ABOUT – NOTIZIE IN BREVE

Quando ancora non era Mannaro, ma solo un micio un po’ sempliciotto, il gatto, mentre se ne stava a teatro, ad un certo punto ha cominciato a porsi la domanda: “MA PERCHE’ CERTI REGISTI SI INVENTANO L’OPERA, ANZICHE’ STUDIARLA?”

E lì han cominciato a crescergli i canini…………

Se anche a voi sorge ogni tanto lo stesso dubbio, qui troverete argomenti per alimentarlo.

Benvenuti!!!

NOTA BENE: SCORRENDO VERSO IL BASSO TROVERETE DI VOLTA IN VOLTA L’ULTIMO POST PUBBLICATO

P.S. Chi capitasse per la prima volta su questo blog e volesse sapere qualcosa di più sulle motivazioni che spingono il gatto Mannaro a pubblicarlo può fare riferimento al post “Chi sono?” del 17 aprile 2015. Ma suggerirei anche il più recente Gli indifferenti” del 20 agosto 2015, e magari il brevissimo “Siamo seri” dell’ 1 ottobre 2015.

Mannaro

(per i meno esperti di informatica: cliccando sui titoli in rosso, si apre automaticamente il link con i post indicati)

VELENI E PASTICCI

Spero che riusciate a vedere qualcosa, poiché la scena di questa Lucrezia Borgia è sempre immersa nella più cupa oscurità, anche quando dovrebbe regnare un’atmosfera festiva. Qui – ma non  chiedetemi il motivo – sembra che Gennaro, scampato al veleno di Alfonso, stia progettando un a città (Ferrara? Boh) di cui costruisce il plastico. Infatti sposta e ritocca qua e là un tetto o un dettaglio. Ma il bello è che ad un certo punto il plastico prende il volo, con tutto Gennaro, sta in aria per un po’, come vedete qui, e dopo scende quando entra Orsini.

 

(Qui vedete meglio Gennaro al lavoro sul plastico)

Dovete sapere che ho un caro amico di penna (ma si può dire “di penna” per l’amico di un gatto? Forse sarebbe meglio “di pelo”… o no?) – amico nel senso che seguiamo i rispettivi blog e ogni tanto ci scambiamo qualche opinione su Facebook – eccellente intenditore di musica lirica e sinfonica, con il quale, talvolta, mi trovo in disaccordo.

Precisiamo: è un caso sporadico, e molto spesso il disaccordo è alquanto blando e per lo più sanabile. Insomma, un disaccordo amichevole. Sta di fatto che, in generale, questo amico è un po’ più duttile di me in materia di regie. “Tu sai come la penso” mi ha scritto, ad esempio, qualche giorno fa. “Non sono un conservatore a oltranza, ma dietro a uno spettacolo voglio che ci sia un’idea.”

Il fatto è che, come probabilmente vi ho già detto in altre occasioni, neppure il vostro Mannaro è un conservatore a oltranza. Anzi, per essere sincero, niente mi piace e mi conforta quanto vedere che dietro a uno spettacolo c’è un’idea. Il problema è che molto, troppo raramente dietro a uno spettacolo che rientri nella categoria di quello che va sotto il nome di “teatro di regia” c’è effettivamente un’idea.

Un’idea sullo spettacolo – e dello spettacolo – presuppone che il regista abbia studiato con profonda attenzione l’opera che si accinge a mettere in scena – libretto e musica – e che abbia trovato (o pensi di aver trovato) un modo inedito di rappresentarla, più efficace e più convolgente del testo poetico e musicale quale lo hanno concepito gli autori.

Qui vedete una delle colonne portanti ed elemento imprescindibile del “teatro di regia”, il cappottone. In questo caso, indossato da Alfonso d’Este. C’è da notare che, come spesso accade, qui i costumi non sono riferiti ad alcuna epoca precisa, e ce ne sono di tutti i tipo, dalla canottiera in lurex alla giacca con gli spacchetti, ai pantaloni sportivi, mentre altri sembrano vagamente quattrocenteschi. Insomma, il  magazzino di un  rigattiere.

Ecco un esempio, fra i moltissimi, di questi costumi malamente assortiti. Solo quelli femminili sono vagamente d’epoca, anche se di quale epoca non si sa.

Questo lo indossa Lucrezia nel finale dell’opera (Gennaro è a terra, moribondo e disperato)

Saranno anche cose che accadono, non voglio escluderlo a priori. Ma per come la vedo io, sono eventi estremamente rari. Andando a teatro, capita troppo spesso di avere l’impressione che, più che delle “idee”, abbiamo di fronte delle “trovate”, delle gag che per lo più non hanno alcun rapporto col senso dell’opera (e neppure alcun rapporto fra loro) piazzate lì solo per per incuriosire il pubblico, o per scandalizzarlo, o, ancora più semplicemente, per “farsi vedere”, per dimostrare che il regista c’è… o, peggio che peggio, per riempire quelli che il regista medesimo interpreta come “vuoti”, mentre sono pienissimi di musica e densi di significati che lui non è capace – o non si cura – di cogliere.

Tutto questo preambolo per dirvi che ho finalmente visto in streaming questa Lucrezia Borgia di Donizetti, in scena al Palau de les Arts di Valencia tra fine marzo e inizio aprile, a cui avevo fatto cenno giorni fa sulla mia pagina Facebook, e di cui ripeto qui il link per chi volesse vederla direttamente (pare che sarà disponibile fino al 30 settembre, ma voi sbrigatevi, perché non si sa mai, e di sicuro non vorrete perdervela!).

http://www.theoperaplatform.eu/en/opera/donizetti-lucrezia-borgia

Ora, chi è un po’ addentro alle cose dei teatri d’opera, quando sente (o legge) “Valencia” salta immediatamente all’equazione Valencia=Livermore, e se appena appena è uno spettatore che ama l’opera come è stata scritta, fugge nella direzione opposta.

