la mette in scena per l’occasione, ma si tratta, di solito, di un linguaggio giornalistico, usato in un contesto che comunque permette la corretta attribuzione agli autori. Visto così, bianco su nero, in veste di informazione all’utenza, secondo me faceva una gran brutta impressione.

D’altra parte, lo spettacolo è andato in onda sulla RAI per ben tre volte consecutive, cosa che, per quanto posso ricordare, ho visto accadere, occasionalmente, solo per le prime della Scala. Vien fatto di chiedersi (specialmente se si è un gatto portato a pensare male, e spesso a scoprire che sarà anche peccato, ma ci si azzecca) quali interessi possano eventualmente esserci dietro tanto zelo.

Sulla messa in scena in sé non apro bocca, poiché alla fine non l’ho vista. Amici che mi vogliono bene me l’hanno sconsigliata,  dandomene contemporaneamente alcuni ragguagli (corredati da qualche foto), e spiegandomi che, per quanto sia noto a tutti (tranne alla regista, all’apparenza) che la Cavalleria rusticana si svolge nel giorno di Pasqua, ci stavano dentro pure scene della Passione, con un Cristo nero che trascinava una pesante croce per il palcoscenico, ed anche un certo parallelismo Mamma Lucia/Maria Vergine (e quindi, di conseguenza, forse pure Gesù/Turiddu, il che sarebbe un po’ azzardato).

Quanto a La voix humaine, pare che fosse caratterizzata dalla presenza in scena dell’interlocutore, che nell’opera dovrebbe essere solo all’altro capo del telefono. E questo penso che si possa far rientrare nel concetto, assai diffuso tra i registi “attuali” e “moderni”, che il pubblico deve vedere tutto, altrimenti – poveretto – non capisce. Pare, tra l’altro, che la protagonista sia pure all’ospedale (o forse in manicomio, tanto per l’originalità).

Come che sia, lo spettacolo sarà piaciuto o non piaciuto, a seconda dei gusti, ma, a quanto ho capito, non mi risulta che possa essere considerato meritevole di passare alla storia della regia d’opera. Il Comunale di Bologna è, ovviamente, un teatro di tutto rispetto, ma non è né la Scala, né il Metropolitan. Gli interpreti sono ottimi artisti, ma non sembra che rientrino nell’olimpo dell’eccezionalità. E’ così strano, dunque, chiedersi per quali meriti questo spettacolo che, nella migliore delle ipotesi, non ha proprio nulla di speciale, viene riproposto sulla RAI per ben tre volte in una settimana, anziché due, come avviene regolarmente per tutte le altre opere in programma, che vanno in onda la domenica mattina, con replica il martedì pomeriggio? Ed è strano non sapersi dare una risposta?

Lo so, spesso mi congedo da voi lasciandovi degli interrogativi su cui meditare, piuttosto che delle affermazioni da condividere o rifiutare. Ma noi gatti siamo così… ci piace essere liberi in un mondo di liberi. Speriamo di restarlo ancora per molto tempo.

E con questo auspicio, vi augura buona domenica il vostro

Mannaro

© Foto Rocco Casalucci