DISAPPOINTING

 

Dite la verità, miei cari mannari che mi seguite qui sul blog, ma non nelle pur brevi incursioni che, per dimostrare la mia esistenza in vita, faccio di tanto in tanto su Facebook: mi avevate dato per disperso, vagante randagio sulle Ramblas o negli sconfinati saloni e corridoi di qualche aeroporto, senza trovare la via del ritorno.

E invece no. Eccomi qui sul solito cuscino, solo reduce da uno dei malannucci di stagione ai quali neppure noi gatti, sia pure mannari, riusciamo sempre a sottrarci e che per diversi giorni mi ha tolto la voglia di andare ad accovacciarmi davanti alla tastiera.

Ma le promesse sono promesse, e per quanto in ritardo intendo mantenere quella di parlarvi di questa Aida al Gran Teatro Liceu di Barcellona, che, assunto aspetto umano e compiuto l’eroico sforzo di scendere dal cuscino per intraprendere il non agevole percorso (specie per un gatto di rispettabile età…) necessario per raggiungere il prestigioso teatro, sono andato fisicamente a vedere.

Tutto questo trambusto, a dire proprio la verità intera intera, per giungere alla fine ad una conclusione di poco diversa da quella illustrata dal titolo, che riprende, condividendolo, quello dato alla sua recensione su Opera Gazet dal mio caro amico e mannaro ante litteram Marco Ziegler (chi la volesse leggere per intero la trova qui: https://operagazet.com/recensies-2020/aida-in-barcelona-disappointing/?fbclid=IwAR3XjANWPay8LgWBGCRpYLXAuMtuQPIafCKuGf9kQd-qEDgvmP5SRN-WIDI).

Titolo che, tradotto in italiano per chi non masticasse abbastanza l’inglese, suona esattamente: DELUDENTE.

Eh, sì, perché sia Marco, sia io, ci aspettavamo moltissimo (forse troppo…) da questo spettacolo, soprattutto perché ci avrebbe permesso di vedere finalmente con i nostri occhi i meravigliosi fondali dipinti nel lontano 1945 dall’artista catalano Josep Mestres Cabanas, assurti ormai allo status di reperti storici, destinati ad occupare un meritatissimo posto al Museo… anche perché, a quanto si apprende sul sito del teatro, dopo che sono stati numerosissime volte riutilizzati, ormai è diventato impossibile sottoporli ad ulteriori restauri. Occasione ultima, quindi, per ammirarli nella loro funzione originaria.

 

(Scena del primo atto. Telo dipinto. L’apertura è praticabile e dietro si vede un secondo telo. E’ lì in mezzo che corrono senza necessità alcuna le comparse, facendoli ondeggiare…)

E qui devo dire che è valsa davvero la pena del viaggio, poiché nessuna fotografia potrà mai farvi apprezzare del tutto la bellezza di questi dipinti e la loro perfezione artistica. Mi basti dire che anche stando in teatro, anche sapendo di che cosa si tratta, è quasi impossibile credere di stare vedendo dei semplici teloni piatti e non scenografie tridimensionali (salvo quando l’incauto regista vi fa agitare scompostamente in mezzo delle comparse, facendoli fremere inopinatamente).

Regista che, bisogna pur dirlo, non sembra avere afferrato, né tanto meno apprezzato, l’importanza di queste scenografie storiche che aveva fra le mani.

Non si può dire che abbia stravolto l’Aida di Verdi, questo assolutamente no. Chi era presente ha visto Aida, senza se e senza ma. Eppure la regia vi ha inserito – ed a parere del vostro Mannaro come dell’amico Marco, a sproposito – elementi di “modernità” che, pur non falsando la storia (e meno male) ci azzeccavano pochissimo, ma soprattutto erano in palese urto con la musica.

Mi riferisco in modo particolare alle danze, con coreografie completamente avulse dal senso della musica. E quindi alla scena delle armi, dove le danze rituali si trasformano nella scomposta esibizione di una ballerina che scopriamo destinata al sacrificio umano (infatti Ramfis la trafigge, e poi pulisce la spada con uno straccio prima di consegnarla a Radames “dal dio temprata”, mentre, a scanso di equivoci, la vittima insanguinata viene mostrata al pubblico sollevata in alto su una specie di piattaforma), ma soprattutto alla scena del trionfo, dove le celebrazioni festive, così perfettamente rappresentate dalla musica, diventano una specie di spettacolo di lotte fra gladiatori, in cui una ventina di baldi giovani seminudi si battono fra loro fino a quando ne rimano vincitore uno, mentre gli altri rotolano e scompaiono in una buca nel pavimento.