In questo caso, però, la regia non è dell’ineffabile Davide Livermore, direttore artistico del Teatro – di cui ricorderete sicuramente quanto meno la decapitazione del Conte d’Almaviva nel sanguinolento ed assurdo Barbiere di Siviglia a Roma, su cui vi ho ampiamente ragguagliato a suo tempo ( https://ilgattomannaro.wordpress.com/2016/02/12/opera-buffa-e-opera-ridicola-o-risibile-o-farneticante-o-insensata/ ) – ma c’è poco da rallegrarsi dello scampato pericolo, poiché non siamo affatto messi meglio con Emilio Sagi, regista spagnolo, per illustrarvi l’opera del quale basterà un cenno ad un suo “applaudito” (mah, sarà…) Viaggio a Reims di Rossini a Pesaro, di cui vedete qui sotto un paio di immagini che ho recuperato su Internet, a titolo di esempio.

Sagi non si smentisce certo in questa Lucrezia – che, tra l’altro, si ambienta in una delle scenografie esteticamente più brutte in assoluto che un gatto abbia mai visto – infarcita di insulsaggini del tutto gratuite dal principio alla fine. (E, a proposito, amico mio, se ci trovi un’idea, illuminami, perché io proprio non ci riesco).

Per quanti non volessero o potessero godersi l’intero spettacolo, aggiungerò qui alcuni fotogrammi prelevati – come quelli che avete già visto sopra – dallo streaming, cercando di aiutarvi con le didascalie a farvi un’idea del tutto.

Qui vedete Gennaro, che, annoiato della festa, si mette a dormine… sul pavimento. E così lo trova Lucrezia.

E, a proposito di pavimento, qui il gruppo di amici ascolta la ballata di Orsini… ma forse gli altri ospiti si sono portati vie le sedie.

Questa è una immagine che mi piace in modo particolare. E’ (o dovrebbe essere) la “sala del palazzo ducale” di Alfonso d’Este, nel quale vi prego di notare l’elegante sedia da ufficio . Alfonso ne approfitterà, disinvoltamente, per appoggiare la giacca sullo schienale

E, per concludere senza annoiarvi troppo, eccovi quello che, stando al libretto di Felice Romani dovrebbe essere “uno stemma di marmo, ove è scritto con caratteri visibili di rame dorato BORGIA”. Ma qui facciamo le cose in grande… e dopo, anziché cancellare la B col pugnale, sarà molto più efficace abbatterla semplicemente. E, di passaggio, eccovi un altro cappottone, in caso ne sentiste la mancanza.

Va bene, ora smetto. Di questi fotogrammi ne ho un assortimento a fronte del quale quello di Goro può andare a nascondersi, ma credo che un’idea ve la sarete fatta, e quindi passo ad augurarvi buona giornata da parte del vostro sempre al lavoro

Mannaro

C’E’ POSTA PER ME

(Cavaradossi o madonnaro?)

Forse non ve l’ho mai detto esplicitamente, ed in questo caso è il momento di farlo. Pochi eventi mi riempiono di consolazione come ricevere un messaggio che mi annuncia una testimonianza diretta o, ancora meglio, una corrispondenza o una recensione di un amico su uno spettacolo che ha visto e che ha ritenuto meritevole dell’attenzione di altri comuni amici, nostri e dell’opera lirica.

Nello stesso tempo, troppo spesso la consolazione è momentanea, poiché difficilmente (son tempi duri, come ben sappiamo) amici e corrispondenti mi danno buone notizie. E così, anche in questo caso, la gioia di ricevere un messaggio che mi avvertiva di una recensione che poteva essere di mio interesse è subito stata più che mitigata dalla postilla che, definendo la regia che mi veniva segnalata “roba del genere” (ed altro, che mi prendo la libertà di censurare, trattandosi di un messaggio privato) lasciava poco da sperare.

Viste le foto, poi, anche qualche eventuale illusione rimasta si è vaporizzata, lasciando il posto alla consueta tristezza… che aumenta quando si tratta di un’opera che mi è particolarmente cara, come Tosca (Nota: Le didascalie sono mie e me ne assumo la totale responsabilità…)

(Computer grafica? O “dammi i colori”? E qui di colori ce n’è in abbondanza anche per un imbianchino…)

Eccovi quindi, pari pari fra virgolette, la recensione, per quanto attiene alla regia, dell’amico Mozart2006 (detentore, tra l’altro del copyright sulle tre ggg di gggeniale, con cui ama – ed io l’ho imparato da lui – riferirsi ad un certo tipo di regie e di registi a noi tutti tristemente noti). Per chi desidera leggere la ricca recensione completa, ecco il link: https://mozart2006.wordpress.com/2017/04/17/osterfestspiele-baden-baden-2017-tosca/

Quanto alle foto, sono quelle che passa il convento (cioè, il teatro) e, come spesso accade, escludono alcuni dei momenti più interessanti. Mi sarebbe molto piaciuto vedere, e farvi vedere, l’esecuzione di Cavaradossi e il suicidio di Tosca, così insoliti, ma si è rivelato impossibile. Non ci sono, a quanto pare, immagini disponibili. (Ma insomma, deve aver comunque pensato il regista, purché alla fine siano tutti morti, che importa il come?). Speravo nel video, ma quando ho aperto il link ho appreso che non è visibile nel mio paese, e quindi… niente.

