LA VITA E’ FATTA A SCALE

Non so se l’avete mai notato, ma il vostro Mannaro, oltre ad essere un’anima semplice, è anche un gatto inguaribilmente ottimista. Ogni volta che ho notizia di un’opera malmenata (eufemismo…), mi aggrappo sempre alla possibilità che la prossima volta vada meglio. E’ per questo che quando ho saputo che l’amico Mozart2006, al cui giudizio accordo completa fiducia, era in partenza per Bayreuth, in fondo al cuore mi è balenata una fiammella di speranza che ci desse qualche buona notizia, in particolare del Tristano, opera per la quale confesso di nutrire un debole speciale.

Lo so che, dati i tempi, dovrei ridimensionare le mie aspettative e che, nel caso in esame, avrei dovuto rinunciare alle mie illusioni già alla vista delle poche immagini pubblicate sul sito del Festspiel, ma insomma, sono fatto così.

Come prevedibile, sono stato prontamente disilluso… E quindi non posso fare altro che riportare fra virgolette quanto scrive, in merito alla regia dell’opera, il suddetto amico (da cui mutuo anche il titolo), al cui commento, come al solito completo e puntuale, vi rimando per gli altri aspetti dello spettacolo. Lo troverete al seguente link:

https://mozart2006.wordpress.com/2017/08/23/impressioni-da-bayreuth-tristan-und-isolde/

Sinceramente parlando, io davvero non ho capito che Konzept stesse alla base delle scelte registiche effettuate da Katharina Wagner, ammesso e non concesso che ce ne fosse uno. “Poche idee e confuse” sembrava il motto di questa regia che si risolve in una serie di insensatezze rimarchevoli. Al posto della nave, nel primo atto vediamo uno stanzone buio riempito con una struttura composta da una serie di scale sconnesse (forse il messaggio era “Ricordate o amanti, la vita è fatta a scale: c’ è chi scende e c’ è chi sale…) con tutti i personaggi sempre in scena. Isolde e Tristan, prima di versarsi il Liebestrank sulle mani invece di berlo, si producono in una serie di scazzottate da film poliziesco di quart’ ordine.

Queste sono Isolde e Brangäne affacciate al parapetto della “nave”

Il secondo atto, ambientato nel cortile triangolare di una specie di carcere illuminato dall’ alto tramite fari manovrati da guardie che assistono a tutto lo svolgersi della vicenda, avrebbe anche potuto essere interessante. Solo che tutto questo col Tristan und Isolde di Wagner non c’ entra proprio per niente, esattamente come l’ idea di stravolgere la dolente umanità di Marke e la sua sofferenza di fronte al tradimento dell’ amico, così meravigliosamente espresse dal suo monologo, vestendolo con l’ immancabile cappottone (vero e proprio simbolo del Regietheater) e un cappello Borsalino stile capomafia.

Del resto Tristan, accoltellato alle spalle, nel terzo atto sembra godere di una discreta salute visto che, dopo essere stato vegliato da quattro persone sedute con un lumino votivo fra le gambe, si mette a passeggiare per la scena mentre davanti a lui appaiono una serie di triangoli luminosi contenenti ragazze abbigliate come Isolde.

Il massimo del comico involontario si raggiungeva comunque nella scena finale. Per Katharina Wagner infatti non esiste alcuna Liebestod visto che Isolde, dopo aver concluso la sua trenodia sul cadavere dell’ innamorato, viene trascinata rudemente fuori di scena da un König Marke che secondo me sembra quasi voler dire: “Bene, ci siamo divertiti abbastanza. Adesso andiamo a casa che c’è da preparare la cena e mettere a letto i bambini”.

 

Cosa fosse il significato di questo guazzabuglio io non lo so e neppure mi interessa saperlo, come dico sempre di fronte a simili insensatezze sceniche. Non sono un passatista a oltranza e ritengo che tutto si possa accettare in una messinscena a patto che dietro ci siano una logica nelle scelte e una storia da raccontare. Qui non c’ erano nè l’ una nè l’ altra e per quanto mi riguarda il discorso si chiude qui. ”

Infatti, che altro si potrebbe dire? Comunque, per fare anch’io la mia piccola parte, ho condotto qualche ricerca aggiuntiva, che mi ha permesso di illustrare il commento con queste immagini. Spero vi aiuteranno a formarvi un’idea più vicina alla realtà.

E, da ultimo, una noticina per osservare che, in due giorni, è la seconda eroina che incontro che se la scampa. Dopo Tosca che non si suicida (nella versione di Calixto Bieito), ecco Isolde che non muore affatto Sarà una coincidenza? O un complotto?

(Un acuto wagneriano mi fa osservare che forse tornare a casa potrebbe essere un destino peggiore della morte… Mah).

Un momento… Vi devo ancora una precisazione sulla regista, Katharina Wagner, pronipote del musicista (che volete, purtroppo nelle famiglie non ci sono mai garanzie su come possono andare a finire i discendenti…), e perciò stesso Direttore unico, dal 2015, del Festival di Bayreuth. Come dire, me la canto e me la suono. E infatti, per quanto questa messa in scena, datata appunto 2015, abbia ricevuto quasi esclusivamente pessime accoglienze, viene pervicacemente riproposta quest’anno.

Adesso aspetto con fiducioso interesse da Mozart2006 la recensione sul Parsifal, ma ormai l’ottimismo vacilla pericolosamente.

E con questa malinconica conclusione, vi saluta anche oggi, dispiaciuto di non potervi dare migliori notizie, il vostro affezionato

Mannaro

© Foto Enrico Naw

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2 commenti

  1. Paola Datodi

     /  03/02/2018

    scusa il ritardo l’ho visto solo adesso… non si tratterebbe di mettere a letto i bambini ma di confezionarli, il trono ha bisogno di eredi… quel gesto di tirar via la donna piuttosto cinicamente,va bene il legittimo consorte ma insomma davanti a un morto aspettare un po’ no? qualcosa di analogo ricordo in un Werther che però non riesco a memorizzare(comunque meno assurdo, Carlotta è viva, anche se è sbagliato che Alberto si presenti in scena a prenderla) e direi nel recente Don Carlos di Firenze (e anche qui meno insensato, non è detto che Elisabetta muoia, nella realtà storica diede una figlia al Re).Scena intercambiabile, insomma. Ciao e miao, che ci sarà da sentirci spesso

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    • Cara amica, grazie per i tuoi commenti. Fa piacere sapere che qualcuno ascolta i miei miagoliii… Vedi, a volte penso che nella società attuale a poco a poco vada sempre più affermandosi la brutalità a danno dei sentimenti, e questo non m i sembra assolutamente un progresso. Mentre nell’opera (specialmente quella romantica e dintorni) i dettagli più crudi – che ci sono – sono suggeriti e lasciati all’immaginazione, oggi vengono gettati in faccia allo spettatore, come se si ritenesse che abbia bisogno di “sensazioni forti”, allo stesso modo in cui un tossicodipendente ha bisogno di droghe sempre più potenti. Del resto, succede anche nel cinema dove nulla – o quasi – è più lasciato all’immaginazione. Nel teatro lirico oggi il regista ci impone la “sua” visione (e spesso anche la sua “versione” che cambia addirittura la trama della storia), privando lo spettatore della propria, e ponendosi quasi demiurgicamente fra noi e gli autori, come se non fossimo capaci di capire da soli il loro messaggio. E questo lo trovo molto, ma molto brutto.

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