 

(La figura bianca è la ballerina destinata al sacrificio, durante la sua danza. Sono rimasto in dubbio – pur avendo visto due volte lo spettacolo – se rappresentava un’invasata votata al sacrificio volontario o una vittima alla ricerca di scampo o che altro. Dubbio non risolto) 

(Questi sono i due ultimi lottatori. Quello grosso e barbuto vincerà. Si vede a terra qualcuno dei morti, o feriti o quel che siano)

Altri grandi o piccoli dettagli hanno urtato la forse troppo delicata sensibilità del vostro Mannaro e del suo amico. Per esempio, la ridicolaggine del Messaggero (tra l’altro, per non si sa per qual motivo, maltrattato, malmenato e quasi cacciato via dopo aver comunicato le sue notizie, come se ne fosse colpevole) che volta le spalle a re, sacerdoti e popolo per trasmettere il suo messaggio direttamente alla platea.

Ma soprattutto rimane per entrambi noi misteriosa l’introduzione di due onnipresenti personaggi muti (Marco li chiama “due eunuchi obesi in tuniche nere”, e trovo perfetta la descrizione) che seguono ovunque Amneris (spesso malmenando e strattonando Aida, per la quale evidentemente non hanno simpatia alcuna). All’apparenza, servitori e guardiani nello stesso tempo (ma Amneris viveva in un harem…? Siamo sicuri che – per restare in argomento verdiano – non stiamo assistendo a una scena de Il corsaro capitata lì per sbaglio?).

 

(La scena di apertura del secondo atto. TUTTO quello che vedete – a parte ovviamente i personaggi – è dipinto su teli. Accanto ad Amneris uno degli “eunuchi obesi” suoi custodi, che le sottopone, sembrerebbe, il programma dei festeggiamenti per il trionfo e le propone diversi abbigliamenti per l’occasione che lei, capricciosamente, rifiuta, forse come non abbastanza sontuosi)

Se a ciò aggiungiamo alcuni momenti in cui si avventano in scena comparse rumorose e talvolta vocianti (a sproposito, s’intende), si capirà la punta di delusione che ha colpito sia l’amico Marco, sia il vostro Mannaro.

Devo aggiungere, tuttavia, che Marco ha avuto la sfortuna supplementare di assistere ad una recita del cast che, pur essendo teoricamente quello principale, è risultato, anche secondo tutte le critiche che ho potuto consultare, decisamente inferiore in molti punti a quello alternativo, che invece io ho avuto la ventura di apprezzare. Motivo in più per essere contento del viaggio.

 

(Doveroso aggiungere che la regia migliora nettamente una volta superata l’impasse della scena del trionfo, dove evidentemente il regista si è sentito in diritto/dovere di far notare la sua esistenza. Poco o nulla da ridire sulla scena del Nilo e sull’ultimo atto, dove mi è molto piaciuta la “posa” della “fatal pietra” sulla botola sotto cui si svolge il processo, dopo che ne sono usciti i sacerdoti. La pesantissima pietra viene collocata al suo posto da un gruppo di schiavi che la sorreggono faticosamente con delle funi, e riesce a dare un effetto claustrofobico assai efficace. Come pure il piccolissimo antro, isolato dal gioco delle luci, dove ai morituri deve mancare rapidamente l’aria…)

Altro, onestamente, non vi saprei narrare di questa Aida. Le poche “innovazioni” innestate malamente (fra cui non posso esimermi dal segnalare, durante il preludio, la breve quando inutile scena che dovrebbe rappresentare Aida bambina col padre, poi ripresa sulle ultime battute di Amneris, col risultato di rovinare del tutto il pathos del finale) saranno prontamente dimenticate e le meravigliose scene dipinte andranno al Museo. E, come ho già detto, tutto sommato lo spettacolo è valso la pena del viaggio.

Con questa conclusione vi saluta anche oggi caramente, con la promessa di rifarsi vivo a brevissimo (così da farsi perdonare la prolungata assenza), il vostro fedele

Mannaro

© Foto A. Bofill

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