(Innanzi alla Madonna…)

“L’Osterfestspiele Baden-Baden, giunto alla sua quinta edizione, presentava quest’ anno come spettacolo operistico una nuova produzione della Tosca affidata alla direzione di Sir Simon Rattle e al regista tedesco Philipp Himmelmann, che al Festspielhaus aveva già messo in scena Così fan tutte, Don Giovanni e Mefistofele. Una serata che ha offerto ben pochi momenti di emozione e in complesso si è rivelata abbastanza deludente per colpa congiunta della direzione, della compagnia di canto e soprattutto della parte scenica. Al di là del grande piacere derivato dall’ ascoltare i Berliner Philharmoniker nell’ esecuzione della parte orchestrale, c’era infatti ben poco da salvare in una produzione affossata in partenza da una messinscena tanto pretenziosa quanto vuota di contenuti. Come in quelle di molti altri gggeni del moderno Regietheater, la regia di Himmelmann ambienta l’ opera ai nostri tempi, con grande sfoggio di apparecchiature audiovisive e computers, Cavaradossi che al primo atto dipinge con le bombolette spray come i writers di strada, uno Scarpia che guida un gruppo di guardie nerovestite in stile Matrix e con la coda di cavallo, il solito insistito uso dei video che in questi ultimi tempi sembra andare per la maggiore. Il tutto scorre abbastanza mediocremente ma senza grossi problemi fino alla conclusione della scena dell’assassinio di Scarpia.

(A questo punto non posso privarvi della scontatissima, immancabile scena del tentato stupro di Tosca, destinata a offrire ad eventuali voyeurs presenti in sala un’adeguata visione delle gambe del soprano)

Quanto segue merita di essere raccontato in dettaglio. Mentre l’ orchestra suona il preludio dell’alba romana rimaniamo nello studio di Scarpia, con il Pastorello, giá visto in scena chissà perché durante il primo atto, che esegue lo stornello davanti al proscenio distruggendo in questo modo un effetto di lontananza attentamente calcolato da Puccini.

Cala un velario a forma di grata, già visto nel corso del secondo atto e che qui vorrebbe simboleggiare una prigione, e il duetto tra Tosca e il moribondo Mario Cavaradossi va avanti senza sorprese fino al finale, quando l’amante di Floria invece che dal plotone di esecuzione viene giustiziato da Sciarrone e Spoletta con quello che sembra essere un Bozenschussgerät, ossia una pistola ad aria compressa di quelle usate nei macelli. Si alza la grata, torniamo nello studio del trucidato Scarpia e Tosca, non potendo ovviamente gettarsi da una terrazza che qui non esiste, strappa la suddetta pistola di mano a Spoletta e si suicida sparandosi un colpo in testa.

(Questa è la grata, con proiezione sullo sfondo. Penso si tratti del secondo atto)

A parte le critiche di fondo su questa serie di gggenialità, si deve aggiungere che una messinscena di questo tipo richiederebbe un lavoro sulla recitazione degli attori per ottenere una condotta scenica e una mimica gestuale in linea con il concetto di base. Himmelmann, da quanto si è visto, si è completamente disinteressato del problema lasciando i cantanti a vagare per la scena compiendo le consuete mosse da teatro di provincia.”

Ben poco, direi, c’è da aggiungere a questo sconfortante quadro, se non, giusto a margine, che il totale disinteresse per i solisti (ma talvolta anche per il coro, troppo spesso schierato sul palcoscenico come i potentati nelle foto di gruppo delle cerimonie ufficiali) è fenomeno diffusissimo fra registi troppo impegnati a coltivare il proprio narcisismo contemplando l’ombelico delle proprie “pensate” per badare a minuzie del genere.

Ma purtroppo è anche vero che non di rado succede il contrario. Mi è capitato (ma sarà capitato a tutti voi, penso) di imbattermi in registi che chiedono ai cantanti di fare cose assurde, se non addirittura contrastanti con il senso stesso della scena, come imporre a Tosca e Cavaradossi di cantare tutto il duetto dell’ultimo atto tenendosi a distanza (e accade – o, quanto meno, accadde – anche nel duetto di Butterfly… ma gli esempi sono innumerevoli) e al cantante rimane la scelta se obbedire pedissequamente (e poi sentirsi chiedere dagli amici – o rimproverare dai nemici – che cosa gli è saltato in mente di recitare una scena in modo così stupido) o fare di testa sua, magari attirandosi gli strali del gggenio incompreso.

E con quest’ultima osservazione, chiudo ringraziando ancora una volta l’amico che mi ha segnalato e permesso di condividere la sua recensione. Dopo di che non mi resta che augurarmi che anche oggi gradirete i migliori saluti dal vostro

Mannaro

©Foto Monika Rittershaus

AS TIME GOES BY…

 

Era il 17 aprile 2015 quando l’idea di questo blog, che a dire la verità mi frullava da tempo fra le orecchie, senza che mi decidessi mai a metterla in pratica – forse, a pensarci col senno di poi, mi aspettavo che l’argomento fosse così poco sentitto che non avrei mai racimolato nemmeno i dieci lettori di manzoniana memoria – finalmente prese forma concreta, con il primo post di presentazione, “Chi sono?”.

Da quel giorno, ho pubblicato oltre 250 post e ricevuto poco meno di 23.000 visite. Non si tratta, evidentemente, di 22.829 persone diverse, ma – almeno lo spero – di persone che, per lo più, seguono i miei ostinati miagolii e condividono la mia protesta contro una prassi di regia che contrasta, anzi, fa a pugni, con la nostra idea di opera lirica.

Ho riflettuto un bel po’ su quale ascolto proporre ai miei lettori per celebrare questo secondo anniversario. La scelta, ben inteso, è vastissima. Artisti che hanno fatto la storia del teatro d’opera ce ne sono tanti, le musiche e le arie che emozionano e che commuovono sono troppe per poterle contare. Ma alla fine la mia scelta è sempre fatta seguendo l’istinto… o, se volete, il cuore.

Cuore di Mannaro? direte voi, dubbiosi. Ebbene, sì. Perché anche noi Mannari non dovremmo averne uno? E anche abbastanza tenero, per giunta?

E così, ancora una volta, vi propongo quello che forse non è il più grande – qui il giudizio e il gusto personali giocano un ruolo determinante, e in un’eventuale classifica dei “più grandi” sarebbe indispensabile inserire numerossimi ex-aequo – ma, per il mio modo di sentire, il più emblematico.

Se qualcuno completamente sprovveduto sul teatro d’opera, mi chiedesse di fargli ascoltare un brano da cui potesse capire di che cosa si tratta, che cosa ci troviamo, noi appassionati, di tanto interessante, io gli proporrei, senza esitazione, quello che oggi propongo a voi.

Moltissimi lo conosceranno a memoria. Ma non posso fare a meno di credere che a voi, come a me, ancora una volta saliranno le lacrime agli occhi e correrà un piccolo – o grande – brivido dappertutto.

 

 

Aureliano Pertile incise questo disco nel 1942 – unico suo documento, purtroppo, di questo brano – quasi alla soglia dei sessant’anni, solo due anni prima del suo ritiro dalle scene. Ci porta, qui – come scrisse il grande Eugenio Gara commentando il suo ultimo Otello alla Scala – la voce del suo autunno, non la luminosità intatta della primavera. Ma se l’opera è teatro, se deve esprimere e comunicare emozioni, allora qui c’è l’essenza dell’opera. E se il canto lirico deve esprimere le emozioni attraverso un controllo vocale assicurato da una tecnica padroneggiata fino in fondo, qui c’è anche questo altro aspetto fondamentale dell’essenza dell’opera.

E così, oggi mi commuoverò ancora una volta di fronte alla disperazione di questo Otello “totale”, questo personaggio della fantasia  fatto carne e sangue, quest’uomo disperato e fragile e piagato e umiliato e vinto. Questo Otello inarrivabile. Questo Otello probabilmente irripetibile, e non perché non nascano più grandi artisti, ma perché il mondo del teatro è cambiato, il pubblico è distratto, i valori sono offuscati, gli interessi spesso estranei all’arte.

Beh, io, intanto, festeggio il mio “compleanno” e dopo continuerò a miagolare ancora per un po’… poi vedremo.

E con questo impegno, vi saluta e vi ringrazia tutti il più che mai vostro

Mannaro

BUONA PASQUA (con postilla…)

Miei cari amici e visitatori, anch’io ho voluto addolcirmi un po’ nascondendomi in un uovo di cioccolato… ma non sarei il vostro Mannaro se per questa Pasqua non vi facessi anche un piccolo regalo a modo mio. Un regalo riciclato, a dire il vero, perché per molti di voi le immagini che vedrete qui sotto saranno già arcinote. Ma ho pensato di ricordarvele, in vista della prossima trasmissione televisiva de La gazza ladra dal Teatro alla Scala.

Se non vi piacesse poi tanto (come a me), se la trovaste scialba, pochissimo originale e infarcita di stupidaggini (e sarei perfettamente d’accordo con voi), vorrei che vi consolaste pensando che poteva anche toccarvi questa regia (sempre de La gazza ladra, è il caso di precisarlo) che circola ormai da dieci anni per ogni teatro possibile e immaginabile, apprezzatissima da tutti i fautori del teatro d’opera “moderno” e “innovativo”. Inutile aggiungere che è firmata dal gggeniale Damiano Michieletto, e che, come vedrete, anche Salvadores si è lasciato ispirare, scopiazzando l’idea dell’acrobata.

Non è mia abitudine accontentarmi del meno peggio, ma a volte si è costretti a farlo, e queste immagini messe qui un po’ alla rinfusa penso che vi aiuteranno a capirmi.

Concludendo, buona Pasqua e buona visione per il prossimo 18 aprile dal vostro

Mannaro

LA GAZZA E IL FURTO

Ebbene, se credevate che La gazza ladra fosse di Rossini, questo titolo (solo uno dei tanti dello stesso tenore circolati in questi giorni) vi farà forse pensare a ricredervi.

Secondo l’uso perverso ormai tanto diffuso da diventare regola, anche in questa occasione l’autore della musica (per non parlare di quello del libretto) viene scippato, o quanto meno passa in seconda linea nei titoli, e forse anche nella percezione del pubblico, diciamo così, medio – quello che, senza avere una passione e/o una competenza specifica, non ignora proprio l’esistenza dell’opera lirica, magari ogni tanto va pure a teatro, ma trae il grosso delle informazioni dai giornali o dalle trasmissioni televisive (a proposito, ho letto che regista e direttore d’orchestra sono stati ospiti di Fabio Fazio, il che, ormai, equivale più o meno al conferimento dell’Ordine della Giarrettiera da parte dalla Regina).

Dirà qualcuno: “E vabbé, Mannaro, attribuire l’opera a chi la mette in scena e talvolta anche a chi la dirige è solo un modo di esprimersi, non significa (o non significa sempre) mancare di rispetto agli autori”.

In effetti, per quanto l’espressione mi piaccia sempre pochissimo, il giudizio va sempre dato sul risultato, e se (faccio giusto un “piccolo” esempio) piuttosto che “il Macbeth di Strehler” preferisco dire “il Macbeth di Verdi con la regia di Strehler”, anche la dizione più sintetica non infastidisce, di fronte alla magia – quando c’è – dello spettacolo creato dall’intima “collaborazione” fra autore e regista (che, poi, l’autore sia morto importa solo a chi vuole approfittarne per fargliela in barba).

Sta di fatto che il regista “moderno”, anche nel migliore dei casi, sente il bisogno di aggiungere qualcosa al lavoro dell’autore. Non semplicemente “metterlo in scena”, come sarebbe suo compito istituzionale, ma in qualche modo completarlo, chiarirlo, spiegarlo. E non parlo qui, ovviamente, di quei registi che neppure leggono il libretto e usano la musica come colonna sonora delle loro farneticazioni, stravolgendo a loro piacimento trama, epoca, luoghi e personaggi. No, parlo dei casi, come questo, della Gazza ladra della quale ho visto la prova generale, in cui in uno spettacolo sostanzialmente “fedele al testo”, complessivamente godibile, con un cast più che adeguato, ed anzi con punte di eccellenza, vengono introdotti elementi che da inutili a volte diventano anche dannosi, disturbano, distraggono, impediscono agli spettatori il pieno godimento della musica e del canto.

Elemento principale, ovviamente, è la gazza. La gazza che rappresenta il destino (come afferma Salvadores in un’intervista che mi è capitato di leggere, scoprendo l’acqua calda), e che diventa personaggio in scena, inutilmente invadente ed invasivo.

E questo, s’intende, al di là della eccezionale bravura dell’artista che la impersona. Ma il fatto è che se voglio vedere una bravissima acrobata, vado al circo. E se voglio vedere uno spettacolo di marionette (ci sono pure quelle, alte mezzo metro o poco più, che passeggiano per il palcoscenico con i rispettivi “burattinai” vestiti da maschere della Scala) vado al Teatro della benemerita famiglia Colla. Con l’opera non solo non ci azzeccano, ma anche interferiscono fastidiosamente.

Se, come mi è capitato, per godermi l’ouverture dalla Gazza ladra sono costretto a chiudere gli occhi (e mi è spiaciuto moltissimo perdermi le evoluzioni dell’acrobata, ma una scelta bisognava pur farla), allora il parere del vostro Mannaro, per quel che vale, s’intende, è che nella concezione stessa dello spettacolo c’è qualcosa che non funziona, qualcosa che stride come un ingranaggio inceppato.

Che poi ogni tanto spuntino idee veramente risibili, delle vere e proprie gag di nessuna utilità – come la gabbia pieghevole che scende dall’alto o Lucia che entra in scena a cantare la sua aria con un ombrello aperto, e dietro di lei cala un enorme telo mobile su cui è rappresentato un cielo che si va rasserenendo – è anche qualcosa su cui si può sorridere (un po’ storto) attribuendolo all’ormai accertato “horror vacui” dei registi attuali, che devono per forza farci sempre vedere qualcosa (forse pensano che la sola musica annoi il pubblico? Il sospetto viene).

(Ecco la gabbia pieghevole saliscendi)

Ma la riduzione ad accompagnamento di un numero da circo di una musica come l’Ouverture della Gazza ladra, lasciatemi dire che per me è imperdonabile.

Naturalmente, ci sarà anche chi la troverà un’idea geniale. E vabbé, non possiamo pensarla tutti allo stesso. Il mondo sarebbe un posto davvero monotono.

Augurando quindi buona visione e buon ascolto a coloro che si potranno permettere di andare alla Scala, ed ai molti di più che vedranno l’opera grazie a RAI5 il prossimo 18 aprile, saluta tutti anche oggi il vostro

Mannaro

© foto Brescia Amisano

COSE DA PAZZI

(Nel post precedente avevo formulato l’ipotesi che l’idea fosse che Parsifal era stato operato al cervello… ma riflettendoci bene, secondo me questo potrebbe essere Amfortas con la sua ferita inguaribile… visto che la benda è sempre macchiata di sangue)

Quando ho pubblicato un’immagine analoga, avvertendovi che non era un pesce d’aprile, ma faceva parte di un’opera effettivamente messa in scena alla Staatsoper di Vienna, e precisamente del Parsifal di Richard Wagner, mi ripromettevo (e, se ben ricordo, vi promettevo) di tornare sull’argomento per darvi qualche delucidazione in più.

Eccomi quindi a mantenere, anche se, lungi dal potervi dare delucidazioni, dovrò limitarmi a condividere con voi i miei molteplici interrogativi. Infatti, confesso senza tanti giri di parole che non ci ho capito niente.

 

(Secondo me, neppure questo fotogramma aiuta…)

Cioè, per quanto abbia visto tutte le foto pubblicate sul sito del teatro (le trovate qui: http://www.wiener-staatsoper.at/en/season-tickets/detail/event/963140989-parsifal/ ) ed anche un servizio televisivo segnalatomi dall’insostituibile Agente 001 che opera nell’area di lingua tedesca, non riesco assolutamente a collegare le immagini con la storia di Parsifal.

Ma forse… forse è proprio così che deve essere, visto che il regista, Alvis Hermanis (lituano, classe 1965, a molti di voi già noto come particolarmente pericoloso) ha ambientato la vicenda in un manicomio.

(Eccolo qui!)

Il più bello, però, miei carissimi amici e visitatori, è il motivo che il suddetto signor Hermanis adduce per la sua scelta.

Mi certifica dunque l’agente 001, dopo avere ascoltato e riascoltato più volte un’intervista (poiché non voleva credere alle proprie orecchie), che il regista afferma, non si sa se con autentico candore o con l’intenzione di fare una battuta di spirito, che quando gli hanno chiesto di mettere in scena il Parsifal è andato su Internet per informarsi su chi era “questo Wagner” (001 afferma e conferma che dice proprio testualmente così, “questo Wagner” come se lo avesse sentito nominare per la prima volta) ed ha trovato che era esistito un altro Wagner, contemporaneo del musicista e celebre architetto, il quale, fra molti altri edifici, aveva progettato anche un ospedale psichiatrico.

Detto e fatto: da Wagner (Richard) a Wagner (Otto) per il signor Hermanis il passo è breve. Ergo, ambientiamo Parsifal in manicomio.

Il ragionamento non fa una piega, non siete d’accordo?

Chiarita così la situazione, evidentemente non ci si stupisce più di nulla, e nessuno sentirà più la necessità di spiegarsi che attinenza possano avere con Parsifal le immagini che ho scelto di farvi vedere a titolo di esempio. Su alcune si può azzardare un’ipotesi, su altre è troppo difficile. Ma tanto è un manicomio, perché cercare una logica?

(Queste potrebbero essere le Fanciulle in fiore?)

(E questa sareste disposti a ipotizzare che sia Kundry? Io non mi pronuncio)

(Pazienti o infermiere… e comunque fuori luogo)

(Qui si vede meglio la corsia dell’ospedale, e guardando bene c’è pure il nome dell’architetto… o, a scelta, dell’autore dell’opera)

(Quanto al grammofono, arrangiatevi voi a indovinare che cosa ci azzecca)

Sperando di avervi dato qualche spunto interessante su cui meditare, vi saluta e vi augura buona domenica il vostro perplesso

Mannaro

©Foto Wiener Staatsoper GmbH/Michael Pohn

N.B. Alcune immagini sono fotogrammi tratti dalla trasmissione Highlights dell’emittente atv.au
Mi risulta che i servizi non rimangano disponibili a lungo, perciò se volete vederlo affrettatevi
http://atv.at/highlights/di-040417-0825-uhr/v1709895/. Il servizio su Parsifal parte dopo circa 7 minuti.

FUORI TEMA (o anche no)

Miei cari amici e visitatori, ormai questo articolo è probabilmente noto alla maggior parte di voi, da quando l’episodio che riferisce ha cominciato a diffondersi sui social. Io l’ho ricevuto da un paio di giorni, ma per la verità la segnalazione di questa storia mi era giunta anche prima, per vie private, e perfino da persone che non conosco, ma che, evidentemente, hanno ritenuto che potesse essere di competenza anche di un gatto che ha scelto di farsi – nel suo piccolissimo piccolo – difensore dei valori dell’opera lirica (e intendo valori non solo in senso artistico e musicale).

Beh, non nascondo che mi sono sorpreso, ed anche, in un certo senso, commosso all’idea che qualcuno percepisca il mio lavoro come qualcosa di più di un “divertissement” destinato a farvi sorridere ironizzando sulle castronerie messe in campo dai registi di gggenio che negli ultimi anni infestano i palcoscenici dei teatri d’opera. Quindi, ringrazio per la stima.

Premetterò subito che non ho intenzione di trattare qui dell’episodio in sé, che ormai, se ho ben capito, è di competenza della magistratura (ma non ho sentito parlare, finora, di un intervento dei Sindacati, che secondo me sarebbe non solo opportuno, ma doveroso).

Come sapete (o forse non lo sapete, ma ve lo dico adesso) quando ancora non ero Mannaro la mia formazione di base è stata principalmente di natura giuridico/filosofica, con una puntatina sul politico. Ragione per la quale sono portato – anche dopo avere acquisito questa doppia personalità – ad inquadrare i problemi in modo assai più generale, con riferimento più ai principi che ai fenomeni in sé.

Ergo, io credo che qui il discorso verta sulla libertà di pensiero e di espressione del medesimo, in relazione al rapporto di lavoro che una persona intrattiene con altre persone e/o enti sui quali tale pensiero viene manifestato.

In parole povere: se sono dipendente di un ente qualsiasi, ho il diritto di esprimere un’opinione negativa sulle sue attività? E in particolare, come mi pare accertato sia accaduto nel caso specifico, ho il diritto di esprimerla in un contesto privato, come una chat su Internet? Ad esempio, se sono un dipendente di una casa automobilistica, posso o non posso dire che stiamo fabbricando una macchina brutta e dalle prestazioni scarse? Se sono un insegnante, posso dire che il sistema scolastico è sbagliato e inadeguato? Se sono un medico di base, posso dire che il servizio sanitario pubblico è in costante peggioramento?

La risposta, temo, potrebbe essere: “Puoi farlo, purché sia in privato”. Ed a mio parere sarebbe già una risposta limitante dei miei diritti costituzionali, ma diamola per buona, per il momento.

Ecco, comunque, che, messa così, la questione diventa MOLTO generale e, sempre a mio parere, molto importante, poiché richiede anche, anzi, soprattutto, la ridefinizione del concetto di “privato” nell’era di Internet. Una chat può essere assimilata ad una conversazione tra amici, ad esempio attorno al tavolo di un ristorante?

Se non è così, allora bisogna avvertire tutti gli utenti che possono essere perseguiti per qualsiasi cosa scrivano in una chat… ammesso, ovviamente, che della chat stessa faccia parte qualcuno abbastanza carogna da mettersi a fare il delatore.

Ma se la chat è una conversazione privata, allora la libertà di parola è assoluta e sovrana, e la presenza di un eventuale delatore, e la sua “spiata”, dovrebbero essere assolutamente irrilevanti.

Più sottile è la questione giuridico/sindacale, alla quale mi limito a fare cenno. Il datore di lavoro che si sente danneggiato dalle critiche di un suo dipendente, ha il diritto di rivalersene con un provvedimento disciplinare? O, come tutti gli altri comuni mortali, non ha soltanto il diritto di adire vie legali e semplicemente querelarlo e far decidere ad un giudice se il danno sussiste?

A parte il fatto che, nel caso specifico – e qui, sappiatelo, torno ad assumere la mia tutto sommato prediletta identità di Mannaro – forse un teatro che sente minacciata da una semplice critica la sua immagine, e financo la sua possibilità di ricevere fondi pubblici, forse dovrebbe pensare per prima cosa a mettere in scena spettacoli che non attirino tempeste di boo e fischi ed a scritturare registi che non reagiscano ai dissensi del pubblico mostrandogli il dito medio, come è recentemente successo al Verdi… senza che, mi pare, sia stato adottato nei confronti della villania della regista in questione, la signora Valentina Carrasco, alcun tipo di sanzione, neppure una pubblica reprimenda o dissociazione.

Bene, tanto mi sentivo di dover puntualizzare. Ho posto domande, più che dare risposte, ma questo è il mio metodo… socratico, in un certo modestissimo senso. Mi piace sempre lasciare ad ognuno la possibilità di valutare i fatti e dare le sue risposte. QUESTO è ciò che intendo per libertà.

Cari saluti anche oggi e buon lunedì dal vostro

Mannaro

(che vi assicura che da domani tornerà a parlare di fatti e misfatti dei registi d’opera… e ha una pila di materiale alta così…)

Per chi volesse leggersi tutto l’articolo, ecco il link. Spero sia disponibile.

http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2017/04/01/news/trieste-critica-le-opere-del-verdi-in-chat-su-facebook-corista-sospesa-per-5-giorni-1.15125765?ref=hfpitsec-10

 

PESCE D’APRILE

 

Non è uno scherzo, purtroppo… e se lo fosse temo che lo trovereste di pessimo gusto. Questo è Parsifal, palesemente operato al cervello alla Staatsoper di Vienna.


Forse era meglio pensare prima al regista, Alvis Hermanis.

Buon primo aprile dal vostro

Mannaro

©fotoWienerStaatsoperGmbH/MichaelPöhn

INDOVINA L’OPERA

Chi conosce la mai troppo lodata pagina Facebook AMOP (Against Modern Opera Productions… ad oggi seguita da 44.655 persone, ma in aumento anche mentre scrivo…) può facilmente immaginare che una delle sue attività principali, proporre ai visitatori di indovinare il titolo di un’opera malamente sfigurata e resa irriconoscibile da qualche rappresentante, più o meno noto, del Regietheater, è costante fonte di ispirazione per il vostro Mannaro.

Purtroppo, mi è materialmente impossibile seguire tutti gli indiretti suggerimenti che mi vengono da quella pagina, ma di tanto in tanto c’è una foto che mi incuriosisce più di altre, ed allora metto il naso in terra e le zampe sulla tastiera e seguo la pista fino all’origine.

Stavolta – come già sanno da ieri gli amici che mi seguono sulla mia pagina Facebook, ma non posso privare dell’informazione quanti frequentano solo il blog – la pista mi ha condotto all’Opernhaus di Zurigo, e ad una recentissima ripresa dell’Otello di Verdi, già andato in scena in quel teatro, se non erro, nel 2011, reinventato – e te pareva – da Graham Vick (e per chi lo conosce, basta il nome per decidere di andare a vedere un altro spettacolo).

Eh, sì, miei cari amici e visitatori, quella che vi ho presentato come immagine di apertura è precisamente una scena dell’Otello di Verdi, anche se, molto francamente, vi confesso che non saprei dire a che momento dell’opera si riferisca.

Anche le foto pubblicate sul sito del teatro, e che troverete al link alla fine di questo post, non mi hanno per nulla aiutato a capire che cosa succeda nell’opera dopo che è passata per le mani del regista. Ma sapete che quando si mette d’impegno, il vostro Mannaro non demorde facilmente, e così ho scovato su You Tube un trailer d’annata, originale del 2011, da cui ho finalmente potuto trarre alcune immagini che, con l’aiuto della musica, rendono un po’ più agevole il collegamento.

Eccone, quindi, qualcuna:

“Già nella notte densa” (non badate al carro armato, vi assicuro che non c’entra per nulla nell’Otello di Verdi)

“Credo in un Dio crudele” (ai bambini, deve pensare Iago, è meglio spiegare subito le cose chiaramente, inutile illuderli)

“Madonna, datemi la vostra eburnea mano” (ma sono presenti le telecamere)

(Infatti, eccole qui)

Per chi desidera vedere tutto il trailer, nel corso del quale, se masticate un po’ di inglese, potrete anche apprezzare la personale interpretazione del dramma di Shakespeare/Verdi illustrata dal regista – secondo il quale Otello è un nero musulmano arrabbiato perché non riesce ad integrarsi del tutto, e per questa frustrazione, e non per gelosia, ammazza Desdemona – ecco il link.

 

Le foto “ufficiali”, invece, le troverete, come ho accennato, sul sito del teatro, e cioè qui:

http://www.opernhaus.ch/en/activity/detail/otello-05-03-2017-18626/

Aggiungere commenti mi sembra superfluo, perciò mi limiterò a sperare che anche oggi gradirete i più cordiali saluti dal vostro

Mannaro

OPERA PER ADULTI

Quando, ieri mattina, uno dei più solerti agenti speciali della M.I.A.O. (come ormai molti sanno, acronimo di Mannaro Intelligence Agency for Opera) mi ha segnalato questa foto trovata su Facebook, che mostra l’avvertenza “Spettacolo consigliato ad un pubblico adulto” sovrapposta alla locandina, ovviamente ho capito subito di che cosa si trattava: la Carmen secondo Calixto Bieito, che gira per i teatri ormai da una decina d’anni (sul recente passaggio al Massimo di Palermo potete consultare https://ilgattomannaro.wordpress.com/2016/12/20/vedere-per-credere-2/) fra la reverenza dei devoti del cosiddetto “teatro di regia”, era approdata, come previsto, al Teatro La Fenice di Venezia, il quale si era premurato, a scanso di proteste, di avvertire il pubblico che si tratta di uno spettacolo per adulti (concetto ribadito, in italiano ed inglese, per chi avesse cercato lo spettacolo con Google)

Ora, per come la vede il vostro Mannaro, il racconto di Merimée da cui è assai liberamente tratta la Carmen di Bizet è sempre stato una storia per adulti, una storia di violenza, crimine, tradimenti, degrado morale e materiale. Sono stati proprio Bizet ed i suoi librettisti a darne, nella loro opera, una versione “edulcorata”, adatta ad essere rappresentata in un teatro come l’Opéra Comique, frequentato dalle famiglie della buona borghesia parigina, e perciò trasformando Don José in un bravo figlio di mamma irretito da una donna senza scrupoli ed inventando perfino il personaggio “positivo” dell’innocente, ma coraggiosa Micaela, da contrapporre alla moralmente opinabile Carmen.

Ovviamente, a Calixto Bieito, che, come ben sappiamo, quando mette mano alla regia di un’opera ha come credo incrollabile il binomio “sesso e violenza a più non posso”, non sarà parso vero di poter riportare Carmen alle sue origini, facendosi scudo con la “fedeltà” alla novella di Merimée.

(A parte la scena a base di calci e botte al soldato in punizione, con cui si apre lo spettacolo, e di cui troverete i dettagli al link sopra citato, non solo il Dancairo e il Remendado maltrattano Carmen e le altre ragazze, ma anche Don José è regolarmente violento nei suoi confronti. Qui si arrabbia quando lei lo irride dopo la romanza del fiore)

(Qui, invece, la afferra per i capelli… e infatti sta cantando “Je te tiens…” Tutto alla lettera!!)

Il fatto è, vedete, che il vostro Mannaro deve confessarvi una cosa che probabilmente vi sorprenderà. In generale, a me lo spettacolo è piaciuto. Se il signor Bieito avesse girato un film, o se avesse creato uno lavoro teatrale “suo”, dichiaratamente tratto dalla novella di Merimée, indipendente e distinto dalla lettura che a suo tempo ne diedero gli autori di Carmen, non solo non avrei avuto nulla da obiettare, ma lo avrei anche, nel complesso, apprezzato.

Il problema è: ha il signor Bieito il diritto di affermare che questo spettacolo è la Carmen di Bizet, quando la tradisce e la deforma in ogni modo possibile (tranne che, fortunatamente, nella musica)?

La mia risposta la conoscete, e non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro se non fosse che, nel creare la “sua” Carmen, concedendosi tutto il sesso e la violenza che nel racconto ci possono stare benissimo, il signor Bieito, come è abitudine dei suoi colleghi, non è riuscito a trattenersi dall’inserire nello spettacolo, da un lato una serie di pure e semplici stupidaggini, dall’altro scene “per adulti” così esplicite da costringere un teatro ad avvertire gli spettatori di tenere alla larga i loro figli.

(Ecco la sdraio e l’albero di Natale, a sinistra. A destra la Mercedes dei contrabbandieri)

Domanda uno: nella concezione generale dell’opera, ci azzeccano qualcosa l’albero di Natale, la sdraio da spiaggia, la ragazza in bikini che mentre si aspettano i matador stende l’asciugamano e si cosparge di crema solare? E la macchinetta per fare le strisce sulle strade con cui l’omino sbronzo che (credo) dovrebbe rappresentare il destino, traccia un cerchio sul palcoscenico?

(Questo è il cerchio. La ragazza della crema solare resta al centro… seduta, fra l’altro, sulla bandiera spagnola)

Domanda due: gli spettatori – fra l’altro, adulti – non avrebbero capito che cosa faceva Carmen con Don José (anche se molto probabilmente non lo faceva sulla pubblica piazza, come avviene in scena…) se non l’avessero vista sfilarsi le mutande? E la danza rituale del ballerino sul preludio del terzo atto (preceduta da un accurato strip tease), avrebbe avuto meno senso se il suddetto ballerino non avesse sventolato in faccia al pubblico tutto ciò che mamma gli ha fatto (dopo essersi sfilato anche lui le mutande… repetita iuvant, evidentemente)?

(Senza didascalia… non c’è bisogno)

(E questo è il ballerino… ma per far dispetto al signor Bieito ho scelto un fotogramma in cui, casualmente, un movimento della mano svolge il ruolo tradizionale della foglia di fico.)

Le domande, mi pare evidente, non riguardano tanto questo particolare spettacolo, ma, assai più in generale, il modo di rappresentare l’opera lirica, il suo passato, il suo presente ed il suo futuro. E quindi, il vostro Mannaro non ha risposte. E’ cosa buona e giusta che ognuno trovi la sua.

E mentre ci riflettete, abbiatevi un sincero augurio di buona domenica dal sempre vostro

Mannaro

Le immagini sono fotogrammi accuratamente messi da parte e conservati dalla diretta streaming